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Itininerari: verso Riga alla Collina delle Croci

di Giulia Rossi 

 

 

Novembre 2011, strada E77. Il tragitto da Kaunas a Riga è monotono: il paesaggio fuori dal finestrino dell’auto è tutto uguale: campi sterminati, case diroccate, stazioni semideserte e ancora campi. Poi, ad un tratto, nei pressi di Šiauliai, avvistiamo qualcosa: da lontano sembra un cimitero. Uno di quelli appartenenti ad un tempo passato, in cui per dare una dignitosa sepoltura a un uomo, bastavano una fossa, un po’ di terra per ricoprirla e una croce sopra. Ma, avvicinandoci, capiamo che non è così. Ci siamo sbagliati. Non si tratta di un cimitero ma al contrario di un luogo in cui le idee e le speranze delle persone non sono mai morte. Incuriositi, decidiamo di fare una sosta. Il freddo dell’inverno lituano penetra nelle ossa. Il vento soffia ad una velocità sorprendente: non ci sono ostacoli al suo vagare, poiché la Lituania è particolarmente pianeggiante. Sfidarlo diventa quasi impossibile. Ma sembra ne valga la pena. Parcheggiamo la macchina e ci incamminiamo verso l’ingresso di questo luogo che sembra dimenticato dall’umanità. Davanti a noi una piccola collinetta su cui sono state piantate, con il passare degli anni, oltre 60mila croci. Un numero che fa paura così come il tintinnio inquietante che fanno i crocifissi, scossi dal vento, sotto le nuvole grigie e il buio che inizia a calare, nonostante siano solo le 15.30. Uno scenario da Golgota.

Ci incamminiamo tra i sentieri fangosi che qua e là sono disposti in mezzo ai crocifissi: ci sono croci di ogni forma e dimensione, di legno, di ferro, grandi, medie, piccole, colorate, disegnate. Ognuna con una storia, ognuna con una personalità, ognuna con una motivazione. Sono tutte ammassate. Centimetro dopo centimetro. Appoggiate a loro: rosari, statuette commemorative, una coroncina di fiori finti.

 

 

Ci avviciniamo ad una bancarella che vende paramenti sacri. Uno degli ambulanti, incappucciato per tentare di soccombere al vento, in un inglese stiracchiato, ci spiega che questa kryžių kalnas rappresenta la testimonianza di fede di oltre il 78% dei lituani che oggi come due secoli fa non hanno mai smesso di credere in Cristo.

Ma qual è la storia che si cela dietro questa collina? I primi crocifissi vennero piantati dalla popolazione lituana nel 1831, in segno di protesta contro lo zar. Ma se nel XIX secolo le croci erano 150, nel 1914 erano già 200, migliaia nel 1940. Il fenomeno però prenderà piede nella portata che conosciamo oggi durante l’epoca comunista, macchiata irrimediabilmente da persecuzioni cruente nei confronti dei cattolici. Sì, perché “l’uomo nuovo” comunista doveva essere ateo e disprezzare la religione, considerata una forma di debolezza sociale. Chi non andava in questa direzione era considerato colpevole e quindi perseguibile.

Ma i credenti non ci stanno. In silenzio, decidono che la fede è più importante della loro vita. Vogliono combattere per la libertà di professare il proprio Credo senza essere ostacolati e, al contempo, ricordare chi è morto per le proprie convinzioni. Così, i lituani iniziano a piantare sulla stessa collina, una dopo l’altra delle croci, simbolo della Cristianità e di chi, come loro, ha patito il martirio, il dolore e l’umiliazione.

 

 

Per tre volte la polizia sovietica tenta di mettere a tacere lo spirito di fede dei lituani: bruciando, fondendo e radendo al suolo con delle ruspe i crocifissi, prima nel 1961, poi nel 1973 e in ultimo del 1975.

Fu solo con il crollo dell’Urss che questo luogo di culto fu lasciato finalmente riposare in pace. A dare a Šiauliai la sua benedizione, il 7 settembre del 1993 venne in visita al kryžių kalnas Giovanni Paolo II che la definì “l’araba fenice della coscienza lituana”.

Oggi la Collina delle Croci è diventata patrimonio dell’Unesco e conta oltre 60mila crocifissi ma il numero è destinato a crescere, perché tutti i turisti che hanno occasione di passare per l’E77, spesso si fermano in questa terra di tutti e di nessuno, catturati da un paesaggio insolito, curioso e al contempo agghiacciante. Parcheggiano la macchina, sfidano il vento, si fermano a comprare una croce nei banchetti vicino alla collina e la piantano nella terra, regalando così a quel logo sacro la possibilità di continuare a mutare il suo aspetto in segno di un’idea mai tramontata.

 

 

 

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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