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I veneti e i culti delle acque

di Michele Dall’Aglio

 

 

Le testimonianze legate ai culti delle acque nel Veneto preromano sono assai varie e lasciano ancora aperti moltissimi interrogativi. L’acqua ha certamente un ruolo di primaria importanza, in quanto elemento costantemente presente, connesso con la nascita e la vita dei centri abitati, anche perché i fiumi erano vie privilegiate di comunicazione, e legato all’ubicazione delle necropoli, segnando il confine tra mondo dei vivi e quello dei morti.

Le fonti letterarie antiche non aiutano a far luce sull’aspetto cultuale dell’acqua: solo due autori trattano del Veneto in quest’ambito, Tito Livio e Strabone.

Il primo (Ab urbe condita, X,2) scrive di un tempio di Giunone a Padova, alla quale gli abitanti della città dedicarono le spoglie della battaglia contro Cleonimo del 302 a. C.; il secondo parla del sacrificio annuale di un cavallo bianco a Diomede alle foci del Timavo (Italia, V, 1, 8-9).

Se il mancato riscontro archeologico per lo scritto di Livio è imputabile probabilmente ad un vuoto documentario, molto più problematica è l’interpretazione del passo straboniano. Non solo è incerta la localizzazione del luogo sacro, ma anche il sacrificio del cavallo presenta notevoli difficoltà, dato che in Veneto è attestato solo in ambito funerario.

Perciò le testimonianze religiose sono date necessariamente ai ritrovamenti archeologici soprattutto epigrafici, spesso difficilmente contestualizzabili. Oltre a questi, ultimamente, si sono aggiunti gli studi sistematici di grandi complessi santuariali e quelli relativi al culto e allo sviluppo delle città in relazione alle manifestazioni sacrali magno – greche ed etrusche, consentendo al mondo venetico di rivelare molte più informazioni.

Tra tutti i centri di culto quelli più importanti si trovano ad Este e a Padova.

 

 

La prima località conta quattro santuari, tutti suburbani: quello di Reitia, quello in località Casale, quello di Caldevigo e quello di Maggiaro. Tra questi i primi due sono legati ai due rami dell’Adige, che attraversavano e delimitavano il centro abitato. Il più famoso è il primo, localizzato a sud – est della città, al di là del corso principale del fiume, laddove si trovano anche le necropoli. Tale posizione del santuario rimanda, probabilmente, alla funzione dell’acqua vista come simbolo del guado, collegabile ai cosiddetti riti di passaggio. A questi ultimi si riferiscono la maggior parte degli ex voto offerti nel santuario, tra i quali vi sono modellini di armi, lamine con teorie di personaggi femminili, spesso col capo velato e riccamente abbigliati. Le une sono state messe in relazione con l’iniziazione maschile, le altre con i matrimoni.

Lo stesso nome della dea, Pora, del quale Reitia sarebbe un epiteto (poi cristallizzatosi in un teonimo autonomo) in entrambi i suoi significati si ricollegherebbe a queste proprietà iniziatiche. Pora, infatti, si riferisce al “parto” e alla sfera della fertilità o al “passaggio”.

L’epiteto Reitia, invece, si ricollegherebbe alle radici *rekt- / raddrizzare o *rei /scorrere, rispettivamente legati alla sfera della giustizia e all’acqua.

Senz’altro il santuario era un centro scrittorio, dove s’insegnava la scrittura, come testimoniato dalle tavolette alfabetiche e dagli stili in bronzo offerti tra gli ex voto. Inoltre il santuario, sia per gli oggetti offerti, sia per la sua posizione, lungo l’asse portante commerciale tra Este, l’entroterra etrusco – padano e l’Adriatico, è caratterizzata da una forte valenza emporica, vale a dire di luogo sacro per tutti, stranieri e locali che fossero.

Padova presenta una situazione diversa. Sebbene non si sia trovata traccia del tempio liviano, sono state rinvenute numerosi depositi di offerte fatte agli dei, in cui vi erano piccoli gruppi di bronzetti, oggetti in miniatura. Tali oggetti, spesso, sono in prossimità di corsi d’acqua, forse connessi ad un culto agrario di carattere familiare. Si venerava, cioè, il fiume che rendeva fertili i campi coltivati da una famiglia.

 

 

Sempre a Padova facevano riferimento tre santuari di confine: uno tra il territorio suburbano ed extraurbano ad Altichiero; un altro a San Pietro di Montagnon, a delimitare i territori d’influenza di Padova ed Este; il terzo a Lova, a segnare il confine con l’Adriatico.

Nella prima località, a nord – ovest della città, è stato scoperto un deposito, databile tra il VI secolo a. C. e il IV secolo d. C., lungo la riva destra del Brenta, caratterizzato da bronzetti, fibule, armi e oggetti di uso comune. L’acqua in questo caso era vista nella sua funzione di limite e confine in un punto importante per i contatti della città, nei pressi di un luogo di attraversamento del fiume. Il rapporto della stipe con l’acqua sarebbe da vedersi nel suo segnare il limite tra coltivazioni ed incolto, tra territorio appartenente a Padova e quello “indipendente”.

Il santuario di San Pietro Montagnon è legato alla presenza di acque termali e salutari. Qui l’oggetto ricorrente come offerta votiva è la tazzina per attingere e bere l’acqua, sia essa funzionale che miniaturizzata e, quindi, simbolica. Molti oggetti come questi sono stati trovati nel laghetto fossile, insieme a numerosi resti di sacrifici animali e alle tracce di un’edicola lignea, che, forse, ospitava la statua di culto.

Il ritrovamento di Lova doveva marcare il confine tra il Veneto ed il mondo non venetico, con lo sbocco al mare presso le foci del Meduacus. Il santuario, con valenza emporica, è databile al II secolo a. C., periodo della romanizzazione, ma la sua entrata in funzione è sicuramente più antica.

Funzione simile doveva avere anche il santuario di Altino affacciato al mare, che era sempre legato a Padova e quello di Lagole di Calalzo, in Cadore, di ambito alpino, cui fanno capo i luoghi votivi della Valle del Piave fino al territorio delimitato dal Sile e dal Tagliamento.

Ciò è testimoniato in particolare dalla distribuzione di un bronzetto di guerriero stante con la lancia in verticale e peculiari caratteristiche del corpo, che marca nettamente il territorio veneto nord – orientale fino all’arco lagunare, dando origine ad altri tipi, influenzati da varie categorie occidentali.

Inoltre qui siamo anche in presenza di acque solforose, che sgorgano in polle naturali in un bosco.

Il santuario era posto nei pressi di quella che viene chiamata “linea di discontinuità geologica”, cioè una interruzione di un banco calcareo, che favorisce l’affiorare di acque ad elevato contenuto sulfureo e ferrugginoso. L’esatta posizione del luogo sacro è sconosciuta, dato che le stipi rinvenute erano state sconvolte da vari eventi, ma dall’analisi dei materiali si può affermare che fu attivo a partire dal VI secolo a. C. fino ai primi secoli dell’impero, toccando l’apice nel IV secolo a. C. Sconosciuto è anche l’uso rituale che si faceva dell’acqua sacra: non si sa, infatti, se veniva bevuta o utilizzata per immersioni. I frequentatori, comunque, erano tutti uomini e, verosimilmente, tutti guerrieri, venendo ciò a ribadire la valenza del sito come santuario di frontiera.

La divinità alla quale era legato il luogo era Tribusiate o Trumusiate, definita Sainatei. La radice del nome “-mus-“ ne sancirebbe il legame con la sfera dell’umido e la radice “tri-“ più che ad una divinità triplice farebbe pensare al numero di polle d’acqua presenti all’epoca.

In sostanza tutti questi siti sacri sono connessi con l’acqua, ma con significati diversi.

Quando ci troviamo di fronte ad acque sacre di confine bisogna anche pensare che tali acque erano vie commerciali e linee difensive e si comprende appieno il motivo del loro culto.

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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