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Itinerari (stra)vaganti: in Cappadocia verso il paese fatato

di Ilaria Cappelli

 

 

Giungere alla città di Goreme è un po’come essere catapultati in una fiaba, il paesaggio che ci si svela davanti è così surreale da farci sentire ospiti rumorosi di un mondo fantastico, gli strani edifici che ci circondano fanno immaginare un luogo animato da elfi e folletti, per un attimo potrebbe sembrarci di scorgere in lontananza la  casetta di Hansel e Gretel. Qua tutto è fiabesco e lunare. Siamo in Turchia centrale,  esattamente nell’antica regione della Cappadocia e nulla in questo posto richiama gli edifici da cui siamo abituati ad entrare ed uscire distrattamente nelle nostre città.

La storia di questo luogo ha inizio circa otto milioni di anni fa con numerose eruzioni vulcaniche, seguite da lunghi fenomeni erosivi che hanno dato vita a singolari piramidi rupestri dai contorni gentili e aggraziati e fatte di un tufo sufficientemente morbido da permettere all’uomo di scavarlo. Così fin dal IV secolo a.C.  dalle piramidi sono state ricavate grotte, poi case, chiese fino a contare in epoca bizantina nell’intera Cappadocia, che replica con qualche variante il paesaggio della città di Goreme, 365 edifici tra abitazioni, rifugi, chiese e monasteri, in alcuni dei quali si possono ammirare tutt’oggi dei suggestivi affreschi.

 

 

Percorriamo le strade scrutati dalle piccole fessure aperte sugli edifici a veicolare la luce all’interno e presto intuiamo che Goreme è una cittadina più turistica di quanto non sembri a un primo sguardo: fanno capolino sulla strada alcuni bed & breakfast, hotel ed un punto ristoro. Certo qui i turisti più che dagli zaini pesanti sulle spalle e dalle cartine in mano si riconoscono dall’espressione stupita di chi si guarda intorno e trova poche forme riconducibili alla propria quotidianità. Del resto, forse, quell’espressione è anche la nostra quando scorgiamo i “camini delle fate”, che nella guida vengono descritti come delle costruzioni simili appunto a camini, formate da prismi di tufo innalzati su coni dello stesso materiale ma che a noi ricordano tanto dei grossi funghi! Devono il nome, assolutamente coerente all’atmosfera del luogo, a una leggenda che vuole le sommità dei camini posizionate da divinità celesti.

Allontanandoci da Goreme ci rendiamo conto di quanto la città appena lasciata non sia altro che un  meraviglioso concentrato delle bellezze rupestri dell’intera Cappadocia che, è il caso di dirlo, ha saputo fare di necessità virtù: la regione fu infatti nei secoli oggetto di molteplici invasioni e gli abitanti per difendersi costruirono rifugi sotterranei, che molto distano dalla nostra idea attuale di rifugio. Si trattava infatti di vere e proprie città che potevano permettere agli abitanti, per organizzazione e condizioni, di vivere per mesi. Una di queste, la più grande, si trova a Derinkuyu: seppur siano visitabili solo quattro degli otto piani da cui è composta, entrando, o per meglio dire scendendo, ci avvolge prepotentemente tutta la suggestione di questo luogo, che sembrerebbe uscire da una leggenda, un po’ come il mito di Atlantide, una città che non c’è, pronta però ad ospitare all’occorrenza non solo abitanti ma tutto quanto necessario alla vita quotidiana; gli spazi sono ampi e visitarla non suscita quel senso di claustrofobia solito agli ambienti sotterranei. È incredibile che qui potessero vivere fino a 50 mila persone eppure al contempo sembra di sentire le voci di coloro che per brevi periodi l’hanno animata, i versi degli animali necessari alla sopravvivenza, il rumore del secchio che sale dal pozzo, gli odori dei cibi.

 

 

 

La Cappadocia è uno di quei posti dove la storia ci arriva come un augurio, dove gli edifici ci raccontano non solo degli affreschi rupestri e delle architetture ma anche e soprattutto degli abitanti, dove tutto all’arrivo ci pare lontano, a tratti stravagante, e alla partenza ci saluta in modo familiare.

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