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Lo spreco invisibile

di Valentina Fiume

 

 

L’acqua utilizzata per la produzione di beni di consumo e per la commercializzazione degli stessi ha un peso imponente nel bilancio dei consumi idrici mondiali. Insieme a quella usufruita nelle abitazioni per l’igiene personale e le faccende domestiche, infatti, l’acqua “nascosta” consumata sul pianeta terra dalla lavorazione agricola e da quella industriale rappresenta la nostra “impronta idrica”, un indicatore che misura l’impatto ambientale sulle risorse idrogeologiche che comporta il nostro stile di vita.

Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Twente ( paesi Bassi ) ha rilevato la quantità di acqua utilizzata per produrre ed esportare beni di consumo da un paese all’altro nel periodo compreso tra il 1996 e il 2005, il decennio sul quale si è in possesso di dati più aggiornati.

Le impronte idriche derivate dalla lavorazione dei prodotti dei quali usufruiamo sono state suddivise in tre categorie, ognuna con un colore diverso : la verde, la blu e la grigia.

La prima, “impronta idrica verde”, rappresenta il volume d’acqua piovana che evapora durante la produzione e, quindi, l’acqua immagazzinata dal suolo che evapora dagli appezzamenti delle coltivazioni agricole; la seconda, “impronta idrica blu”, si riferisce al volume d’acqua prelevato dalla superficie o dalle falde acquifere, utilizzato ma non restituito, e quindi, nel caso dei prodotti agìricoli, all’acqua utilizzata per l’irrigazione; l’ultima, “l’impronta idrica grigia”, è il volume necessario a diluire le sostanze inquinanti rilasciate durante i processi produttivi.

Nella decade presa in considerazione, l’impronta idrica umana è stata pari a 9087 miliardi di metri cubi, dei quali il 74% è di acqua piovana, l’11% di falda o di superficie e il rimanente 15% di acqua inquinata. La sola produzione agricola ricopre il 92% dei consumi globali, quella industriale il 4,4% e quella domestica il 3,6%. I prodotti alimentari che richiedono più acqua sono i cereali ( 27% ), seguiti da carne ( 22% ) e latticini ( 7% ). Dunque, le diverse impronte idriche dipendono naturalmente dalle diverse abitudini alimentari di ogni nazione.

Ma anche i prodotti destinati all’esportazione incidono sui consumi idrici globali. Circa tre quarti dei flussi d’acua “virtuale” dissipati durante l’esportazione o l’importazione di merci è collegata alla commercializzazione di prodotti agricoli, industriali o carni bovine. Tra gli esportatori di acqua virtuale primeggiano Stati Uniti, Cina, India, Brasile, Argentina e Canada; tra gli importatoti, invece, figurano ancora gli Stati Uniti seguiti da Giappone, Germania, Cina, Italia, Messico e Francia.

Fino al giorno d’oggi i vari governi si sono preoccupati di realizzare piani idrici nazionali che tenessero conto solo dei consumi d’acqua interna. Includere, invece, anche i volumi d’acqua “nascosti”, coinvolti nell’import-export, può aiutare i singoli paesi a ragionare sugli scambi economici anche in base alle disponibilità idriche nazionali. Infine, inoltre, la conoscenza dei rapporti di dipendenza idrica di un paese nei confronti di un altro, aiuterebbe a costruire un’ importante autosufficienza alimentare nazionale.

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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