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Il castello di Calatubo ad Alcamo: una morte lenta e indegna

di Anna Pedroni

 

 

Maltrattato e violentato: ecco come si potrebbe definire oggi il castello di Calatubo, appartenente al comune di Alcamo, in provincia di Trapani.

L’ho conosciuto quasi per caso, percorrendo in macchina l’autostrada che da Palermo porta a Mazara del Vallo; le rovine del castello si ergevano sopra una collinetta, in posizione elevata rispetto al territorio circostante.

 

Le sue condizioni, che avevo intuito non essere particolarmente felici, si sono rivelate addirittura disastrose. Incuriosita dalla sua struttura e dalla posizione strategica, sono andata a cercare qualche notizia in più. Non è difficile reperire, anche nel web, informazioni mentre quello che è più difficile fare, è accettare uno stato di cose che è riduttivo definire scandaloso.

 

L’esistenza del castello è attestata già nel 1093, quando il conte Ruggero sposta i confini della nuova diocesi di Mazara; il maniero è citato tra le fortezze che appartengono al nuovo vescovado.

A metà del XII secolo, quando il geografo musulmano Edrisi parla della Sicilia sotto il regno di Guglielmo il Buono, il castello è descritto come una fortezza, intorno alla quale stava un villaggio che si occupava dell’estrazione di pietre da mulino. La notizia è confermata anche da recenti scavi che hanno portato alla luce parte delle antiche cave, lungo il letto del torrente Finocchio.

Il villaggio viene poi abbandonato e Calatubo dismette il ruolo di punto militarmente strategico per diventare una masseria.

Le sue condizioni di conservazione sono discrete fino agli anni Sessanta, nonostante invadenti ristrutturazioni che hanno anche parzialmente cambiato l’aspetto originario del maniero.

Dopodiché cala il sipario tra oblio, trascuratezza, maltrattamenti.

 

La resistenza secolare del castello è stata messa a dura prova dall’abbandono e dal terremoto che nel 1968 ha sconvolto la Sicilia. Come se non bastasse, un pastore ha ben pensato di trasformare quello che rimaneva dell’antica gloria arabo-normanna in un ovile. Avete capito bene: il castello di Calatubo ha ospitato per anni non ricchi signori, non proprietari terrieri o benestanti possidenti, bensì pecore! Stupiti? Aggiungete anche l’opera disastrosa degli scavatori di frodo – talvolta muniti di vere e proprie scavatrici – interessati ai reperti archeologici che nella zona abbondano, vista anche la presenza di un’antica necropoli. Il quadro è completo.

 

 

 

Calatubo sta agonizzando, soffocato da una burocrazia che non riesce a trovare soluzioni al problema del degrado e non sa imporre il recupero di un bene culturale che potrebbe essere una punta di diamante per il territorio trapanese.

L’immobilità dei processi burocratici non corrisponde alla continua lotta di cittadini siciliani – alcamesi e non – che non accettano di vedere sgretolarsi pian piano quello che potrebbe essere un simbolo della città. Tra questi cittadini, che ogni giorno combattono per essere ascoltati e far valere le ragioni di un immediato intervento – ora più che mai indispensabile – c’è l’alcamese Baldassare Carollo. Insegnate di Lettere all’Istituto Alberghiero di Balestrate e giornalista pubblicista, mi ha fornito un punto di vista dall’interno, il punto di vista di chi il problema lo conosce bene e lo vede ogni giorno.

 

D: Cosa rappresenta – o rappresenterebbe – il castello di Calatubo per il territorio trapanese?

R: Il castello di Calatubo rappresenta – e rappresenterebbe maggiormente se fosse restaurato – la porta d’ingresso, posto com’è al confine con la provincia di Palermo e con una suggestiva visuale sull’autostrada che da Palermo porta a Trapani. E’ una pagina significativa della storia locale con una continuità di insediamenti, dalla preistoria ai nostri tempi.

 

D: La storia del castello è stata ricostruita dall’architetto Di Liberto, ed è nota. Il problema dell’abbandono e del degrado, invece, è altrettanto noto?

R: Il problema è stato da me più volte sollevato in diversi articoli, ed è stato anche oggetto di una campagna di Legambiente denominata Salvalarte.

 

D: Quali sono attualmente le condizioni del maniero?

R: Sono di degrado completo, nonostante il comune di Alcamo, a seguito di sensibilizzazioni e denunce giornalistiche si sia mosso a comprare l’area dai privati e a mettere dei cartelli di pericolo. Dice il Sindaco Giacomo Scala che ci sarebbe in cantiere un progetto di restauro, ma la notizia è da verificare.

 

D: Perché chi dovrebbe occuparsi di questi problemi gira lo sguardo dall’altra parte?

R: La noncuranza è dettata spesso da ignoranza e disinteresse della storia, spesso da incapacità di fare politica, spesso per penuria di mezzi rispetto alle necessità del territorio. Spesso perché i politici sono interessati a facili arrampicate sociali e di potere e poco si curano delle priorità culturali.

 

D: Il comune di Alcamo ha acquistato il castello nel 2007 dai privati che lo possedevano: da allora sono stati fatti interventi?

R: Non sono stati fatti interventi se non per l’illuminazione, la messa nel terreno di tre bandiere (siciliana, europea, italiana) e un cartello di pericolo.

 

D: E i lavori di restauro? Sono stati programmati, inizieranno?

R: I lavori di restauro – a detta del sindaco Scala – sarebbero già stati progettati ed approvati. Temo che, come spesso accade, i tempi di attuazione, se anche si verificasse l’effettiva verità dei progetti approvati, potrebbero essere biblici, e in ogni caso sono già tardivi in modo devastante perché il Castello in parte è già caduto in pezzi e continua a crollare.

 

D: Perché non occuparsi di un monumento che potrebbe essere fonte di ricchezza e lavoro per molte persone?

R: Perché i sindaci, i politici, gli enti preposti, i cittadini stessi sono stati incapaci di comprendere, amare, lottare, trovare soluzioni tecniche per i finanziamenti. Il perché più profondo sta nella non preparazione delle classi politiche che sono state nel tempo tanto incolte quanto rapaci e avide.

 

Il castello di Calatubo, insomma, aspetta ancora; e mentre aspetta qualche intervento che lo strappi da un destino che sembra segnato, continua ad agonizzare e sgretolarsi, dopo essere stato prima barbaramente saccheggiato e poi tristemente dimenticato.

Circa l'autore

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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