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Ken Saro e l’oro nero. Un disastro annunciato

di Giovanna Pavesi 

 

 

Nel novembre del 1995, in Nigeria, si compie l’esecuzione di uno dei più importanti scrittori che l’Africa e il mondo abbiano mai conosciuto: Ken Saro-Wiwa. Sguardo delicato, sorriso aggraziato, un po’ di barba e un’espressione del volto buona e orgogliosa: è questo Ken Saro. Per la sua impiccagione vengono chiamati boia che non uccidono da anni. Servono cinque tentativi, a causa di un nodo difettoso nel cappio, per ucciderlo. L’agonia è diventata più insopportabile della morte.

Ken Saro-Wiwa è il primo a portare nelle case di tutto il mondo il dramma dei bambini soldato, la guerra del Biafra e la questione del petrolio. Racconta di un’Africa violentata dalle grandi multinazionali, dalle lacerazioni delle guerre civili e dallo sfruttamento.

Abile scrittore conosciuto in tutto il mondo, ma soprattutto, molto noto in Nigeria, pone al centro della sua scrittura l’assoluta necessità di raccontare ciò che sta accadendo al Delta del Niger, chiamando in causa una delle multinazionali più potenti del mondo, considerata la diretta responsabile di un vero e proprio “genocidio” ambientale: la anglo-olandese Shell. Ken Saro pone da subito al centro della sua battaglia letteraria, intellettuale e politica il petrolio. Ken spaventa il potere, terrorizza questa grande multinazionale, perché le sue parole sono taglienti come lame e descrivono nel dettaglio, una spietata speculazione a danno delle popolazioni del Delta del Niger.

 

 

Nel 1996 negli Stati Uniti, una donna, Jenny Green, decide così di dichiarare guerra alla compagnia petrolifera che si è resa responsabile della morte di Ken Saro-Wiwa e di altri intellettuali-attivisti nigeriani.

E’ un avvocato del Center For Constitutional Rights di New York e fa appello ad una legge che permette di poter processare un’azienda in America anche se non americana. Avendo mercato negli Stati Uniti, la Shell deve rendere conto alle leggi americane. Chiamata in tribunale, deve rispondere della morte del più famoso attivista africano fatto giustiziare appena un anno prima. L’accusa: aver fatto pressioni al governo nigeriano per eliminare il disturbo mediatico principale. Uno scrittore. Un africano che parla. Che racconta frammenti di vita. Che descrive con le parole il calore sprigionato dal gas che viene rilasciato durante l’estrazione del petrolio e che viene lasciato bruciare invece di essere a beneficio della popolazione. Racconta l’inquinamento, la miseria, la povertà.

La Shell evita il giudizio patteggiando 15 milioni di dollari per “aggirare” la sentenza. Per la prima volta nella storia contemporanea, una multinazionale è costretta ad “inchinarsi” di fronte ad una causa umanitaria: mai nessuno prima riesce in questa impresa.

 

 

A 17 anni dalla morte, Amnesty International decide di ricordare l’assassinio di Ken Saro-Wiwa e lo spietato sfruttamento dei territori nigeriani, attraverso una significativa campagna per i diritti umani: una maratona dal 21 al 29 aprile. Con la campagna “SHELL Own Up. Pay Up. Clean Up” si chiede alla Shell di “Confessare. Saldare il debito. Ripulire”. Da decenni, l’inquinamento causato dalle aziende petrolifere è uno dei maggiori problemi nel Delta del Niger. Fuoriuscite, sversamento di rifiuti e gas flaring hanno danneggiato il suolo, l’acqua e l’aria; hanno messo a rischio  la vita delle persone e il loro diritto alla salute, al cibo e all’acqua pulita, distruggendo i principali mezzi di sostentamento. L’impatto devastante dell’inquinamento sul territorio dell’Ogoniland, nella regione del Delta del Niger, è stato denunciato anche da un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) pubblicato ad agosto 2011 e basato su due anni di approfondite ricerche scientificheLa Shell gestisce una rete di 6000 km di condutture lungo il Delta del fiume Niger. Malgrado le ingenti risorse di combustibile fossile, la maggior parte dei villaggi ancora oggi accede con molta difficoltà alla rete elettrica e a quella del gas. I problemi legati all’inquinamento delle zone, si intrecciano alle denunce da parte degli abitanti dei villaggi che raramente vengono ascoltate: a Iwhrekan, la manioca viene asciugata con il calore della torcia di gas della Shell; questa torcia continua a bruciare sebbene qualche anno fa gli abitanti abbiano ottenuto una sentenza che obbliga Shell a spegnerla. Quando piove, le continue perdite dalle condutture Shell, fanno sì che il petrolio si riversi nell’acqua dei fiumi, rendendola molto inquinata.

 

 

L’inquinamento da petrolio ha vanificato molti degli investimenti dei pescatori della zona. Tra il 1997 e il 2006 gli impianti Shell hanno fatto registrare una media di 250 perdite di petrolio all’anno a causa di cattiva manutenzione, errore umano e sabotaggi.

Il gas, rilasciato durante l’estrazione, viene lasciato bruciare e l’inquinamento che ne deriva danneggia la salute degli abitanti e contribuisce ai cambiamenti climatici globali quanto 18milioni di auto europee.

 

 

Di Ken Saro rimane lo splendido sorriso e i suoi libri. In carcere, poco prima di essere ammazzato scrive: “Quello che più mi fa soffrire non è la fame, non sono i pugni che mi danno, non è il freddo, non è l’isolamento, non è neanche il fatto di non poter sapere se avrò un processo. Quello che mi fa male è sapere che tutto questo non si saprà, è sapere che tutto questo sarà vano.” A Ken Saro il mondo deve questo: avere sete di sapere, capire che cosa sta succedendo e non dimenticare che dietro ad ogni oggetto del quotidiano forse c’è un prezzo molto alto.

 

 

Ken Saro-Wiwa fu l’autore-produttore della prima sit-com africana. Si chiamava “Basì and Company” e veicolava storie ad un grande pubblico. Un episodio si intitolava “Deadmen don’t bite”, che significa “Gli uomini morti non mordono”. Non è così. Quelli come lui mordono. Sempre.

 

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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