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Sobrietà, sostenibilità, bene comune. Un’insostenibile abuso verbale

 


Ecologia delle parole. Che distende un manto verde sul linguaggio quotidiano. Spesso insopportabile, ma talvolta divertente. Come ad esempio quando l’indulgenza a una narratività ispirata dalla green economy producono battute felici. Come il “sobriettino” che  pone fine alle cene del  premier Monti. Giusto per evocare la parola (sobrio/sobrietà su cui tornerò) che per frequenza d’uso comincia a essere insopportabile. Anzi non più sostenibile.  Per arrivare al primo termine, sostenibilità,  per il quale andrebbe chiesto – come si invocava anni  fa per gli esperimenti nucleari- una moratoria. Per 3 anni nessuno la potrà più usare. Anche perchè, a ben vedere e più seriamente, anziché invocare usi/consumi “sostenibili” avrebbe più senso chiedersi quanta insostenibilità sia ancora tollerabile. Di sostenibile ( si tratti del debito, dell’inquinamento o dello sfruttamento di risorse naturali), infatti, non c’è più nulla. Tutto o quasi è fuori limite o in forte deficit. Dunque perché invocare sostenibilità quando sarebbe più realistico e produttivo chiedersi quanti comportamenti/pratiche dannosi e nocivi per l’ambiente come per le persone e le relazioni sociali, cioè insostenibili, possiamo ulteriormente sopportare.  Per non collassare, esplodere, dichiarare default ( altra parola topica). I limiti dello sviluppo ( perlomeno di questo tipo di sviluppo) sono ormai stati ampiamente superati. Talchè  anziché continuare a evocarli ( a vuoto) sarebbe di gran lunga meglio capovolgere  i termini di confronto e raffronto. Perché assai più dirompente di quanto si possa credere. Dal momento che siamo di fronte a trasformazioni epocali e, come ha scritto Alexander Mitserlich  a proposito dell’inospitalità delle città contemporanee, “ le cose cominciano a cambiare quando si cambia atteggiamento”. Uno smette davvero di fumare,  bere o  giocare d’azzardo nel momento in cui si convince che vuole. Non che dovrebbe o che sarebbe bene.


  Resta da aggiungere che uno dei più stucchevoli usi del concetto di sostenibilità è la moda, diventata mania quasi persecutoria nei confronti del pubblico e dei consumatori, di scrivere ( nel biglietto ferroviario come sullo scontrino di cassa) quanta CO2 si è risparmiata, non andando in macchina o scegliendo una bottiglia di vetro anziché di plastica. Naturalmente non so se sia questo il modo (comunicativo) migliore per incentivare le best practices ( di fatto l’anglismo oggi più gettonato quando si vuole comunicare che si è molto informati sulla materia su cui si sta disquisendo). E’ certo  però che il sentimento che attualmente condiziona di più il nostro vocabolario quotidiano è l’afflato ecologico  del quale si diceva all’inizio e che emerge anche in parole come tracciabilità o mobilità, che ormai o è dolce o non è. Ma che ha  la sua massima espressione nel bene comune : un concetto vaghissmo, ma che dalla vittoria alle scorse amministrative di De Magistris a Napoli e del referendum contro la privatizzazione dell’acqua è ora diventato in molte zone d’Italia nome proprio di liste civiche e apparentamenti di sinistra. Ciò che colpisce però di questo forte richiamo al bene comune, è  l’ implicita denuncia che esso contiene nei confronti  del deterioramento fortissimo che nell’ultimo ventennio ha subito in Italia tutto ciò che è pubblico, collettivo:  diventato, proprio per sfruttamento eccessivo e doloso, scarso e di cattiva qualità ( l’acqua, appunto, ma anche l’aria, il verde, il paesaggio, gli spazi urbani).


  Si può però osservare come in queste parole feticcio si manifesti un’assoluta e totale domanda di normalità. Quasi che, come in realtà  è, gli eccessi conclamati e normalizzati, per cui ad esempio tutto è ormai eccezionale, straordinario, ma con tendenza a lievitare ( se è vero, per fare due esempi, che super internet è diventato anche unlimited, come il gelato Magnum che ha aggiunto “Infinity”), alimentassero nello stesso tempo una grande voglia di normalità. E qui la conferma viene proprio dalla parola sobrietà, il cui abuso (verbale) è inversamente proporzionale alla sua scarsità reale.  Soprattutto in politica dove, quanto più la scoperta di malaffare e truffe si intensifica e allarga a tutti gli  schieramenti, tanto più l’invocazione di partiti e leader sobri si impone e avanza sulla stampa come nel senso comune. Tutti però dimentichi che, alla lettera, è sobrio chi non beve. E dunque la massima rivendicazione (politica) s’applica a quel che dovrebbe essere ( ed è ) il minimo. Anche se non ne abbiamo più contezza. Cioè una precondizione, ben prima e ben più che una qualità intrinseca o una caratteristica da esaltare. E’ così che la richiesta di politici “sobri” prima che “tecnici”, ossia competenti, ( altro prerequisito, se vivessimo tempi davvero normali) indirettamente conferma che la situazione attuale del paese continua a essere straordinaria, compromessa  e ad alto  rischio. Se va avanti così, presto insostenibile.

Circa l'autore

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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