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Il dramma di Rovereto sul Secchia. Viaggio tra macerie, silenzio ed inquietudine

di Laura Benatti

 

 

Sole caldo, appena velato dall’umidità che si sofferma a mezz’aria producendo una cappa che toglie il fiato. Sollievo, quando leggere folate di vento portano con sé il profumo dei tigli appena sbocciati. È la mattina di un 2 giugno, Festa della Repubblica, che non ci dimenticheremo tanto facilmente.

Carpi, da martedì 29 maggio, si presenta ancora come una grande tendopoli: ogni parco, spazio verde o parcheggio è pieno di automobili trasformate in giacigli, di tende, roulotte e camper; il centro storico è interdetto, zona rossa. Fuori dal centro, la maggior parte delle abitazioni dall’esterno non sembrano pericolanti, ma spesso i danni sono all’interno, e nessun ingegnere garantisce che in caso di un’altra scossa forte l’edificio reggerà. La paura è tanta, e nessuno dorme in casa. Chi ha parenti o amici lontano se n’è andato, chi non ne ha la possibilità o non vuole abbandonare la propria città rimane, e si organizza come riesce, con auto o tende. La strada che da Carpi va verso i paesi della Bassa è la stessa di sempre, percorsa centinaia di volte per andare a casa degli amici, a Rovereto. Dopo il caos e gli ingorghi di auto impazzite del martedì, le vie della zona sono insolitamente vuote, questo sabato. Il primo segnale che suggerisce che qualcosa non va, è la quantità di mezzi di soccorso che passano, alcuni veloci, altri lenti. Ambulanze, vari mezzi dei Vigili del fuoco, molte auto della Polizia. Man mano che ci si avvicina a Rovereto, sulla statale che porta verso i paesi della Bassa, si iniziano a vedere case rurali malconce, crepe nei casolari, fienili crollati per metà. Appena prima di entrare nell’abitato di Rovereto, le automobili sono costrette a girare intorno alle macerie che invadono metà della carreggiata: la casa che si trovava su quella curva è crollata quasi completamente. All’incrocio che segna l’inizio del paese, due vigili fermano gli automobilisti che vogliono entrare e chiedono dove sono diretti: passano solo i residenti e chi viene ad aiutare, i curiosi meglio tenerli lontani.

Una volta ottenuto il permesso, imbocchiamo la via principale ed il paesaggio che si svela ai nostri occhi inizia ad essere allarmante: i capannoni industriali che costeggiano la strada hanno tutti qualcosa che non va, crepe sui muri, travi dei tetti spezzate, accampamenti di tende e roulotte in ogni prato. Sulla sinistra, una tendopoli della Protezione Civile in allestimento, su cui svetta un grande cartello con su scritto “Campo Roma”. Ad un tratto, appena prima dell’inizio del centro, ci sono delle transenne che deviano il traffico sulle strade parallele; sono nello stesso punto in cui vengono messe tutti gli anni a settembre, in occasione della Sagra di paese. Ma questa volta non delimitano lo spazio per bancarelle e ristoranti, segnano l’inizio della “zona rossa” di Rovereto.

Una volta parcheggiata l’auto, ci addentriamo a piedi lungo le strade del paese, e quello che vediamo è angosciante. Quasi tutti gli edifici sono transennati; villette, case bifamigliari, piccole palazzine hanno comignoli e calcinacci caduti, tapparelle delle finestre divelte, rigonfiate, piegate, tetti squarciati, portoni dei garage scardinati, ma soprattutto raccapriccianti crepe a forma di “X” che si stagliano sui muri esterni dei piani bassi di molte abitazioni.

 

 

 

Squarci orribili, mattoni e cemento separati come fossero di burro dalla forza brutale delle scosse che hanno sconvolto la Bassa modenese il 20 ed il 29 maggio. A Rovereto, già dopo la terrificante notte del 20 c’erano stati dei danni: la Chiesa era stata gravemente lesionata e diverse case di campagna erano inagibili. Ma il disastro è stato il martedì, dopo nove giorni di sciame sismico che aveva seguito la prima scossa; tutti pensavano che fossero normali scosse di assestamento… E invece è successo l’imprevedibile, la scossa del mattino alle 9, e quelle delle 13, tutte di intensità simile alla prima, che hanno dato il colpo di grazia definitivo agli edifici, ma soprattutto alle certezze degli abitanti delle zone colpite. L’epicentro dei terremoti inoltre si è spostato, colpendo un’area molto più vasta. Camminando per Rovereto, quello che impressiona è il silenzio: non è rimasto nessuno, le case gravemente danneggiate sono state abbandonate quel maledetto martedì mattina, e chissà se e quando chi ci abitava potrà entrare e recuperare i propri vestiti, i propri oggetti, la propria vita.

 

 

 

 

In quasi ogni rione del paese ci sono delle aree verdi in cui prima del terremoto giocavano i bambini; adesso sono diventate tendopoli “fai-da-te”, gli abitanti del quartiere si sono organizzati fin dalle prime ore dopo il sisma di martedì e vivono sotto tende e gazebo, continuando ad osservare increduli le proprie case violate, i sacrifici di una vita distrutti nel giro di venti secondi.  Nel pomeriggio, scortata da due Vigili del Fuoco mi addentro nella “zona rossa” di Rovereto. La via principale del paesino è deserta, ci sono macerie sotto ogni casa transennata. Lo stabile in cui si trova la gelateria, ritrovo con gli amici di tante sere d’estate, è gravemente lesionata; in piazza, la Chiesa in cui ha perso la vita Don Ivan aspetta solo di essere demolita, sempre che non ceda da sola sotto il peso di altre scosse: l’interno è quasi completamente crollato, e dall’esterno si osserva che l’abside e le volte presentano crepe e squarci irrecuperabili, mentre il campanile cinquecentesco, dopo il crollo della cuspide, pende in modo preoccupante verso sinistra; «Bisogna che vengano al più presto ad abbatterlo- mi spiega un amico roveretano, volontario della Protezione Civile- perché la palazzina che sorge di fianco è una delle poche del quartiere ancora agibili, e dobbiamo salvarla a tutti i costi, dobbiamo evitare che il campanile le crolli addosso». È necessario smantellare quel che resta della storia del paese, per cercare di salvarne almeno in parte il futuro.  Continuando lungo la strada principale, l’angoscia sale, insopportabile. Ogni luogo di incontro di questa comunità è crollato o dovrà essere demolito a causa delle lesioni. Rovereto sembra un paese bombardato: i muri del forno, del negozio di fiori, della banca, della sede di un sindacato sono percorsi da spaccature profonde; l’edificio che ospitava uno dei bar del paese è completamente crollato, lasciando l’appartamento al piano di sopra sezionato, una grottesca casa elle bambole che rivela i propri spazi interni e la vita interrotta delle persone che la abitavano. Gli altri due bar di Rovereto sono irrimediabilmente danneggiati. Lo spettacolo che si presenta davanti agli occhi camminando per il centro è straziante, gli abitanti hanno perso ogni riferimento, bisognerà ricominciare da zero, ricostruire tutto, compresa la propria identità.

 

 

   

 

Il mio animo, già severamente logorato da questi giorni vissuti da sfollata, con il terrore per le continue scosse e l’incertezza totale riguardo al futuro, esce straziato dalla ricognizione nel centro di Rovereto. Ma non ho ancora visto il peggio. Un’amica mi invita a seguirla per visitare il suo rione, uno dei quartieri costruiti più di recente. La sua casa, insieme ad altre due o tre, ha retto l’urto delle scosse; tutto il resto, invece, è lesionato in modo allarmante. Le mura di una casa costruita pochi anni fa si sono staccate in modo netto dal tetto, inclinandosi per intero verso destra, dopo il cedimento delle fondamenta: quello che era il balcone del primo piano, si trova ora appoggiato al terreno. La scena è sconvolgente. I Vigili del Fuoco presidiano costantemente la villetta, in cui fino a martedì vivevano 8 famiglie, perché in quello che era il garage seminterrato è rimasta intrappolata un’automobile a GPL: troppo rischioso, per ora, cercare di intervenire per mettere il tutto in sicurezza.  Un’altra palazzina, appena costruita, presenta le stesse agghiaccianti spaccature a “X” viste in tanti edifici; si tratta di un condominio talmente nuovo, che ancora gli appartamenti non erano stati tutti venduti. Ed a chi ne aveva appena acquistato uno, al momento del rogito era stato detto che si trattava di un palazzo antisismico.

 

 

 

Un intero rione di villette nuove, tutte uguali, tutte edificate dallo stesso costruttore, è ormai disabitato; tutte le case sono state lesionate gravemente, tutte negli stessi punti: sembra che al piano terra siano scoppiate delle bombe, i muri rigonfi, piegati sotto il peso dei vani scale che sono crollati rovinosamente, seppellendo la tranquillità ed il futuro di chi, magari con tanti sacrifici, era riuscito ad acquistare quelle villette. In paese c’è chi parla di fondamenta poco profonde, chi di un suolo sabbioso e poco stabile in quel lotto di terreno; c’è chi dice che dopo martedì il costruttore sia scomparso, scappato forse dalle proprie responsabilità. Di certo si dovrà indagare. Ma intanto su uno di quei balconi rimane un fiocco azzurro, segno di una vita appena nata e che già dovrà affrontare incalcolabili difficoltà. E intanto la terra continua a tremare, ed ogni nuova scossa toglie un po’ di speranza a chi ora, da una tenda in mezzo a un prato, osserva la propria casa crepata e quel fiocco azzurro sul balcone.

 

 

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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