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Diossina nel Mar Piccolo e mitili inquinati

di Federica Perrini

 

 

Risalgono allo scorso giugno i risultati delle analisi che confermano i valori di inquinamento delle cozze tarantine. Tenute dall’Istituto zooprofilattico di Teramo, esse indicano una concentrazione di diossina e policlorobifenili (derivanti della diossina stessa) superiore alla norma e confermano, pertanto, il divieto di movimentazione e commercializzazione delle cozze del primo seno del Mar Piccolo (decretato già dallo scorso anno). I prelievi dell’Asl hanno interessato, dunque, le acque tra la Città Vecchia e il Ponte di Punta Penna, attestando la presenza di queste sostanze inquinanti su una media di 7,5 picogrammi al grammo, laddove il limite previsto è di 6,5.

È un vero peccato per i mitili tarantini che, grazie alla presenza di citri (sorgenti d’acqua dolce che sboccano dalla crosta sottomarina), sono divenuti famosi per la loro particolare dolcezza e, non a caso, sono da sempre richiestissimi sul mercato. Taranto, infatti, un tempo costituiva il maggiore centro produttivo di cozze e ostriche al mondo grazie ai suoi immensi giardini marittimi.

Alla rabbia dei mitilicoltori, che hanno chiesto a gran voce una revoca del blocco alla vendita, si aggiunge il dispiacere dei consumatori anche per il peggioramento della qualità del prodotto. Tale peggioramento deriverebbe dagli spostamenti delle colture, visti come possibile soluzione, dal Mar Piccolo al Mar Grande. Altrettanto possibile, ma incerta, è l’opzione di dare il via a concrete opere di bonifica ambientale. Certo è, intanto, che lo stop alla vendita ha messo in seria difficoltà il settore, laddove, a detta dei produttori, il valore commerciale delle cozze allevate nel primo seno del Mar Piccolo ammonta a circa 4 milioni di euro.

Le autorità sanitarie hanno continuato ad effettuare prelievi e campionamenti nel mare di Taranto. Le prime ipotesi fanno decadere le responsabilità delle infiltrazioni inquinanti la falda superficiale all’Arsenale Militare che possiede dei cantieri a ridosso del Mar Piccolo e all’azienda San Marco Metalmeccanica che, seppur distante, riuscirebbe a raggiungere le acque attraverso una falda carsica. Si è però esclusa l’Ilva tra le cause ipotizzate, poiché anch’essa è alquanto distante dal Mar Piccolo. Eppure sono note a tutti le polemiche sui danni ambientali apportati dallo stabilimento industriale tarantino per la lavorazione dell’acciaio.

Si è sempre parlato, a proposito dell’Ilva, di inquinamento atmosferico e danni mortali per la salute delle popolazioni nelle vicinanze. Ma anche le conseguenze sulle acque non andrebbero trascurate.

Lo stabilimento di Taranto è localizzato, infatti, nel quartiere Tamburi e, precisamente, nell’area compresa tra la Strada statale 7 Via Appia, la Superstrada Porto-Grottaglie, la Strada Provinciale 49 Taranto-Statte e la Strada provinciale 47, per una superficie complessiva di circa nove chilometri quadrati, presentandosi, di fatto, in un’area a forte densità abitativa. Ciò non esclude che l’aria inquinata, attraverso le piogge, possa giungere a danneggiare anche le acque del Mar Piccolo incidendo, così, anche sull’inquinamento dei mitili tarantini. Si tratta, infondo, di un elementare processo che chiunque metterebbe in conto.

Perché, allora, tra gli articoli di giornale che affrontano la tematica dell’inquinamento del Mar Piccolo non vi si ritrova tra le cause anche l’Ilva? O, viceversa, perché tra gli articoli che trattano dei danni apportati dall’Ilva non vi si ritrovano anche quelli nei confronti delle acque limitrofi? Provate a chiederlo ad un tarantino e vi risponderà che è una questione troppo delicata, che dell’Ilva se ne parla fin troppo ma fin troppo male, che fin troppi danni scomodi per i colpevoli sono già stati portati alla luce, a tal punto da spingere chi ha potere in merito a volerne offuscare ulteriori con cautela, per non aggravare le già infuocate tensioni causate dagli ingenti interessi economici che vi sono di mezzo. Eppure, vien da pensare, che allora non se ne parla abbastanza.

Attualmente l’Ilva è al centro di un vasto dibattito per il suo impatto ambientale sia a Taranto sia a Genova. Le sue emissioni sono state oggetto di diversi processi penali per inquinamento che si sono conclusi in alcuni casi e gradi di giudizio con la condanna di Emilio Riva (che dal 1995 al 2002 ha investito nell’impianto il controvalore di 1,7 miliardi di euro) e di altri dirigenti.

I dati emersi dalle inchieste affermano che sono considerati particolarmente inquinanti i parchi minerali, le cokerie e il camino E312 dell’impianto di agglomerazione.E così a Genova, nel 2002, sono state chiuse proprio le cokerie per il loro impatto sulla salute, in particolare nel quartiere di Cornigliano, nelle cui vicinanze sorge lo stabilimento siderurgico.

Uno studio epidemiologico, in quel contesto territoriale, evidenziò una relazione tra polveri respirabili (diametro inferiore od uguale a 10 micron o PM10) emesse dagli impianti siderurgici ed effetti sulla salute. Lo studio epidemiologico attestò che nel quartiere di Cornigliano nel periodo 1988-2001, la mortalità complessiva negli uomini e nelle donne risulta costantemente superiore al resto di Genova. Nel luglio 2005 è stato spento anche l’altoforno numero 2 dello stabilimento di Cornigliano. Finisce così l’era della siderurgia a caldo a Genova con notevole abbattimento dell’inquinamento.A Taranto, invece, tutto questo non è ancora avvenuto.

Quest’anno sono state depositate presso la Procura della Repubblica di Taranto due perizie (una chimica e l’altra epidemiologica) nell’ambito dell’incidente probatorio che vede indagati Emilio Riva, suo figlio Nicola, Luigi Capogrosso, direttore dello stabilimento siderurgico, e Angelo Cavallo, responsabile dell’area agglomerato. A loro carico sono ipotizzate le accuse di disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico. Ebbene, dalle seguenti accuse non è affatto illecito dedurre che le “sostanze pericolose sversate” e il “danneggiamento dei beni pubblici” possano concernere anche la critica condizione delle acque del Mar Piccolo e, di conseguenza, dei mitili tarantini.

Secondo i periti nominati dalla procura, la situazione sanitaria a Taranto è molto critica, anzi unica in Italia. Gran parte delle sostanze rilevate nella perizia sulle emissioni sono state poi considerate in quella epidemiologica come “di interesse sanitario”. Ese è vero che gli inquinanti sono in concentrazioni più elevate nei quartieri in prossimità dell’impianto, è anche vero che le stesse concentrazioni variano nel tempo e dipendono dalla direzione del vento.

Per quanto riguarda la diossina ritrovata nei mitili del Mar Piccolo, basti pensare che gli impianti dell’Ilva ne emettevano nel 2002 il 30,6% del totale italiano e, sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, la percentuale sarebbe salita al 92%, contestualmente allo spostamento in loco delle lavorazioni “a caldo” dallo stabilimento di Genova.

Il 26 luglio scorso il GIP di Taranto (Dottoressa Patrizia Todisco) ha disposto il sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva. I sigilli sono previsti per i parchi minerali, le cokerie, l’area agglomerazione, l’area altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi.

Il 10 agosto il GIP ha disposto che l’Ilva dovrà risanare gli impianti dell’area a caldo sequestrati per disastro ambientale.

Attualmente, dopo il ricorso da parte dei legali dei Riva al tribunale del riesame di Lecce, oltre che di Taranto, il Gip è stato rimosso e i Riva (ancora agli arresti domiciliari) dichiarano che spenderanno 146 milioni di euro per la sistemazione degli impianti: «Somma “palliativa” – commenta un giornalista tarantino – ne servirebbero almeno 5, di miliardi di euro!».

I comitati spontanei dei cittadini, nel frattempo sorti per rivendicare il loro diritto alla salute, vengono repressi continuamente dalla promessa, da parte del Governo di un impegno di spesa di 2 milioni di euro per la bonifica del territorio tarantino circostante l’Ilva. Nel frattempo che alle promesse seguano i fatti, il leader del movimento ambientalista, Fabio Matacchiera, a cui si deve l’emersione della coscienza ambientalista tarantina, è sempre sul piede di guerra, insieme al “Comitato dei cittadini liberi e pensanti” che affermano di non voler essere più trattati come carne da macello.

Chi rischia, oltre all’ambiente e alla popolazione danneggiata dall’inquinamento, sono però anche i 22.000 lavoratori che passerebbero dall’Ilva alla strada.

Insomma, la delicata questione abbraccia diverse problematiche, tra cui quella che vede una forte spaccatura tra potere giudiziario e potere politico ma anche tra operai e cittadini (anche se molti operai cominciano a mostrare maggiore interesse per la propria salute, oltre che per il posto di lavoro). Il punto è questo: più problematiche legate all’Ilva si riescono a far emergere e più sarà possibile che la ridondanza di questo caso conduca presto ad una risoluzione ottimale per l’uomo e per l’ambiente.

Ecco, la questione dei mitili del Mar Piccolo fa proprio parte di queste problematiche e, in quanto tale, potrà contribuire anch’essa ad una costruttiva ridondanza del caso. 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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