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Campo Cecina

di Malù Pagani 

 

 

Il caldo intenso mi fa salire da Amelia a Campo Cecina (1200 metri). Si trova sulle Alpi Apuane a 20km da Carrara. Si sale gradualmente per una strada agevole quasi sempre in ombra, abbracciata dal verde rigoglioso che la ripara. Sono castagni, aceri montani, acacie e i tanto vituperati ailanti che qui ricoprono un ruolo importante, molto utile (gli ailanti importati per fornire il loro legno tenero alle cartiere, si sono dimostrati infestanti perché piante robuste, mai attaccati da parassiti e molto prolifici). Passiamo Gragnana e Campopoggio, due paesini tristi, bisognosi di tutto. All’improvviso il verde scompare ed arriviamo al vasto piazzale dell’Uccelliera: vista sconvolgente sui bacini marmiferi. Non sono affatto simili alle tradizionali cave di marmo, sono gironi danteschi bianco-grigi solcati da piccoli percorsi candidi, ripidi e serpeggianti, stupendi ed abbacinanti sotto il sole di mezzogiorno. Non un prunus (in senso lato ossia ogni pianta selvatica con spine come i rovi, i biancospini, i mirabolani, i prunus cerasuolo ecc.. ). Non un cardo, non un filo di gramigna. Poi entriamo nel vero e proprio Parco delle Apuane, nel suo cuore: Acqua Sparta. In origine questa spianata era un grande prato, il centro di Campo Cecina da cui prendeva il nome, ora è occupata da un centinaio di sculture in marmo che formano il Parco della Shoa. Due importanti architetti hanno pensato di ammassarle là e circondarle da uno steccato di legno, tutto attorno un ampio spazio riservato al parcheggio delle automobili.

 

Per fortuna quasi subito a est comincia la fitta, alta faggeta con esemplari di duecento anni, le radici vigorose si estendono all’esterno fagocitando pietre e quant’altro si trovi sul loro cammino. Sono sculture in movimento. Il sottobosco è ricoperto da uno spesso strato di loro semi ormai schiusi, sembra che all’interno una piccola nocciola sia commestibile ed anche buona. Il terreno darà funghi pregiati in autunno. Nell’interno il verde è intenso. Qua e là macchie di abete nero. Nei punti un poco aperti scorgo ellebori assetati e genziane rosse o meglio quel poco che rimane di esse. Chissà, la neve e le piogge autunnali e primaverili daranno ancora vita a loro e a tutte le erbacee perenni sparite col caldo mortale di quest’estate. In mezzo alla faggeta si apre una larga mulattiera acciottolata che conduce al rifugio Cai. Da qui il panorama è vastissimo: dall’estrema propaggine del promontorio di Porto Venere a nord-ovest all’estremo sud con la punta impercettibile dell’Argentario, a ovest la Corsica, a nord la bianca cresta delle Alpi.

Non sono molte le giornate limpidissime ma io sono stata fortunata e ho potuto godere di tale visione.

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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