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A settembre a Beslan fa molto caldo

di Giovanna Pavesi

 

 

 

A Beslan a settembre fa molto caldo. Un caldo soffocante. Settembre, come in molti altri luoghi del mondo, arriva in Ossezia per scandire i tempi: la scuola, il lavoro, le abitudini. I bambini sono abituati a sedersi ai banchi di scuola mentre fuori fa caldissimo e si respira l’odore dell’umidità. L’aria è pesante, ma la prima campanella è una cerimonia alla quale nessuno vuole mancare.

Le famiglie si preparano perché, per tradizione, questa cerimonia oltre a segnare l’inizio di un nuovo anno scolastico, fa proprio parte della cultura popolare caucasica. Si tratta di una sorta di rito popolare: il più grande allievo dell’ultimo anno di scuola, accompagna sulle spalle il più piccolo che frequenta il primo anno e gli fa suonare la campanella. Le famiglie sono pronte e si recano nella scuola Numero 1 di Beslan. Sono presenti tutti: i nonni, i piccoli, gli adolescenti, i neonati. Generazioni che si guardano negli occhi mentre la cerimonia d’apertura dell’anno scolastico, ha inizio in un mattino qualunque di un settembre qualunque. Il 1° settembre 2004 però, a Beslan, non è un giorno qualunque. Il rito della prima campanella viene bruscamente interrotto da qualcosa di tetro. Si sentono passi, urla. Qualcosa di inquietante interrompe la normale discesa delle scale dei bambini della scuola. I bambini vedono uomini mascherati, persone con il volto nascosto. Si vedono soltanto gli occhi.

Le persone presenti nella scuola sono costrette a scendere velocemente le scale e hanno l’obbligo di radunarsi in palestra, senza domandare. Non si parla, si scendono le scale in un silenzio irreale. Il tempo inizia ad essere scandito dal rumore dei passi, dalle scarpe che percorrono i corridoi, da una paura pietrificante che però non ha voce.La palestra dove tutti sono costretti a recarsi, misura 25 metri di lunghezza e 10 metri di larghezza. Circa 1127 persone occupano quello spazio minuscolo, attente a non fare un gesto sbagliato. Le lacrime non scendono perché il terrore riesce a tenerle bloccate negli sguardi. I bambini, di tutte le età, provano a domandarsi che cosa stia succedendo, ma non trovano una risposta nei volti increduli dei più grandi. Ha inizio così un assedio lungo tre giorni. Tutti ne hanno parlato, per mesi. Una carneficina. Un massacro non soltanto fisico, ma psicologico.

 

 

Il Caucaso è uno degli enigmi più grandi dei nostri tempi, è una ferita continua. Un martirio perpetuo. Trenta terroristi, tra cui due donne, tengono in ostaggio 1127 persone per tre lunghissimi giorni. Fuoco. Paura. Lacrime. Sangue. Questa è Beslan nelle menti di molti. ‘Separatisti ceceni’, riporteranno i giornali e le cronache di otto anni fa. La Cecenia, luogo di sofferenza e di caos. Spazio di dolore. E’ da lì che arriva lo sguardo perso e impaurito di questi terroristi che vedono cadere uno per uno, ogni giorno che passa, bambini disidratati, stanchi e terrorizzati. In ogni viso c’è il segno del dramma. In ogni viso c’è una cicatrice. In quella palestra c’è chi è solo. C’è chi è con la madre, magari terrorizzata e immobile. Spari in aria, mine che esplodono e tre giorni lunghissimi di assedio infernale. Non c’è cibo. Il caldo diventa insopportabile e soprattutto, non c’è acqua. Bere è assolutamente vietato.

Nelle esplosioni muoiono molti bambini, e quelli che restano osservano una situazione che va al di là della loro immaginazione. Tuttavia molti di loro percepiscono la gravità del momento. Non sono ingenui i bambini, sono solo piccoli adulti, non serve raccontare loro delle bugie. L’assedio finirà il 3 settembre. Un bilancio agghiacciante. Dei 1127 ostaggi, le vittime sono 334, tra cui 186 bambini.  Sulla parete rimasta in piedi di quella palestra sono appese le foto delle vittime. Sulle loro tombe, al posto dei fiori, migliaia di bottigliette d’acqua. Le bottigliette d’acqua sono diventate il simbolo di Beslan.

Chi conosce la storia saprà trarre le dovute conclusioni. Chi non la conosce troverà luoghi dove informarsi. Non solo perché è necessario, ma perché è un dovere. Di cittadini del mondo.

 

Circa l'autore

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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