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La zona rossa di San Felice sul Panaro

di Andrea Iori

 

 

Parlare di ‘fortuna’ di essere entrati nella zona rossa di San Felice sul Panaro, cioè il centro storico di uno dei luoghi della bassa Modenese più colpiti dagli ultimi eventi sismici, sarebbe offensivo verso gli abitanti di quel paese fantasma. Già, perché parlare di fortuna, in questi momenti, non è proprio il caso, considerando che c’è chi ha perso tutto: il lavoro, la casa, un proprio caro, le sicurezze di una vita. L’unica fortuna che gli abitanti di quelle zone hanno, ma purtroppo non tutte, è quello di essere ancora vivi Appena arrivato al centro di primo soccorso allestito nell’area cortiliva delle scuole del paese, gestito dalla Protezione Civile di Reggio Emilia, arrivata per prima a San Felice sul Panaro dopo la prima scossa delle 4.04 di domenica 20 maggio, lo spettacolo si è dimostrato subito angosciante: anziani sdraiati sulla brandine, immobili, pallidi, con occhi spenti e carichi di sofferenza, che ti fissano, in cerca di conforto. Come se non bastasse, arrivano anche le scosse di lunedì 28, con quelle ‘ballate’ delle ore 9, delle 12.55 e delle 13, che gettano ancora più nello sconforto la gente di quell’Emilia coraggiosa e operosa che stava cercando di ritornare alla normalità dopo il primo disastro. E il bilancio è stato ancora più grave, con 17 morti e 350 feriti. Un’economia in ginocchio, così come si sono trovate molte case, che si sono adagiate su se stesse, per non parlare del morale a terra degli sfollati, sottoterra, forse addirittura più in profondità degli epicentri dei terremoti. La paura fa da padrona nella bassa Modenese, con la maggior parte delle persone che, comprensibilmente, dorme nei campi di accoglienza, in macchina o in tenda per paura, per precauzione, nonostante abbiano la casa agibile. Pian piano che ci si avvicina al centro del paese, a destare sconforto non sono più gli sguardi persi e vuoti della gente, ma gli edifici. Una volta entrato nella zona rossa del paese, è il silenzio che parla. Un silenzio assordante. Un silenzio che mette ansia. Un silenzio che mette tristezza. Un silenzio che senti solo se vivi quella situazione. Un silenzio che è difficile spiegare a parole. Parlano in silenzio le vie deserte. Parlano in silenzio i mattoni e i calcinacci per terra. Parlano in silenzio le finestre chiuse e i negozi con la serranda abbassata. Il silenzio in centro storico, mentre il sole scalda i sampietrini di piazza Matteotti. Assordante.

 


 

Circa l'autore

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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