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Come ricavare l’acqua… anche dall’aria

di  Daniela Asaro Romanoff

 

 

E’ possibile ricavare acqua potabile dalle piante? Assolutamente sì. Questo è un argomento assai attuale. Soprattutto in primavera ed estate vengono organizzate tante escursioni, che suscitano molto entusiasmo non solo tra i giovanissimi. E’ importante scegliere percorsi che non siano estremamente difficili ed è altrettanto importante affrontarli con la massima prudenza.

 

Se qualche escursionista temerario è intenzionato a mettersi alla prova nei deserti australiani, potrebbe trovare anche più di 50 litri di acqua all’interno di un cactus. Il 90% della pianta è costituito d’acqua, ma non è sufficiente operare delle incisioni per avere il prezioso elemento. I nativi hanno solitamente sempre adoperato questa tecnica: rimossa la parte esterna, va estratta la polpa, che deve essere più volte schiacciata con una pietra. Il liquido che si ottiene dà grande sollievo ma assai spesso ha un sapore sgradevole ed è viscoso.

 

Avendo a disposizione più tempo e trovandosi in posti un po’ meno desertici, con più vegetazione, si può inserire un ramo con parecchie foglie in un sacchetto di nylon. Il sacchetto va chiuso con cura e si espone il tutto al sole. Utilizzando le radici, la pianta trarrà l’acqua dal sottosuolo e, per capillarità, il liquido verrà condotto fino alle foglie. Attraverso gli stomi l’acqua verrà rilasciata nel sacchetto. Nel sacchetto la temperatura sarà più calda rispetto all’esterno, quindi il vapore condenserà. Questo metodo per ottenere l’acqua è riportato dai manuali di sopravvivenza dell’esercito statunitense. L’acqua è filtrata all’interno dell’albero, pertanto è pura.

 

Trovandosi in condizioni di estremo bisogno (per escursionismo o per disavventura) vanno considerati molti altri modi e metodi per procurarsi l’acqua.

 

L’acqua piovana è una buona fonte per approvvigionarsi dell’essenziale elemento per la sopravvivenza. Se si è in zone in cui il clima concede giornate molto calde e notti assai fredde va tenuta presente la rugiada. Quando si condensa si può raccogliere la rugiada con un tessuto che si può strizzare oppure succhiare sulla stoffa umida.

 

Anche l’acqua di mare, se consumata opportunamente, può essere utile per la sopravvivenza. Il dott. Bombard, che ha scritto un libro ‘Il naufrago volontario’ presenta nella sua pubblicazione una tecnica per sopravvivere addirittura per 15 giorni assumendo acqua marina. Si tratta di bere l’acqua salata alternandola con l’acqua dolce. Il dottor Bombard consiglia, nel suo libro, di bere mezzo litro di acqua marina al giorno, suddividendo la quantità in più bevute. Si può proseguire così per cinque giorni. Poi per due giorni si deve bere acqua dolce che il dottor Bombard insegna a ricavare dai pesci. Quanto è stato scritto nel libro è stato anche sperimentato e il medico non ha riportato né danni renali né disidratazione.

 

Ricavare l’acqua dall’aria sembrerebbe impossibile. Invece l’atmosfera può venir considerata come un immenso serbatoio d’acqua, ovviamente questa realtà sarebbe provvidenziale in un deserto.

 

L’idea nacque nella Defense Advanced Research Projects Agency del Pentagono, affinché le truppe americane, impegnate in zone desertiche come l’Iraq, potessero avere delle risorse idriche. Vennero investite ingenti quantità di denaro per la ricerca. Fu, però, l’ ‘Acqua Sciences’ che sviluppò e mise in commercio per conto proprio un dispositivo funzionale anche nelle terre più aride. C’è molto riserbo in merito a questo dispositivo, ma qualcosa è trapelato. I ricercatori dell’ ‘Acqua Sciences’ hanno cercato di imitare la natura, utilizzando il sale per estrarre l’acqua dall’aria. Allo stesso tempo il sale è un elemento di decontaminazione.

 

Dobbiamo tener presente che il sistema per estrarre acqua dall’atmosfera è stato studiato anche nell’antichità. Durante alcuni scavi archeologici (1900-1903) si scoprì che già nel 500 d.C., in una cittadina bizantina, Teodosia, si utilizzava un sistema di stagni di rugiada, alti 13 metri e con una superficie di 30 metri quadrati. Tale sistema produceva 53.000 litri di acqua al giorno.

 

Gli studi, per quanto concerne gli stagni di rugiada, vennero poi per lungo tempo abbandonati. Questi stagni, conosciuti fin dai tempi preistorici, venivano preparati con cura e abilità. Si scavava nel terreno un buco abbastanza ampio e lo si ricopriva con uno strato di paglia secca. La paglia veniva coperta di argilla, a sua volta la superficie dell’argilla veniva coperta da pietre.

 

Uno stagno così costruito si può riempire di molta acqua, anche in assenza di piogge. Durante la giornata il terreno accumula calore, lo stagno, protetto dallo strato non conduttivo di paglia viene nel contempo raffreddato dall’evaporazione dello strato di argilla. Durante la notte l’aria calda si condensa sulla superficie di argilla fredda. La condensazione è maggiore dell’evaporazione. Notte dopo notte lo stagno si riempie d’acqua.Queste tecniche di costruzione degli stagni di rugiada venivano illustrate in un libro, scritto da Arthur J. Hubbard, pubblicato nel 1907.

 

Nel maggio 1934 ulteriori dati venivano forniti da ‘Scientific American’. Nel XX secolo vari tipi di stagni di rugiada e strumenti per ricavare l’acqua dall’aria sono stati messi a punto. Vanno ricordati scienziati e ricercatori come Russel e Knapen.

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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