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Le case fatte di neve e ghiaccio: igloo e popolazioni Inuit

Le case fatte di neve e ghiaccio: igloo e popolazioni Inuit

di Daniela Asaro Romanoff

 

 

L’estate sta finendo: però quest’articolo continua a essere fra i più letti. Ve lo riproponiamo in evidenza invitandovi a riflettere sul valore dell’archivio in un contesto on line, che per definizione dovrebbe essere volatile e fugace.

Fino ad alcuni decenni fa era abbastanza usuale che venissero costruite, nelle zone artiche, delle case utilizzando la neve ghiacciata. Sin dall’antichità una tale abitazione veniva edificata con lo scopo di avere un posto caldo e solido dove poter rimanere. Gli Igloo sono stati costruiti dalle popolazioni, che abitano all’estremo nord, da secoli. Il primo esploratore che li notò, fornendo notizie su queste abitazioni, fu Martin Frobisher, era il 16esimo secolo.

 

La costruzione dell’Igloo

 

Il termine Igloo significa casa. L’entrata solitamente è bassa, affinché il calore possa rimanere nella stanza ricavata, e ci possono anche essere più ambienti. Quando la neve compatta dei blocchi si scioglie all’interno, subito si congela, formando un ulteriore supporto isolante. Questo ciclo è continuo e fa dell’Igloo un rifugio sicuro per periodi brevi dovuti alla necessità di andare a caccia e a pesca oppure gli Igloo possono anche essere delle case permanenti.

Per costruire un Igloo è importante che la neve adoperata sia asciugata dal vento e compatta.

Con una sega da neve si preparano i mattoni, che dovrebbero avere una lunghezza di 90 cm, un’altezza di 45 cm e una profondità di 12 cm. I bordi vanno arrotondati. I primi blocchi devono essere posti in circolo. A mano a mano che si cresce in altezza, i blocchi diventano più piccoli e vanno modellati in modo da formare una cupola. Alla fine si inserisce l’ultimo blocco, modellato apposta come un tronco di cono. E’ relativamente semplice plasmare la neve ghiacciata. I blocchi sono abbastanza leggeri. All’esterno dell’Igloo possiamo anche avere una temperatura di -50°C, ma all’interno c’è una temperatura potenziale di 0°C. Le mura bloccano il vento, che quando è intenso abbassa la temperatura. La neve e il ghiaccio funzionano da ‘trappola’ per il calore che c’è nell’Igloo.

Preventivamente, in fase di costruzione, si deve scavare un canale, per passare dall’esterno all’interno, entrati nella cupola, si scava per ricavare un’entrata. Viene preferita l’entrata a L, al fine di proteggersi meglio dal vento. Per chiudere l’apertura si adoperano blocchi di neve ghiacciata. Nei blocchi della casa vanno scavati dei fori per avere una giusta quantità di aria negli ambienti.

Si può benissimo cucinare nell’Igloo, utilizzando una stufa a carbone, essendoci i fori di ventilazione, non si rischia di rimanere soffocati.

 

 

 

Le popolazioni Inuit

 

Attualmente le popolazioni dell’Artico, denominate Inuit, non costruiscono più tali abitazioni. Gli Igloo vengono costruiti in ricordo dei tempi antichi, in occasione di feste tradizionali o di matrimoni. Vengono anche edificati provvisoriamente, quando si rende necessario cacciare e pescare. Nell’ultimo decennio si è diffusa la moda dei villaggi-vacanze, che propongono ai turisti gli Igloo. Tuttora gli Inuit vivono in Siberia, Alaska, Canada, Groenlandia. La vita, le tradizioni, la cultura degli Inuit sono stati influenzati dal clima ostile. Strumenti e metodi di sopravvivenza furono escogitati per poter vivere a quelle temperature. Le comunità iniziarono a risiedere nelle zone artiche parecchi secoli addietro. Ci sono le popolazioni del Labrador e del Quebec in Canada, altri vivono in Alaska, dove sono denominati Inupiat, altri ancora dimorano in Russia, qui vengono chiamati Yupik. Dagli occidentali vengono denominati Eskimos, ma per gli Inuit questo termine è offensivo. Le zone in cui hanno dimorato sono prive di alberi e di altro materiale. E’ presente abbondantemente la neve e la gente imparò ad adoperarla per costruire una casa dove poter sostare. Il linguaggio parlato è l’Inuktitut, tuttora molto utilizzato. Fino al 1940, gli unici punti di contatto tra gli Inuit e le genti europee sussistevano per il commercio delle pellicce.

 

 

Molto cambiò dopo la seconda guerra mondiale. Le zone artiche vennero riscoperte. Diventarono terre strategiche, proprio queste zone univano Paesi del mondo tra loro lontani per vari motivi, soprattutto politici. Oramai non erano più terre irraggiungibili, l’invenzione dell’aeroplano le aveva rese accessibili. In queste terre, da secoli considerate inospitali, si iniziarono a costruire stazioni Radar, per controllarsi a vicenda …, ma anche scuole e ospedali vennero edificati. Gli Inuit furono sempre di più persuasi a frequentare le scuole per istruirsi e a rivolgersi agli ospedali in caso di problemi di salute. Si desiderava che assumessero uno stile di vita europeo. Negli anni Cinquanta e Sessanta ci fu un consistente aumento demografico, che gli Inuit non poterono più sostenere con le sole risorse della caccia e della pesca, per cui accettarono di andare a vivere nelle case costruite per loro, per poter lavorare e mantenere la famiglia.

Tradizionalmente hanno sempre mantenuto un grande margine di libertà nei confronti dei Governi delle Nazioni a cui appartengono le zone dell’estremo nord da loro abitate. Dagli anni Cinquanta in poi hanno dovuto confrontarsi con tali Governi e giungere ad alcuni compromessi. In certi casi gli Inuit hanno anche riportato delle vittorie eclatanti. Proprio negli anni Cinquanta fu la loro strenua opposizione che frenò un progetto atomico statunitense. Nel 1966 fu fondata negli Stati Uniti la Artic Slope Association. Nel 1971 l’ANCSA (Alaska Native Claims Settlement Act) creò 12 corporazioni regionali no profit nello Stato dell’Alaska. Gli Inuit ottennero di avere tutti i diritti su una parte della terra in cui era stato scoperto il petrolio e ottennero anche una forte ricompensa per la terra ceduta al Governo.

In ultima analisi, nel confronto tra la comunità Inuit e i rispettivi Governi non ci fu né sconfitta né piena vittoria. La comunità ha dovuto accettare molti compromessi, ma è riuscita a mantenere vive le tradizioni, la lingua, gli usi e i costumi, anche grazie alla ‘madre patria’, che seppure diventata accessibile e desiderata, continua a mettere a dura prova l’esistenza umana.

 

Questa Terra vuole appartenere a coloro da cui è amata.

 

 

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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