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Bottiglie di plastica al posto dei mattoni e bioplastica

di Federica Riccò

 

 

 

Utilizzare bottiglie di plastica per realizzare case? Non è fantasia ma un’idea concreta nata da un’associazione non governativa DARE (Development for Renewable Energies con sede in Nigeria). L’idea è di trasformare lo svantaggio della plastica, ovvero la difficoltà che ha nel decomporsi, in vantaggio.

Il prototipo che la DARE insieme ad esperti londinesi dell’organizzazione Africa Community Trust sta ultimando è una casa-bungalow con due camere da letto, una cucina, un bagno, una toilette ed un patio con una superficie complessiva di 58 m2 e l’impiego di 14.000 bottiglie di plastica. Un progetto abitativo simile è già stato proposto dal tedesco Andrea Froese della ditta Eco-tec, che ha ideato già più di cinquanta progetti in Sud America. La realizzazione di un primo modello in Africa, più precisamente nel villaggio nigeriano di Sabon Yelwa, servirà per l’addestramento di operai specializzati e quindi per la realizzazione di altre case. Il metodo per realizzare questo prototipo prevede che le bottiglie di plastica vengano riempite di sabbia e tappate per arrivare ad un peso di 3 chili ciascuna. Le bottiglie vengono poi legate fra loro con corde e rese ancora più resistenti dal fango e dalla paglia alle quali vengono mischiate. Studi su questi materiali hanno mostrato che le bottiglie piene di sabbia risultano più stabili del calcestruzzo, resistenti a terremoti, incendi e persino a colpi di proiettili. Il responsabile del progetto DARE, Yahaya Ahmed , sostiene che le bottiglie piene di sabbia siano addirittura quasi venti volte più resistenti dei mattoni. La sabbia poi, grazie alla sua funzione di isolante termico, permette di mantenere una temperatura costante sui 18 gradi, cosa non da poco in un paese dal clima molto elevato.

La Nigeria è un paese che produce giornalmente un quantitativo di rifiuti di circa 3milioni di bottiglie di plastica e necessita urgentemente di circa 16milioni di unità abitative. Ciò che rappresenta un oggetto altamente inquinante si trasforma in un materiale di riutilizzo importante per lo sviluppo di un paese come la Nigeria. La realizzazione di queste unità abitative prevede costi di produzione inferiori rispetto ad i metodi di costruzione tradizionali. Una struttura abitativa fatta di bottiglie di plastica, a differenza di quanto si possa pensare è robusta ed ha una durata di circa 450 anni, questi sono infatti gli anni che impiega una bottiglia di plastica a decomporsi. La prima casa in bottiglie di plastica mira ad essere ad impatto zero e ad alimentarsi con l’energia solare prodotta dai pannelli solari. Questa importante iniziativa permetterà inoltre l’ampliamento di numerose scuole elementari ed indirettamente lo sviluppo culturale del paese.

 

Per cercare invece di arginare il problema dell’impatto ambientale delle bottiglie di plastica alla base, alcune importanti aziende come la Nestlè e l’acqua Sant’Anna di Vinadio si stanno sensibilizzando sempre di più al problema della sostenibilità e per questo motivo stanno studiando come materiale alternativo la bioplastica. L’acqua Sant’Anna è stata la prima a produrre le prime bottiglie biodegradabili in Italia. Il materiale in questione è ottenuto dalla fermentazione degli zuccheri delle piante, anziché dal petrolio. Il processo di formazione della materia biodegradabile funziona così: il destrosio ottenuto dall’amido di mais viene dato da mangiare a speciali batteri che lo trasformano in acido lattico e poi in estere dilattico tramite reazione chimica, dopodiché viene fatto polimerizzare, ovvero le molecole semplici si uniscono a formare complessi molecolari più grandi.

Le bottiglie in questo modo possono essere gettate nella differenziata dell’organico, ad eccezione del tappo ancora in plastica. Nello stesso verso va anche la ricerca della multinazionale Nestlè. In un’intervista esclusiva fatta dal Food Product Daily ad Anne Roulin, Responsabile Mondiale del Packaging e Design di Nestlè, quest’ultima sottolinea l’importanza della seconda generazione di bioplastiche, considerate il futuro più prossimo nel campo degli imballaggi alimentari e progressivamente sostituenti quelle appartenenti alla prima (PLA-Acido Polilattico). La Responsabile afferma: «Siamo solo all’inizio di una lunga strada verso lo sviluppo e la ricerca di materiali sempre più in linea con il problema dell’eco-sostenibilità e la Nestlè consapevole dell’importanza di questi materiali gli attribuisce un ruolo fondamentale per il futuro.»

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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