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La Cina è dietro l’angolo

di Giulia Rossi

 

 

Sarà il profumo intenso, caldo, avvolgente. Sarà l’umidità che si sente sulla pelle. Sarà la musica orientale di sottofondo. O forse sarà solo la fantasia che a volte gioca brutti scherzi. Ma navigando nei mesi estivi, sulle acque calme del fiume Mincio, nella provincia mantovana, si ha davvero l’impressione di essere stati carambolati nell’antica Cina. Merito del fior di loto che tra luglio e agosto, per la sua fioritura straordinaria, richiama in questa zona turisti e appassionati di botanica da tutta Italia.

Oggi la nostra rubrica vuole parlarvi di una realtà vicina a noi ma al contempo lontana dal nostro modo di vivere la natura. Un luogo incantato. Ricco di storia di leggende e di emozioni. Potete credermi sulla parola, oppure dirigervi a Grazie di Curtatone, nel mantovano, e salire su uno dei tanti battelli che vi porteranno a spasso tra le meraviglie dell’oasi naturale del Mincio. Noi, lo abbiamo fatto.

 

 

Camminando su una passerella di legno, scrutati dallo sguardo schivo dei cigni e adombrati dai poderosi salici piangenti, raggiungiamo il battello, dove Ettore Mantovanelli, un barcaiolo esperto e dalla parlantina facile, inizia a raccontare ai passeggeri le particolarità del luogo.

“Stiamo navigando proprio dove il Mincio rallenta il suo corso e placa la foga delle sue acque, distendendo i nervi – racconta la guida – Questo tratto d’acqua rientra tra le zone tutelate dal Parco naturale del fiume Mincio, istituito dalla regione Lombardia nel 1984 che valorizza il comprensorio fluviale per un’ estensione di circa 168 chilometri quadrati, toccando, oltre al Comune di Curtatone, quello di Mantova, Ponti sul Mincio, Monzambrano, Volta Mantovana, Goito, Marmirolo, Porto Mantovano, Rodigo, Virgilio, Bagnolo San Vito, Roncoferraro e Sustinente”.

Ad un tratto il racconto di Ettore si interrompe: la presenza di un airone rosso, immobile e guardingo, fa posare improvvisamente gli occhi dei turisti sull’obbiettivo delle proprie macchine fotografiche, per immortalare l’immagine di una specie che non si ha occasione di vedere tutti i giorni. Dopo aver dato vanto di sé, beffardo, l’airone apre le ali e scompare tra i canneti.

Ma questo uccello non è l’unico inquilino del luogo. A fargli compagnia, un ventaglio di altre specie aviarie colorano i cespugli, giocano a pelo d’acqua, depongono le uova al limitare del canneto e vanno in cerca di cibo per sfamare i propri piccoli.

 

 

Tanti gli esemplari che abbiamo incontrato nel nostro viaggio: le gallinelle d’acqua, le folaghe, l’airone cenerino, la garzaia, ma anche cigni e anatre che si fanno strada al calar del sole tra le ninfee e l’ibisco di palude. Oltre ovviamente ad una fauna ittica rilevante.

Ma le acque di questo fiume non sono solo ricche di vita ma anche si storia. Una storia genuina e autentica, di quelle che le nonne raccontano ai nipoti prima di farli dormire, fatta di esperienze vere. Nel corso di questo fiume, che oggi appare fangoso e immobile, appena cinquant’anni fa, le donne lavavano i panni e i bambini facevano il bagno. Ma c’è di più. Queste acque raccontano un mestiere antico che dava da lavorare a oltre settanta famiglie di Grazie.
In inverno, infatti, avveniva il taglio del canneto, ogni barca poteva contenere circa settanta mazzi larghi 30 centimetri e alti anche 5 metri. Una volta tagliate, le canne venivano fatte asciugare, poi distribuite per la lavorazione. Venivano prodotte le tipiche arelle che poi venivano commerciate con la Liguria, San Remo e il Trentino.

Della canna quasi nulla andava sprecato. Per esempio: con il pennacchio venivano realizzate le scope, con il calice verde si legavano le arelle e si impagliavano sedie e botti.

Proseguendo sulle acque del fiume nel tardo pomeriggio, con il profilo di Mantova all’orizzonte, l’atmosfera sembra davvero surreale.

Ad un tratto però, lo scenario cambia in modo repentino. Non ci sono più i canneti, il fiume maestro e imponente si snoda in stretti canali artificiali realizzati negli anni ’50. Davanti a noi: la Cina, in pochi secondi e solo grazie a una piccola virata del battello, accompagnata da qualche sospiro di stupore da parte dei presenti a bordo.

Finalmente conosciamo gli ospiti d’onore di questo tratto del fiume Mincio. Ciò che ci si presenta innanzi agli occhi ha dell’incredibile: un intero prato di fiori rosa intenso galleggia sull’acqua verde del fiume. Le piante di loto, come spiega il barcaiolo, possono raggiungere anche un’altezza di 1 metro. Ettore coglie un fiore e ce lo mostra da vicino, spogliandolo petalo dopo petalo con delicatezza. I petali, man mano, si fanno più rosati e morbidi. In poco tempo il battello è invaso da un profumo di olio canforato.

 

 

Si tratta della Nelubium Nucifera, ovvero il fiore di loto, una pianta antichissima le cui origini sono fatte risalire ancora prima degli antichi greci. Ma il loto era un fiore sacro anche per gli Egizi che avevano l’abitudine di scolpirlo e dipingerlo su ogni superficie. La sua vera casa è però la Cina, dove il fior di loto viene utilizzato interamente: dalle sontuose e impermeabili foglie che diventano magicamente piatti da riso, ai petali dai cui si estrapolano essenze profumate.

Anche le ampie foglie del loto hanno la loro particolarità: l’impermeabilità. Ettore, con pazienza, ci mostra un esperimento che lascia a bocca aperta i passeggeri più piccoli: se mettiamo una goccia d’acqua sulla foglia, questa non viene assorbita, resta nella sua forma tondeggiante e rotea indisturbata tra le venature. È per questo che le foglie del loto in Cina vengono spesso utilizzate come piatti.

Sorge spontaneo chiedersi come il fiore di loto sia arrivato fin qui in provincia di Mantova, dall’estremo Oriente. L’arcano risiede in un nome: Anna Maria Pellegreffi. Giovane donna, laureata in Scienze, la Pellegreffi decise di trapiantare le radici del loto alle pendici di Mantova, in prospettiva, si usa dire, proprio sotto la Cupola del Duomo.

Erano gli anni Venti, quelli della povertà post bellica, quando la scienziata decise di realizzare questo esperimento con lo scopo di ottenere farina povera dai semi racchiusi nel fiore. La farina non ebbe molto successo nella cucina mantovana ma l’irruenza del loto ormai era inarrestabile. Il fondo melmoso accolse le radici della Nelubium Nucifera come una culla e le piante in breve si moltiplicarono. Da allora il loto ha camminato per 8 chilometri, colonizzando le acque del Mincio, fino a giungere a Grazie, dove oggi possiamo ammirarlo e respirare la sua essenza che ricorda il profumo dell’olio canforato, accarezzandoci gli occhi con i suoi colori chiari e sfumati.

Ma questa pianta particolarissima è tanto apprezzata quando criticata dai mantovani. Dal punto di vista ambientale infatti, l’introduzione del fior di loto è stata un’operazione discutibile data la loro forte capacità infestante che fa si che siano oggetto di massicci interventi periodici per sfoltire e per preservare l’integrità dei laghi. Questo il problema: quando il fiore muore si deposita sul letto del fiume e la sedimentazione di queste biomasse, data la scarsa corrente, atrofizzano i canali e li innalzano creando continui e dispendiosi problemi.

 

 

 

In ogni caso, il loto, fiore bello e maledetto, nella buona e nella cattiva sorte, resta il cuore orientale di Grazie e come tale non poteva che avere una leggenda d’amore al suo seguito.

Si racconta che un giovane viaggiando per l’oriente conobbe una ragazza dagli occhi a mandorla e con la pelle profumata come i petali del fior di loto. Venuta a Mantova, la povera ragazza, nello specchiarsi nel lago, vi cadde, perdendo la vita. Il ragazzo allora gettò dei semi del fiore nel lago in modo che, fiorendo ogni estate, potessero ricordare con il loro profumo e la loro delicata bellezza la sua sposa e sconfitto dal dolore si tolse la vita sparendo anch’egli nelle acque del lago.

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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