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35 mm d’acqua. Il mare di celluloide

di Massimo Guadrini

 

 

Nel cinema, a più riprese, si è raccontato di avventure marinare. Solo prendendo spunto dal tragico affondamento del Titanic (di cui ricorrerà il centenario tra pochi giorni), sono stati tratti ben 18 film, più o meno fedeli alla storia originale. In essi, secondo gli anni in cui sono stati girati, sono state adottate tecniche di ripresa più o meno efficaci per rendere verosimili le immagini. Ad esempio, per il Titanic del 1953, diretto da Jean Negulesco e prodotto dal grande Charles Brackett (che fu, tra le altre cose, anche sceneggiatore di Viale del tramonto, del quale ho già scritto in precedenza), non venne girata nemmeno una ripresa sul mare vero e proprio e, in generale, anche la sola rappresentazione del mare è ben poco presente. Per la stragrande maggioranza, infatti, le scene si svolgono all’interno del transatlantico, mentre quelle relative all’abbandono della nave furono girate in una grande vasca situata all’esterno degli studi cinematografici della 20th Century Fox.

 

Pochi anni dopo fu la volta di un altro film sulla medesima storia: Titanic, latitudine 41 nord (A Night to Remember). Il regista fu Roy Ward Baker ed il produttore William MacQuitty. Questo film, a differenza del precedente e di quasi tutti gli altri che si sono succeduti nel tempo, fu un docu-drama, cioè un documentario le cui immagini non sono riprese dal vero ma ricostruite tenendo presente soprattutto la veridicità storica degli eventi. Non c’era, quindi, alcuna storia romantica. La nave fu in buona parte ricostruita in studio (il film fu girato in Inghilterra, a differenza del precedente, interamente americano) sulla base dei progetti originali del transatlantico. Furono trovate delle vere scialuppe in tutto identiche a quelle imbarcate sul Titanic recuperandole da un’altra nave, la Franconia, prima che questa fosse demolita e fu ricostruita quella che, dopo l’affondamento, comandò il secondo ufficiale.

 

 

Ma le scene “marine” dell’abbandono nave, dato che non esisteva una vasca d’acqua di sufficienti dimensioni presso i Pinewood Studios, furono girate non nell’acqua salata, bensì in quella dolce del Ruislip Lido, un bacino artificiale grande come un piccolo lago, a nord-ovest di Londra. Dato che la maggior parte delle scene successive all’impatto con l’iceberg si svolsero di notte, anche nella ricostruzione gli attori dovettero buttarsi nell’acqua gelida, alle due di notte del novembre 1957. Kenneth More, che interpretò Charles Lightoller, secondo ufficiale a bordo del Titanic (e che durante la seconda guerra mondiale aveva prestato servizio proprio in marina), cercò di dare il buon esempio a chi non si voleva buttare. Si ricorderà per tutta la vita l’esperienza, tanto che nella sua autobiografia scrisse: « Io saltai. Non avevo mai provato così tanto freddo in vita mia. Fu come saltare in un profondo freddo. Lo shock non mi permetteva di respirare. Il mio cuore sembrò fermarsi. Mi sentivo soffocare, impossibilitato a pensare. Avevo il “rigor mortis” senza essere morto. Poi riemersi, sputai fuori l’acqua sporca e, boccheggiando, ritrovai la mia voce. ‘Fermi!’ urlavo. ‘Non ascoltatemi! È maledettamente orrendo! Restate dove siete! Ma era troppo tardi… ». Evidentemente allora il mare “di celluloide” poteva essere inclemente quasi quanto quello vero.

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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