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Cinque borghi, lo stesso fiume e un impianto a biomasse che divide

di Anna Chiara Sardella

 

 

È su cinque mucchi di terra che i cinque reali siti sono nati a nord della Puglia nell’antica Daunia: Orta Nova, Carapelle, Ordona, Stornara e Stornarella. Si presentano come piccoli centri che nel passato hanno costituito ognuno un mondo a parte dove linguaggi e modi di fare sono sbocciati come rampicanti selvaggi seguendo ostinatamente il proprio corso naturale. Per esempio, solo tre chilometri separano Carapelle e Orta Nova che sembrano quasi lo stesso paese, mentre invece la gente adotta due differenti dialetti durante gli affaccendamenti quotidiani: “scì” o “jì” (voce del verbo andare) sono alcuni esempi di questo multicolore linguistico.

 

Il 6 luglio 2012 però succede qualcosa di significativo: un consigliere comunale di Orta Nova, Lorenzo Annese proprietario di un’azienda di esportazione di indumenti e scarpe all’ingrosso, è stato arrestato insieme ad un pregiudicato per traffico di rifiuti internazionali, concludendo così un’indagine partita nel 2009. In quell’anno, sempre nei pressi di Orta Nova, venivano scaricati abusivamente rifiuti speciali. I rifiuti speciali abbandonati nel bel mezzo della campagna sono proprio vestiti e scarpe che secondo la legge devono seguire un lungo iter per essere smaltiti. Così aggirando l’ecotassa regionale, si tradisce costantemente la collettività e gli echi della civiltà millenaria che ha abitato queste terre.

 

È dal 1776 che i “cinque reali siti” sono nati ufficialmente come da volontà regale del re Ferdinando di Borbone in uno dei progetti europei all’epoca più ambiziosi per popolare una zona pianeggiante fertile fino ad allora servita solo per la transumanza dei pastori abruzzesi. Ancora prima risalendo nella matassa del tempo, Federico II del Sacro Romano Impero veniva a cacciare da queste parti, partendo a galoppo dalla sua residenza il ‘palazzo preferito’ a Foggia. Pare anche che il gagliardo sovrano le amasse molto per via della ricchezza di cacciagione che prosperava nelle paludi.

Partendo da questo apogeo, ad est dopo pochi chilometri si trova il mare Adriatico e ad ovest i meravigliosi ed algidi paesi del Subappennino dauno. L’habitat in cui sono immersi i piccoli cinque paesi è la pianura di cui colpisce la vastità delle campagne che avvolge le masserie nascoste nelle selve, i paesaggi lunari puntellati di ferule, gli alberi secolari e le misteriose costruzioni nascoste nel verde. La maggior parte della gente possiede una casa in campagna ereditata o comprata, e chi non la possiede lavora stagionalmente la terra tramite azienda agricola.

 

 

Ordona nasconde un sito archeologico di grande importanza culturale e storica “Herdonia” città romana rinvenuta nel 1962 in una masseria poco distante dal centro cittadino. Qui, tra ferule e sterpaglie, si possono ancora scorgere fiere e decadenti, seppure in declino strutturale per via di una impasse istituzionale, le rovine delle terme, del foro, del macello, le taverne e la via Traiana che giù per la puglia portava ai municipium romani toccando la Magna Grecia, fino a Brundisium.

I libri di storia che parlano di questi luoghi riferiscono di una impietosa battaglia civile avvenuta agli inizi del novecento tra le popolazioni di Ordona e Carapelle. L’oggetto del risentimento tra le due povere comunità era la preziosa liquirizia che cresceva lungo le sponde del fiume Carapelle. All’astio, ormai superato, è stata sostituita tacitamente un’unità di fondo nel microcosmo dei cinque borghi, in equilibrio sopra lo stesso pezzo di terra attraversata dalla stessa acqua.

Il fiume nasce in Irpinia dalle alture di un monte chiamato La Forma da cui scende in pianura attraversando come un serpente prati, paesi, persone e storie generando diversi torrenti fino a sfociare nel Golfo di Manfredonia, verso nord-est. Nonostante la siccità perenne che costituisce la regione, “Apluvia” assenza di piogge, anche nel più torrido dei giorni si intravede sempre un rivolo d’acqua che borbotta nel letto del fiume, è molto difficile individuarlo, ma è sempre lì.

 

 

 

Negli anni duemila invece, poco lontano dal corso d’acqua, l’uomo del futuro costruirà un impianto a biomasse. Un impianto a biomasse brucia, come suggerisce la parola stessa, dei composti naturali come sanza, vinacce e cippati, cioè legno ridotto a scaglie. La Carapelle Energia Srl è l’azienda che ha elaborato il progetto che, approvato dal comune carapellese, prevede una centrale elettrica ad Orta Nova alimentata dalle biomasse di Carapelle con “destinazione ad uso energetico di potature agricole ed espianti”.

 

Alcuni però non sono d’accordo a chiamare l’impianto “biomassa”. Al contrario, lo considerano un vero e proprio inceneritore “necrofilo”. Due movimenti cittadini si sono informati direttamente dalla letteratura scientifica e hanno analizzato le leggi. Tanto che nel progetto hanno individuato alcuni punti critici sufficienti a far crollare la distinzione semantica tra inceneritore e biomasse, come si legge dal comunicato pubblico “Il Prof. Federico Valerio docente di Chimica Ambientale presso l’Istituto Nazionale Ricerca Cancro di Genova in un suo articolo relativo alle problematiche ambientali e sanitarie derivanti dall’uso di biomasse quali fonti di energia, evidenzia come l’uso di biomasse provochi un impatto ambientale disastroso per il territorio, riduca la produzione agricola e lo stesso accumulo nell’ecosistema di composti persistenti, prodotti dalla combustione, è incompatibile con gli obiettivi di una produzione agricola e alimentare di alta qualità”.

Queste vinacce che serviranno ad alimentare la biomassa dovranno ammontare a 70mila tonnellate, e la legge stabilisce che per il 40% tali vinacce devono essere prelevate nel raggio di 70km dalla biomassa. Ma se tutta la regione, durante l’intero anno ne produce 180mila tonnellate, cos’altro andrà ad alimentare l’impianto? La legge ,dlgs 307/2003, permette anche alle biomasse di bruciare i rifiuti insieme agli altri composti, dunque il timore sorge da questa facoltà dell’azienda autorizzata dalla legge ad usare anche i rifiuti.

Gianluca Di Giovine, del movimento anti-inceneritore si è reso disponibile per commentare l’affaire biomasse: “il movimento nasce dall’incontro di due movimenti “L’Orta Nova che vorrei” e “Orta Nova per il bene comune”, che in aprile a seguito di una nostra interrogazione circa l’arrivo a marzo presso il nostro comune della notizia relativa alla costruzione di un impianto a biomasse abbiamo cominciato a scendere in piazza e informare la cittadinanza. Dal 25 aprile fino al primo maggio, abbiamo raccolto le firme oltre 300 per la proposta di delibera popolare per dire no all’impianto e oltre 1000 per una memoria tecnica da presentare alla Provincia e quindi entrare a pieno titolo nella conferenza di servizi”. Il movimento chiede che il progetto sia sottoposto a V.A.S. cioè la valutazione ambientale strategica: il rischio è quello che le famigerate polveri sottili, si diffondano nell’ambiente circostante contaminando cibo e persone.

 

Stando all’indagine del movimento, non c’è traccia nei documenti riguardanti la biomassa di metodi di recupero e utilizzo delle ceneri, e neanche cenni a riguardo delle emissioni di sostanze che sono altamente inquinanti come formaldeide, benzene, metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici. Inoltre la domanda era stata già presentata dalla società nel 2009, allora Caviro-Hera, e poi respinta dalla popolazione di Carapelle con una petizione preceduta da un’indagine del giornalista Gianni Lannes.

Acqua, aria, terra costituiscono l’unità dell’habitat in cui l’essere umano ha sempre vissuto e da cui dipende costantemente, soprattutto qui, nei cinque reali siti dove si vive di agricoltura. Il fiume Carapelle, così vicino alle biomasse che potenzialmente bruceranno anche rifiuti, potrebbe assorbire tutte le sostanze sprigionate dall’impianto e contaminare velocemente l’ambiente circostante.

La riunione dei cinque comuni, avvenuta ai primi di luglio, ha riconfermato l’impegno istituzionale nell’opporre di nuovo un fermo rifiuto alla costruzione dell’impianto; Ma quali sono le soluzioni che si intravedono nel futuro del territorio? “i nostri rappresentati politici – afferma Di Giovine- stanno cercando di far passare tempo,anche se il comune di Orta Nova ha deliberato no, in realtà è solo un impegno: si impegnano a dire di no”.

 

Ma ci sono ancora tanti coni d’ombra che avvolgono quest’affare come quello dello smaltimento delle ceneri. Da legge infatti le ceneri non sono smaltite nelle discariche speciali, perché non sono considerate appunto “rifiuti speciali”. Il dubbio è: dove andrebbero a finire? Essere armati di una provvista di interrogativi è senz’altro una buona abitudine per vagliare bene le decisioni della politica e delle aziende.

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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