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Acquedotto Pugliese: un’azienda “risanata” che perde acqua e aumenta le bollette

di Federica Perrini

 

 

 

La sua costruzione fu avviata nel 1906 da Antonio Jatta per arginare il millenario problema della penuria d’acqua nella Regione Puglia. Ma già nel 1870 venne realizzato il Canale Principale del Sele e del Calore, che ancora oggi costituisce la spina dorsale di un’infrastruttura divenuta negli anni il più grande acquedotto d’Europa. E dalla sua grandezza, dal suo grande potere (citando un famoso film americano!), ne derivano grandi responsabilità.

Sin dalla nascita, l’Acquedotto Pugliese richiese ingenti mezzi finanziari e risentì di pronostici negativi sulla sua realizzabilità. Durante il primo conflitto mondiale, infatti, i lavori, che già nel 1915 videro sgorgare acqua dalle fontane baresi, furono temporaneamente abbandonati per poi essere ripresi presso Brindisi, Taranto, Lecce e Foggia. L’opera terminale fu inaugurata da Benito Mussolini poco prima della seconda guerra mondiale. Non a caso viene definita “diacronica realizzazione” questa costruzione intermittente di un’opera che non ha mai potuto fare capo ad un solo Governo.

Dopo la guerra entrò in scena l’Ente Autonomo per l’Acquedotto Pugliese (EAAP), provvedendo alla gestione del servizio idrico integrato, e vi rimase fino al 1999 quando, con un decreto legislativo, si inizia a parlare di s.p.a. Acquedotto Pugliese: Società per azioni (appartenenti al 100% alla Regione Puglia) a cui è affidato il servizio idrico sino al 2018 e che mantiene le stesse finalità dell’EAAP.

 

 

Il Canale Principale fece già discutere nel 1980, in seguito al sisma in Irpinia, poiché la capacità di trasporto massima si ridusse da 6,3 m³/s a 4 m³/s a causa degli interventi di risanamento. La portata in esubero viene tutt’ora convogliata mediante l’acquedotto dell’Ofanto e tutt’ora si attendono gli interventi per il ripristino della capacità di trasporto originaria del Canale Principale.

 

Oltre a quello di Ofanto, anche gli acquedotti di Pertusillo-Sinni, Fortore e Locone contribuiscono a formare il complesso sistema di interconnessioni che garantisce il servizio idrico in tutti gli abitati serviti. Anche per questo tipo di sistema articolato, l’Acquedotto Pugliese si configura come unico al mondo.

Non altrettanto uniche sono le problematiche legate agli eccessivi prelievi, tramite pozzi privati, dalla preziosa falda idrica che tende, perciò, ad impoverirsi anno dopo anno. Essa costituisce una risorsa strategica e, in quanto tale, andrebbe preservata per le urgenze, ossia quando anche le altre fonti rendono uno scarso apporto a causa della siccità ricorrente.

Ed è proprio a seguito dell’inaridimento delle tradizionali fonti di approvvigionamento, quali bacini artificiali di raccolta o pozzi artesiani, che l’Aqp Spa si ritrova ad essere impegnato attualmente in un’opera di ammodernamento e potenziamento delle infrastrutture, affinché possa aderire alle nuove esigenze del territorio.

 

Tra le ultime opere di ammodernamento vi è il potabilizzatore in Irpinia, inaugurato a Conza (Campania) lo scorso luglio dal Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Esso immette nella rete idrica pugliese altri mille litri di acqua al secondo ed è costato tre anni di lavori e 50 milioni di euro, visti da Ivo Monteforte (Presidente di Aqp) come un investimento utile a dimostrare che “anche un’azienda pubblica può essere efficiente”. Egli dichiara, infatti, che “il bilancio 2011, con un utile di 41 milioni di euro, si configura come il più importante e positivo nella centenaria storia di Aqp”. Eppure il governatore Vendola chiede ancora “una maggiore coniugazione tra l’evoluta cultura aziendale e la partecipazione diretta dei lavoratori e dei cittadini alla gestione di Aqp”.

 

 

Non mancano le critiche nei confronti della spesso idilliaca visione del Presidente: Francesco Clemente, giornalista de Linkiesta che collabora per Il Sole 24 Ore, intitola “Cantami, oh Nichi, altre balle sull’Acquedotto Pugliese” un pungente articolo di commento sul suo blog in rete. Egli sostiene che definire Aqp “una straordinaria azienda risanata” sia ridicolo da parte di Vendola: «Che Aqp Spa sia una azienda, i pugliesi, e anche le pietre, l’han sempre saputo, anche perché l’acqua del rubinetto dal Gargano al Salento non è gratis: costa 1,6063 euro a metro cubo, aumenta da anni (1,31 euro nel 2009, 1,44 nel 2010 e 1,5454 nel 2011) e, tra perdite fisiche e acqua non pagata, si disperde per il 47%. Ma Vendola e la sua giunta, si sa, a smentire le analisi 2008 dell’Istat sul colabrodo d’Italia ci han messo un battito di ciglia». La proposta di far diventare l’ente idrico un’azienda pubblica, che sia di proprietà dei lavoratori e dei cittadini, e che da questa venga governata, è vista quindi da Francesco Clemente come una “grossa balla” (considerando che è stata emessa da Vendola a soli tre mesi di distanza dalla sentenza con cui la Corte costituzionale ha bocciato buona parte del suo mandato politico): «Il 7 marzo scorso infatti la Consulta ha annullato l’impianto normativo regionale  che prevedeva da una parte la trasformazione in azienda pubblica dell’attuale società per azioni di diritto privato e dall’altra l’affidamento della gestione del ciclo integrato dell’acqua».

 

A tal proposito una lettrice aggiunge: «La realtà dell’Acquedotto Pugliese di oggi è a dir poco straziante! Il profitto è stato fatto sulla pelle dei dipendenti e sull’aumento della tariffa. Certo, la vecchia EAAP era un ente dove spessissimo c’erano nullafacenti o dipendenti che approfittavano del “posto sicuro” per generare privilegi e lavorare il minimo indispensabile. Niente più è così! Moltissimi impiegati dell’AQP lavorano a ritmi frenetici. Gli stipendi sono paragonabili a quelli degli operai anche per figure specializzate come gli ingegneri, ridotti a fare i “jolly” sulle più disparate mansioni che la ottusa politica della riduzione del personale ha creato. Le storiche sedi di Trani e Brindisi stanno per essere completamente dissolte nell’acido avido della colla sulla quale siedono il Direttore Generale M. Bianco (che ha avuto anche il coraggio sfacciato di autoassumersi a tempo indeterminato), il Presidente I. Monteforte e il Direttore delle Risorse Umane A. Correra. Il personale negli ultimi cinque anni è stato ridotto all’osso, mancano fontanieri, ispettori di cantiere, strumenti informatici moderni… E in tutto questo AQP sarebbe una “straordinaria azienda risanata”?».

 

Alla luce di tutto ciò, qualche dubbio sorgerebbe spontaneo anche a chi ha sempre creduto fermamente nell’abusato aggettivo “pubblica” che segue la parola “azienda” in riferimento ad Aqp: una s.p.a. che segue comunque logiche di profitto e non solo di pubblico servizio, a capitale interamente della Regione Puglia e che ne ha raccolto pur sempre l’eredità, che occupa duemila persone e dichiara di perdere almeno il 35% dell’acqua che trasporta, che mette in bilancio ricavi per 442 milioni di euro e che prevede di averne 17 in più quest’anno, altri 15 l’anno prossimo e 13 nel 2014, ma che di ridurre la tariffa per i consumatori non ci pensa nemmeno.

Infondo lo diceva anche Gaetano Salvemini: “l’Acquedotto Pugliese ha sempre dato più da mangiare che da bere”…

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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