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35 mm d’acqua – Cantando (e ballando) sotto la pioggia

di Massimo Guadrini

 

 

In questi giorni di frequenti piogge (mentre scrivo è la fine di settembre), qualcuno – come il sottoscritto – potrebbe essersi trovato a canticchiare “I’m singin’ in the rain, just singin’ in the rain, what a glorious feeling, I’m happy again…”, cioè i versi di una canzone del 1927 diventata però famosa in quanto colonna sonora di una delle più belle scene del film Cantando sotto la pioggia (Singin’ in the rain, di Stanley Donen e Gene Kelly, USA, 1952).

 

Ma oltre al tempo di questi giorni ed al titolo, pretesti che mi permetterebbero comunque di parlare di Cantando sotto la pioggia in un giornale come Water(on)line, c’è anche un altro motivo che rende adatto il trattare di questo film in una testata che fa riferimento all’Università degli studi di Parma, ed è che si tratta di un meta-film, cioè di un film che parla di cinema: è ambientato nello stesso anno in cui uscì nelle sale cinematografiche il primo film parlato della storia del cinema, The jazz singer di Alan Crosland, USA, 1927, e la trama prende spunto proprio dalle difficoltà che incontrarono gli attori e gli studi cinematografici quando, tra la fine degli anni ’20 e i primi anni ’30, dovettero passare dalla produzione di film muti a quella di film “sonori” (le virgolette le metto per non attirarmi le ire di quanti sanno benissimo che, benché non sincronizzati, i film furono di fatto sonori fin dagli albori, solo che la musica era prodotta dal vivo nelle sale di proiezione).

 

 

 

Detto in soldoni, il plot narra le vicissitudini di Don (Gene Kelly), star del cinema muto, alle prese con i problemi connessi con la realizzazione del primo film sonoro prodotto dalla “Monumental Pictures”, casa di produzioni che gli ha da tempo affibbiato Lina Lamont (Jean Hagen) come partner fissa sullo schermo e, ufficialmente, anche nella vita. Alla prova del fuoco della registrazione sonora, però, la voce di Lina si rivela stridula e sgradevole e contrasta decisamente con l’idea che il pubblico si era fatto di lei. Di qui la necessità che una giovane attrice di teatro, Kathy Selden (Debbie Reynolds), di cui nel frattempo Don si è innamorato, ne doppi la voce, creando ovviamente nella gelosa Lina un forte risentimento. Questa – forte del contratto stipulato con lo studio – si mette allora a tiranneggiare Kathy, cercando cinicamente di eclissarla pur sfruttandone le qualità. Don e Cosmo Brown (Donald O’Connor) sveleranno al pubblico l’artificio del doppiaggio e, di conseguenza, la brutta voce di Lina, ponendo fine di fatto alla sua carriera di attrice cinematografica.

Il film, all’uscita nelle sale, raccolse certamente i favori del pubblico ma non fu immediatamente riconosciuto dalla critica che, con la sola eccezione di Adolph Green, all’epoca dichiarò di preferire Un americano a Parigi (An American in Paris, di Vincente Minnelli e Gene Kelly, USA, 1951), film che vinse ben sei Academy Awards e per il quale Gene Kelly vinse il suo unico Oscar, attribuitogli “in apprezzamento della sua versatilità come attore, cantante, regista e ballerino, e in particolare per i suoi spettacolari successi nell’arte della coreografia cinematografica”. Ciò nonostante, negli anni, tale giudizio è radicalmente cambiato, ed oggi la critica è unanime nel considerare Cantando sotto la pioggia il capolavoro di Gene Kelly e il miglior musical di tutti i tempi.

 

 

 

Venendo alla famosissima scena in cui Kelly canta Singin’ in the rain e balla usando l’ombrello a mò di partner, è circolata per parecchio tempo – e continua tuttora – la leggenda che all’acqua (abbondantemente fornita dalla produzione) fosse stato aggiunto del latte per rendere le gocce più “visibili” all’obiettivo. Tale circostanza è stata smentita, in un’intervista rilasciata a Newsday e pubblicata nel luglio di quest’anno, da Patricia Kelly (poi Patricia Ward), moglie di Gene dal 1990 al 1996, che afferma che l’effetto di riflessione fu semplicemente (!) ottenuto con il sapiente uso delle luci. La stessa Patricia ha poi invece confermato, seppur correggendola, un’altra diceria, riferita da molte fonti, secondo la quale Gene Kelly sarebbe stato febbricitante durante il primo giorno di riprese della scena: effettivamente egli era stato malato, con un febbrone che arrivò addirittura a 39°, ma non “il primo giorno delle riprese”, bensì “nei giorni precedenti le riprese”. Questo restituisce al grande attore, ballerino, regista e coreografo una dimensione un po’ più umana, in quanto mi ero spesso chiesto chi avrebbe mai potuto eseguire, oltre a Chuck Norris e (forse) a Superman, tali meravigliosi volteggi con una simile febbre, per di più con il sorriso sulle labbra.

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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