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La storia bandita al Parco della Grancia

di Annarita Baldantoni

 

 

Ai piedi di un costone roccioso, sotto gli occhi ambrati di un castello normanno incastonato nella pietra, da ormai dodici anni si racconta una storia. Conosciuta, ignorata, distorta, interpretata, vissuta, rifiutata. Una storia che si nutre della propria terra, che ci avvolge in una nuvola di zolfo per condurci in un tempo ormai dimenticato. A raccontarcela sono più di 400 comparse che si muovono sotto gli sguardi di tremila persone, tra musica, danze e canti, al cospetto della montagna, in un immenso scorcio di paesino lucano.

 

Stiamo parlando della più grande performance multimediale di teatro popolare in Italia, il cinespettacolo de La storia bandita, che mette in scena, nel meraviglioso scenario del Parco della Grancìa, i decenni del brigantaggio lucano post-unitario, movimento dei poveri e degli ultimi, mossi nella loro ribellione dal desiderio di riscatto. Dalle promesse non mantenute dei Francesi rivoluzionari e liberatori, trasformati poi in dominatori prepotenti, si arriva agli anni del Governo unitario, in un andirivieni di illusioni, speranze e disillusioni.

 

 

Ma è il momento di prendere posto. Le luci si spengono, nella valle cala il buio e un manto di stelle si accende sulle nostre teste. La montagna su cui sorge Brindisi, a pochi chilometri dal capoluogo lucano, sembra un dipinto ad olio: si staglia, magnifica e possente, davanti a noi. L’occhio di un singolo riflettore si apre sull’arena dell’anfiteatro, illuminando un uomo scuro, cupo, dietro le sbarre

di una prigione. Si alza il fruscio del vento, irrompe una voce profonda, quella di Michele Placido che, prestata alla bocca del suo antenato, racconta la vita di quell’uomo scuro e del suo popolo. Lui è Carmine Donatelli Crocco, capo brigante tra i più celebri della Basilicata. «Uno, due, tre, tanti, tanti, non ricordo quanti lunghi anni, dietro una grata a marcire…»: è questo l’esordio che squarcia il silenzio irreale, al quale segue il racconto della tragica sorte di una famiglia umile ed onesta, distrutta da un errore. I fratelli di Crocco avevano ucciso involontariamente la cagna del padrone, la cui furia si scatenò sulla madre incinta di un Carmine bambino, provocandole prima un aborto e poi la perdita del senno. Poche settimane dopo, il padrone fu ucciso in un’imboscata, e la colpa ricadde sul padre, che fu arrestato e costretto ad abbandonare i suoi figli. A quel punto lo spettacolo fa una digressione, affidata allo zio Martino, unico parente rimasto ai piccoli Crocco, che li porta alla dura realtà: anche se ancora bambini, ognuno di loro dovrà provvedere a sé stesso. Memoria storica dei contadini, racconta ai nipoti la vita dei “cafoni”, della povera gente e dei soprusi subiti.

 

Carmine Crocco riprende quindi la parola, dopo magiche e coinvolgenti scene di combattimenti, fuochi d’artificio, danze e festeggiamenti per un’agognata libertà, lacrime e grida per l’inevitabile fine di ogni speranza. Ci racconta del suo arruolamento nell’esercito borbonico, dal quale uscirà disertore, per poi unirsi a Garibaldi. Accusato di ripetute aggressioni, ricercato dalla polizia piemontese, si diede alla macchia e divenne brigante. Il suo piccolo esercito provocò insurrezioni in tutta la Basilicata nord-occidentale, al grido di “Viva Francesco II”, mosso da un senso di appartenenza e arso dal fuoco della libertà. Ma tutto finì con un tradimento: per gelosia, s’intende dal racconto, il suo compagno Caruso vendette i briganti al nemico, e Crocco venne portato via, mentre guardava morire il suo fedelissimo Ninco Nanco nell’imboscata.

 

 

Le luci si abbassano, e dal laghetto sul fondo della scena si innalza uno schermo d’acqua, magico e leggero, sul quale vengono proiettate delle immagini. E un’altra voce irrompe prepotente e, limpida, smuove le emozioni: Lucio Dalla, che canta un testo dell’ Enzo Re di Roberto Roversi, da lui musicato, La canzone di Adelasia sul mare. Un brivido corre lungo la schiena, gli occhi diventano lucidi, e nel freddo della notte lucana, si sente un calore dentro, un fuoco che tutti hanno, che sale e riscalda; un fuoco che altro non è se non il sentimento di appartenenza alla propria terra, di orgoglio per le proprie radici. Su queste note, le scene del tradimento.

 

La musica sfuma e un coro, che sembra provenire da una tragedia greca, scandisce solennemente il momento: «In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e così sia. / Caruso ha venduto Crocco per gelosia! / O Madonna santa, hanno tradito li briganti! / Fuggite da ‘sta terra, avite pers’a guerra: / Piemontesi o Borboni, siete morte sule vuie cafoni». Crocco morirà in carcere, «dietro una grata a marcire…per essere stato capo dei briganti…generale!».

 

L’attenzione torna sul Generale dei briganti, che ci regala un intenso e appassionato monologo finale: «Calpestati, come l’erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo…Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore “è mio”, è sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall’anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così, sempre, sarà…». Cala il buio. La magia scenica avvolge la montagna, la sensazione è di aver partecipato alla libertà nelle sue forme più forti e vere, di aver lottato per ciò che si ama e ciò in cui si crede.

 

Sul ventaglio d’acqua si disegna il tricolore, e tutti coloro che hanno partecipato allo spettacolo escono fuori dalle quinte naturali della montagna, acclamati dal pubblico, in piedi per l’ennesima volta ad applaudire quei volontari: adulti, ragazzi, bambini, che nella stagione estiva fanno del Parco della Grancìa la propria casa.

 

Non so se il cuore batte in maniera diversa in base al fatto di essere lucani o meno. Non so se la storia raccontata sia del tutto vera: si dicono tante cose sui briganti, a partire dal fatto che erano solo dei vili criminali, mossi dalla crudeltà, che razziavano e uccidevano. Spesso la loro storia viene liquidata come un fenomeno di puro banditismo, senza nobili sentimenti né valide motivazioni. Non lo so. E in questo preciso momento non mi interessa. Perché questo spettacolo restituisce ai briganti l’umanità, conferisce loro una dignità, la dignità dei vinti, dei cafoni, dei ribelli. Disegna un volto ai racconti che si rincorrono da secoli nei vicoli dei paesi lucani, quei racconti tramandati dai padri ai figli, dai nonni ai nipoti. Dà una voce a chi per la Basilicata ha lottato, a tutti i paesi uniti nel nome della libertà, alle minoranze che non sono solo una goccia nel mare. I briganti in terra lucana sono figure importanti, sono radici, simbolo di questa terra difficile, dura e affascinante, come nessun’altra. Certo, forse solo chi ci è nato potrà capire tutto questo, ma nessuno potrà negare l’incredibile suggestione ed emozione vissute durante lo spettacolo.

 

E qualunque lucano saprà cantarvi l’inno dei briganti, qualunque figlio delle terre più ostili del meridione, almeno una volta, ha urlato sotto le stelle «Amme pusate chitarre e tammure, pecchè sta musica s’ha da cagnà, simme brigant’ e facimme paura e ca sch’uppetta vulimme cantà, e ca sch’uppetta vulimme cantà // ‘Omm’ s’ nasc’ brigant’ s’ mor’, ma fin’ all’utm’ avimm’ a sparà, e se murimm’ menat’ nu fior’, e ‘na bestemmia pe’ ‘sta libertà, e ‘na bestemmia pe’ ‘sta libertà…»

 

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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