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Eternit, vent’anni dopo Giustizia a metà per Rubiera e bonifiche dell’amianto che procedono a rilento

di Laura Benatti

 

 

Il 13 febbraio scorso, si è celebrato a Torino l’ultimo atto del processo alla multinazionale del cemento-amianto “Eternit” per la morte di oltre 3000 persone, tra lavoratori e abitanti dei paesi in cui si trovavano gli stabilimenti dell’azienda in Italia: Casale Monferrato (AL), Cavagnolo (TO), Bagnoli (NA) e Rubiera (RE). Il maxi-processo si è aperto nel dicembre del 2009, più di sei mila le parti civili ammesse. Le udienze, fino alla recente condanna, sono state 66.

Una sentenza che è stata definita “storica”: il Tribunale ha condannato a 16 anni di reclusione lo svizzero Stephan Schmidheiny ed il belga Louis De Cartier, i due top-manager che erano responsabili dei quattro stabilimenti italiani. I capi di imputazione erano due, disastro ambientale doloso ed omissione dolosa di misure antinfortunistiche. Si tratta di una decisione importantissima, che è stata accolta con soddisfazione dai familiari delle vittime piemontesi, ma che lascia Rubiera senza una piena risposta: infatti, per questo stabilimento, insieme a quello di Bagnoli, è stato riconosciuto il solo reato di omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro, mentre l’altro capo di imputazione per disastro ambientale, è stato dichiarato prescritto per i fatti avvenuti prima del 1999.

Questo aspetto della decisione, non del tutto chiaro e che sarà meglio compreso solo dopo il deposito della sentenza, previsto entro il termine di 90 giorni dalla data della condanna in primo grado, determina, per i familiari delle vittime di Rubiera, la necessità di ricorrere in sede civile per ottenere i risarcimenti richiesti, nonostante sia stata accertata la colpevolezza dei due imputati. Giustizia sì, dunque, ma solo in parte, per le famiglie dei morti e dei malati per amianto della ex “Icar” di Rubiera (così si chiamava lo stabilimento reggiano in cui venivano prodotti manufatti in fibrocemento). La fabbrica del piccolo paese della provincia di Reggio iniziò la produzione nel 1961, e chiuse i battenti nel 1992, impiegando nel tempo circa tra gli 80 ed i 120 dipendenti. Dal 1994 l’Icar non esiste più, è stata smantellata completamente; ma i ricordi degli abitanti riguardo lo stabilimento della morte sono ancora vividi.

 

È una domenica pomeriggio di fine inverno, grigia e uggiosa. Nella piazza di Rubiera si vedono i segni lasciati dai festeggiamenti del Carnevale, poche ore prima: coriandoli e stelle filanti ricoprono asfalto e sanpietrini, e alcune bambine travestite da principesse si rincorrono giocando intorno alla piazza. In un bar del centro, la signora dietro il bancone mi accoglie con un sorriso gentile; inizio a chiederle notizie sull’ex Eternit, e improvvisamente il sorriso scompare, il volto diventa serio e negli occhi affiorano ricordi tristi. Ma subito la signora si dimostra disponibile, mobilita gli altri proprietari del bar, chiede al marito di spiegarmi dov’era la fabbrica. L’uomo mi dà tutte le indicazioni per raggiungere il luogo in cui sorgeva l’Icar, e mi spiega che quel terreno, dopo la demolizione dello stabilimento, è stato scavato e bonificato molto in profondità; al posto della fabbrica in cui si produceva il cemento-amianto, oggi, c’è un grande capannone che ospita un negozio di mobili ed un ristorante self-service.

È impressionante scoprire che la fabbrica si trovava lungo la via Emilia, ad un solo chilometro di distanza dalla piazza del paese; fa venire i brividi recarsi in quel luogo, e riflettere che a due passi ci sono, e c’erano, case, scuole, negozi, persone. Uomini, donne e bambini che nei trent’anni in cui la fabbrica è stata operativa, hanno vissuto a stretto contatto con la polvere dell’amianto che si produceva durante la lavorazione, senza sapere quali gravi danni potesse causare alla salute. Chi ha lavorato nella fabbrica ha certamente corso il rischio maggiore; ma anche le donne che lavavano in casa le tute da lavoro dei mariti, respiravano i frammenti letali. Inoltre, una modesta quantità di polvere si sollevava nell’ambiente esterno alla fabbrica, ed era trasportata dal vento verso il paese vicinissimo, in cui le persone vivevano tranquille, vedendo la produzione dell’Eternit come una risorsa economica fondamentale per il territorio, e non come una portatrice di morte. Sul fantasma dell’Icar, smantellata completamente due anni dopo la messa al bando dell’amianto, pesano una cinquantina di morti accertati per mesotelioma, il tumore alla pleura provocato dall’inalazione della polvere di questo minerale. Molti hanno perso la vita, ed altri, purtroppo, potrebbero perderla in futuro: l’incubazione del mesotelioma pleurico, infatti, è molto lunga, può durare anche venti o trent’anni, per questo motivo il picco di malati è previsto fra il 2015 ed il 2030.

 

 

E poi ci sono quelle vittime di cui non si saprà mai il numero preciso: tutti coloro che si sono ammalati di mesotelioma pleurico senza aver mai avuto legami diretti con la fabbrica in cui si produceva l’Eternit. È il caso, ad esempio, della nonna di Giulia Tangerini.

Giulia è una studentessa di Architettura che vive a Carpi, in provincia di Modena, ad una ventina di chilometri da Rubiera. Si è laureata alla triennale nel 2011 con una tesi sulla situazione dell’amianto nella città in cui abita. «Ho deciso di interessarmi all’argomento e di svolgervi la tesi di laurea, perché mia nonna, che adesso non c’è più, si era ammalata di mesotelioma. Era una casalinga, non ha mai lavorato alla Eternit; eppure si è ammalata. Questo fatto, e ce ne sono tanti altri di casi simili, è la dimostrazione che l’amianto è davvero ovunque». Giulia spiega che l’amianto, conosciuto ed utilizzato fin dall’antichità per le sue proprietà eccezionali (duttile, leggero, non infiammabile, dotato di grande resistenza meccanica, termica, acustica), veniva utilizzato fino a vent’anni fa in tantissimi settori: nell’edilizia, nell’industria automobilistica, tessile, navale, siderurgica e addirittura nell’industria farmaceutica: «L’amianto si trovava nei filtri utilizzati nella produzione dei medicinali, e veniva persino messo come sbiancante in certi dentifrici».

 

Le nostre città, soprattutto nei quartieri sorti prima degli anni ’80, sono tuttora piene di amianto, nella forma dell’Eternit, nome che indica il marchio della ditta più famosa che lo produceva, ma che viene comunemente utilizzato per indicare il materiale composto da cemento mescolato con fibre di asbesto (nome scientifico dell’amianto). Lastre ondulate usate come coperture dei tetti, tegole, tubazioni degli acquedotti («A Carpi, ad esempio, il 40% della rete idrica è ancora costituita da tubature in Eternit», spiega Giulia), canne fumarie, pavimenti, cisterne, coibentazioni degli edifici… Sono innumerevoli i manufatti contenenti amianto, che si trovano dove meno te li aspetti: scuole, ospedali, palestre, supermercati, bocciofile, case di privati cittadini, numerosissimi capannoni di piccole e medie imprese. E poi i vecchi treni, che a volte vengono lasciati in stato di abbandono nelle stazioni, così che l’Eternit che serviva ad isolare le carrozze si deteriora e si sbriciola. Ed è proprio nel momento in cui si sbriciola, che l’amianto diventa pericoloso, poiché le sue fibre assassine si liberano nell’aria e, trasportate dal vento, possono venire inalate da chiunque si imbatta nel loro passaggio. Come è probabilmente accaduto alla nonna di Giulia, la quale nota come «ci sia poca attenzione sull’argomento da parte delle persone. Io stessa non mi sono mai interessata. Poi però, quando ti capita in famiglia questa malattia, ti rendi conto di quanto sia grave la situazione, e di quanto lavoro ci sia ancora da fare per mettere in sicurezza i luoghi in cui viviamo».

A questo punto, è naturale chiedersi quando sia stata accertata la pericolosità dell’amianto. La risposta che fornisce Giulia è a dir poco sconvolgente: «Si conoscono i rischi di questo minerale fin dal 1883, grazie a pionieristici studi medici; tuttavia, l’accertamento a livello scientifico dei danni ai polmoni provocati dall’asbesto, risale al 1962». Nonostante questo, in Italia si è continuato a produrre ed utilizzare l’Eternit per altri 30 anni, con i proprietari delle aziende produttrici che minimizzavano i rischi, tranquillizzavano i lavoratori e continuavano a farli lavorare senza nemmeno fargli adottare minime precauzioni come l’utilizzo sul lavoro di mascherine.

Se ci si sposta a livello internazionale, poi, la situazione è ancora più tragica:la Franciaha messo al bando l’amianto solo nel 2000,la Spagnanel 2004; ancora oggi in Cina, Giappone, Russia e Canada si producono materiali contenenti amianto, per lo più esportati nei Paesi in via di sviluppo. A distanza di vent’anni dalla messa al bando dell’amianto, con la legge 257\1992, qual è la situazione amianto nella nostra Regione?

L’Arpa dell’Emilia Romagna tiene periodicamente aggiornata la lista degli edifici pubblici, o ad uso pubblico, nei quali risulta la presenza di cemento-amianto o di vinil-amianto. I luoghi non ancora bonificati sono, secondo l’ultimo aggiornamento, 576, sui 1198 mappati all’avvio del progetto, nel 2004; ma da questo calcolo, evidentemente, rimangono esclusi moltissimi altri edifici, nei quali l’amianto c’è, ma nessuno ne ha finora rilevato e denunciato la presenza. Oggi che la pericolosità estrema dell’amianto per la salute è stata ampiamente dimostrata, resta il problema della bonifica di così tanti edifici pubblici e privati. Bonifica che può avvenire tramite tre diverse procedure:

-l’incapsulamento, attraverso il quale si ricopre il materiale pericoloso con prodotti (vernice o colla apposite) che bloccano il deterioramento e lo sbriciolamento;

-il confinamento, con cui si installano delle barriere che isolano il materiale dall’ambiente;

-la rimozione, cioè l’eliminazione vera e propria del manufatto contenente amianto.

 

Relativamente al terzo tipo di procedimento, il privato cittadino che volesse rimuovere dei manufatti in amianto dal proprio capannone o dalla propria casa, ad esempio, si troverebbe davanti diverse problematiche di tipo burocratico ed economico. Innanzitutto, occorre sottolineare che chiunque si accorga di avere in casa dell’amianto, o sospetto tale, è tenuto a comunicarlo all’AUSL, e procedere alla bonifica; in caso contrario, si può incorrere in una sanzione di 18.076 €. La rimozione dell’amianto deve essere effettuata da una ditta specializzata, che si incarica anche dello smaltimento in discariche apposite e della modulistica da presentare all’AUSL ed al gestore territoriale del servizio rifiuti; i costi sono piuttosto elevati per un privato, si arrivano a spendere intorno ai 60 € per metro quadrato da rimuovere. Esistono modesti incentivi statali, ma vengono concessi solo se contestualmente alla rimozione vengono installati impianti fotovoltaici. Inoltre, esistono contributi della Regione Emilia Romagna, che per il prossimo anno ha deciso lo stanziamento di 13 milioni di Euro alle imprese che vogliano rimuovere l’amianto e installare pannelli solari.

 

Le politiche sulla bonifica da amianto variano comunque da regione a regione, e addirittura tra le province. Ad esempio, mentre nella maggior parte delle regioni la rimozione deve essere effettuata esclusivamente da ditte apposite, nella Provincia di Modena anche i privati cittadini possono rimuovere in modo autonomo piccoli manufatti contenenti amianto; ma solo a condizione di rispettare un preciso iter, consultabile sul sito internet dell’ARPA. Il procedimento è piuttosto complesso, sia dal punto di vista burocratico (è necessario compilare diversi moduli da consegnare all’AUSL, e contattare il gestore del servizio rifiuti), che dal punto di vista del trattamento del manufatto, procedura per la quale servono strumenti e materiali che sicuramente non tutti hanno in casa. Questa possibilità che viene lasciata ai cittadini lascia un po’ di perplessità, soprattutto considerando la pericolosità del cemento-amianto nel momento in cui viene maneggiato, e la crisi economica attuale, che potrebbe spingere qualcuno a rinunciare a chiamare una ditta specializzata per paura di trovarsi a fronteggiare costi troppo elevati, e ad azzardare un intervento “casalingo” che, se non accurato, può causare più danni che benefici; senza contare che probabilmente la maggior parte delle persone non si accollerebbe nemmeno un compito del genere. L’unica soluzione appare una maggiore diffusione di informazione sul tema, finora poco sentito, ed un aumento degli incentivi economici per la bonifica, coniugata con lo sviluppo delle energie rinnovabili nella forma dell’installazione di pannelli fotovoltaici, così come si sta già facendo, ma in modo molto più forte e capillare fra la popolazione.

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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