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Alla scoperta del vecchio giardino italiano

di Malù Pagani

 

  I vecchi giardini sono il paradiso che abbiamo perduto

(Marcel Proust, Poesie per sempre)

 

 

Se ti immergi e lo osservi attentamente avverti che sprigiona una sensazione strana: tenerezza, commozione, umanità mescolate insieme. Indiscutibilmente magica. Forse perché possiede l’anima di chi ha vissuto in quei luoghi come loro custode. Muto, ti guardi in giro, vuoi capire e analizzi con occhio critico. All’ingresso principale, varcato il cancello c’è l’immancabile grande aiuola, rotonda o rettangolare. E’ ben delineata o da un cordolo tondeggiante di cemento ormai ammuffito o da mattoni pieni obliqui, a volte trovi larghe forme di cemento fatte a foglie (forse di acanto) incastrate a secco nel terreno per contenerlo e trattenerlo.

 

Intorno all’aiuola e nei vialetti che si aprono ai lati, ghiaia piccola, arrotondata dal colore bianco-grigio. La grande aiuola ha nel centro una magnolia grandiflora (mai potata), è lei la regina incontrastata del giardino. La grazia dei rami, le foglie spesse e lucide e persistenti, i bianchi fiori primaverili profumati hanno conquistato da sempre i giardinieri.

Poi un giro di rose a coronarle la base. Ma non sono le belle rose rifiorenti di oggi, sono vecchie rose macilente dai pochi fiori e solo primaverili. Spesso però dal profumo inebriante. Un secondo giro le abbraccia e termina ricadente sopra il cordolo composto da bergenie (una volta venivano chiamate sassifraghe erroneamente, ma le sassifraghe sono altre e neanche molto simili).

 

 

Le bergenie hanno grosse foglie carnose e cuoriforme dalle infiorescenze rosa che spuntano ai primi di febbraio. Al loro posto trovi spesso la convallaria japonica, quell’erba scura e fitta che solo di tanto in tanto va rifilata. In fondo al giardino un boschetto di bambù (in genere è il phylostachys bissetii). I culmi (fusti) vengono tenuti lisci fino ad un metro dalla chioma così, se ti capita di entrarvi, allora si ha la sensazione di essere in un mondo esotico… Poi,in un angolo defilato si trova la peschiera. Una volta conteneva acqua stagnante e pesci rossi mogi, ora la trovi vuota e sconsolata.

 

L’ hedera helix cresce libera e felice ovunque: sugli alberi, abbarbicata ad un vecchio muro della rimessa, al piede dei cespugli. In un punto strategico una statua di cemento, spesso un busto di donna, quasi interamente ricoperta da muschi e licheni, ti guarda. Alberi ad alto fusto, agglomerati senza un ordine preciso, cercano di farsi strada verso il cielo. Sono tigli, ginko biloba, ippocastani, bagolari e le immancabili conifere (pino strobo, austriaca, kosteriana, abete rosso, abete nero). Solo ai cedri (libani, atlantica, deodara) viene assegnato uno spazio degno. Un annoso taxus baccata (baccata perché fa’ sporadiche bacche rosse: tossiche se ingerite) dà vita qua e là ad altre piantine che crescono sempre al riparo dei grandi alberi.

 

E cosa dire della siepe che cinge la proprietà? Obbligatoriamente è di ligustro o di bosso ed ormai spoglia alla base, i rami gibbosi e scapitozzata in modo brutale e implora il proprio abbattimento. Ormai è un giardino d’ombra, gli alberi ad alto fusto sono carenti di potatura, così la flora sottostante si riduce a mahonie japoniche, macilente ortensie e synphoricarphus. Ma per fortuna,c’è spesso una piccola radura baciata da un raggio di sole e allora là ad aprile vedi nascere pratoline dal gambo lunghissimo. Istintivamente le raccogli per metterle in un piccolo vaso: ti daranno gioia per dieci giorni buoni. I capolini, invece, serviranno a rallegrare una bella insalata!

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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