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Il mondo attraverso gli occhi di due amiche

di Martina Pellecchia

Jessica e Miriam, una l’antitesi dell’altra, la prima, una bellezza atipica, origini brasiliane, tratti marcati e occhi così scuri da sembrare una notte senza stelle, la seconda, lineamenti nordici, un candore simile alla foschia d’inverno, il suo iride chiaro capace di rasserenarti. Diverse, in tutto, nel loro aspetto, nel carattere, nelle passioni. Si pensi a qualcosa diametralmente opposto, così evidente che non puoi non notarlo immediatamente, mentre raccontano, narrano, si confidano. Grandi amiche, migliori amiche, accomunate da uno stesso amore, un amore così forte da unirle ulteriormente, indissolubilmente. Si consigliano. Si scambiano opinioni. E’ la fotografia il loro artistico amante. Mostrano la loro diversità anche nel rispondere alle mie domande, perché mentre Jessica è aggressiva, diretta, capace di coinvolgerti nel suo intimo mondo con poche parole prive di orpelli aggiuntivi, Miriam, con la sua calma si perde nei pensieri, cerca di essere dettagliata, accurata.

 

E poi ci sono io, incuriosita di conoscere un po’ meglio queste due studentesse di architettura dopo aver trovato le loro foto girando casualmente per internet, dopo essere rimasta rapita dagli splendidi paesaggi che sono riusciti a catturare con solo l’ausilio di una macchinetta fotografata. Di un obiettivo magistralmente usato. Le domande sono arrivate naturalmente, le risposte spontanee come loro due.

 

1. Come è nata la passione per la fotografia?

 

Jessica. Per caso, osservando il vecchio, caro e classico album di famiglia.

Miriam. La mia è più che altro una passione per l’osservare, il curiosare, lo scoprire. E’ nata cercando di regolare gli ASA della vecchia Contax di mio padre, e ad oggi mi risulta strano pensare all’istintività con cui mi approcciavo a quelle apparecchiature analogiche, facilità che oggi è sepolta sotto cumuli di byte e fa risultare le vecchie macchinette corpi alieni indecifrabili. Ad ogni modo, guardare attraverso un mirino annebbiato mi ha sempre lasciato la sensazione di poter avere una possibilità di scelta in più;Una sorta di impressione indelebile, nella selezione e nello scatto delle immagini, che agisce direttamente sul mio cervello, immagazzinandovi aneddoti, sensazioni, profumi e racconti, in una sorta di seconda vita su pellicola.

 

 

2.Con le tue foto cosa vuoi raccontare? Vuoi narrare delle storie? Creare ricordi?

 

J. Non sono particolarmente interessata alla fotografia/racconto, mi piace pensare che se un soggetto qualsiasi attira la mia attenzione allora merita di essere visto così come lo vedo io anche agli occhi degli altri.

 

M.Credo che sia il soggetto a determinare il “perché” di una foto. Generalmente prediligo immortalare i piccoli particolari, anche insignificanti, di un viso, un paesaggio, un momento. E raccontare tutto ciò che una ruga o una mollette da bucato su un filo possono svelare, di loro o del mondo che vi gravita intorno, dei ricordi che possono evocare. Credo anche che la luce (quella calda e accogliente di Roma in particolare), il poterla manipolare, esaltare, sia uno degli incanti capace di legittimare una foto solo in base al puro incanto di un tramonto infuocato, intenso, quasi viola.

 

3.Sei emotivamente colpita dai soggetti che stai fotografando?

 

J. Sì, ma sono portata per foto naturalistiche, non amo i ritratti e le persone, le trovo quanto di più banale ci possa essere, è un’affermazione azzardata, ma sono maggiormente attirata da ciò che non conosco, o meglio da ciò che non mi è famigliare.

M. Sarebbe impossibile non farlo. Ho un rapporto morboso con i miei soggetti, che mi spinge a violare quella distanza critica che regola qualsiasi tipo di relazione per poterne carpire il passato, l’essenza, ed a volte si potrebbe risolvere con l’utilizzo di un teleobiettivo, per poter rendere questa “violenza” del tutto inconsapevole, ed ottenere immagini più naturali. Il percepire emotivamente il soggetto diventa quasi una sfida con il soggetto stesso, una battuta di caccia all’ultima, intimo particolare.

 


4.Cosa ambisci per la tua carriera? Cosa realmente vorresti fotografare?

 

J. Paesaggi, nature, fiori ai più sconosciuti. Sono senza dubbio alla lontana dal foto reportage, ho un indole romantica e questo mi porta a scegliere figure e oggetti appartenenti a un mondo che ancora non conosco e per questo curioso.

 

M.E’ difficile trovare qualcosa che non sia mai stato fotografato, visto, recensito, riportato. I diversi punti di vista e le nuove prospettive diventano sempre più “affollate”. Per tanto, mi accontento della semplicità, dei volti. I volti sono eccezionali. Ogni ruga è una parola,ogni espressione un racconto, e sarebbe stimolante vedere come le diverse latitudini, culture, abitudini incidano sulle loro diversità. Una sorta di fotografia antropologica, uno studio sui volti ai quattro angoli del mondo, queste sono le speranze per il futuro.

 

5.Fotografi per te stessa o per gli altri?

J. Scatto perché mi piace, è un mio modo di esprimermi, è il mio modo di vedere il mondo.

 

M. Fotografare come necessità mi impone di saziare la mia sete di immagini, a costo anche di diventare banale o stucchevole. Eppure è diventa un questione cruciale, il tempo passato a cogliere ogni piccolo particolare, senza premeditazione e senza senso. Una volontà sicuramente legata anche all’ autovalutazione del mio lavoro, e alla percezione dei cambianti che vi compaiono giorno per giorno.

 


6.Ricordi tutti gli scatti? Il perché di ogni foto?

 

J. Non tutti, ma quelli più cari assolutamente sì. Mi sforzo di ricordare perché quel momento fosse tanto importante da meritare di essere un mio soggetto, e quando ci riesco mi scappa un sorriso, e la cosa mi fa stare bene, forse è veramente questo il motivo per cui lo faccio.

 

M.Come sopra, la morbosa attenzione che mi lega ai miei soggetti fa si che si crei tutto un mondo intorno ad ogni scatto. Sarebbe imprescindibile per me scindere la foto in se da tutto quello che la circondava.

 

 

7.Quali tra le foto sul vostro blog è la tua preferita? Perché?

 

J. Il fiore giallo in assoluto. Quando dico che la macchina è il mio occhio intendo dire che laddove la mia vista non arriva interviene la fotocamera per me, riesco a vedere anche punti più nascosti che un occhio umano da solo non riuscirebbe, notare dettagli piccolissimi a volte impercettibili, osservare al di là del normale sguardo, scrutare gli spazi inosservati e a noi preclusi. La foto per me è indagare, curiosare e conoscere in che modo e in che veste la natura mi si presenta.

 

M. Sicuramente la foto che preferisco è quella che nella mia mente risuona come “Le Passanti”. L’ho scattata in Marocco, sulla strada per Marrakech. Attraverso un vetro, a cavallo di un furgone, in quella cittadina le donne non potevano girare se non dotate di burqa. Ma non sono tanto i fantasmi volatili neri a darmi la dimensione di diversa cultura e il sapore d’oriente, quanto il muro. Quel rosa sbiadito, steso con pennellate che furono veloci e casuali, e quella targa, quei numeri (forse civici forse no). Quel muro parla di una totale disattenzione e casualità verso se stesso, ed allo stesso tempo crea un equilibrio di colori e contrasti che non appartengono alla nostra cara vecchia Europa. Una foto quasi casuale, non per scelta ma per necessità, che mi ha sempre lasciata soddisfatta su più piani.

 

 

Le foto di Jessica Calistri e Miriam Ciamarone su Flickr: http://www.flickr.com/photos/75899190@N08/

 

 


About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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