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Itinerari. La valle della luna

di Giulia Rossi

 

Vicino al lusso sfrenato degli yacht di Porto Cervo, a pochi passi da hotel a cinque stelle e dalle spiagge bianche, popolate da calciatori e veline, sorge un luogo nascosto, insolito, particolare. Uno di quelli da visitare con lo zaino in spalla e pochi pensieri in testa. Dove si scappa per staccarsi dal mondo globalizzato, con i suoi ritmi frenetici e la sua foga di girare, incurante di chi abbia voglia di fermarsi. Uno di quei luoghi che ti lascia sulla pelle un sensazione di selvaggia e genuina libertà un po’ stile “fate l’amore non fate la guerra”, che ormai pareva perduta tra le pagine di storia.

Dietro cespugli di mirto, tra le rocce bianche erose dal mare, in cima a uno scoglio, dal quale si può godere di una vista mozzafiato sul mare cristallino, c’è ancora il sapore intenso e dirompente dei mitici anni ’60.

Di cosa stiamo parlando? Il mistero è presto svelato: la nostra rubrica di itinerari inconsueti, questo mese, ha deciso di chiudere gli occhi e staccarsi dalla grigia nebbia autunnale per far correre il pensiero all’isola dei sogni: la Sardegna; dove, vicino a Capo Testa, nella Valle della Luna, abita la più antica comunità di hippies ancora esistente in Italia.

Il nome del luogo è un omaggio alla “graziosa Luna”, a cui il paesaggio formato da grandi massi bianchi, modellati dal mare e dal vento intervallati da stretti sentieri sterrati, si rifà.

 

 

Tolte le infradito e messe le scarpe da ginnastica, decidiamo di lasciarci alle spalle la civiltà e inoltrarci per un sentiero che ci porterà indietro nel tempo.

Subito il profumo di mirto ivade le nostre narici. Il sole di agosto è torrido, nonostante l’orologio segni quasi il capolinea di un pomeriggio d’estate. La curiosità è tanta e ci spinge a guardarci intorno con occhi attenti. Incontriamo una coppia di ragazzi che ci indica la strada giusta da percorre: perdersi tra quella radura è molto facile.

 

 

Proseguendo con passo spedito vediamo sempre più fitte comparire le preannunciate rocce di granito: è segno che siamo vicini al villaggio dei “figli dei fiori” dell’età contemporanea. Due grosse pietre sono il cancello d’ingresso verso il mondo che non c’è. Noi ovviamente entriamo. Un hippie con la barba incolta, i capelli lunghi e un costume colorato sbuca da dietro una roccia, inaspettatamente, e ci fa sobbalzare.

Andiamo avanti. Sulla nostra destra compare una struttura di granito mastodontica di una forma ben definita, tanto da sembrare quasi una maschera. Questa roccia viene chiamata dagli abitanti del luogo “il Teschio”.

 

 

Pochi metri dopo, si apre davanti ai nostri occhi una vista stupefacente: nelle grotte ricavate dal mare vivono decine e decine di hippies di tutte le età. Si sono organizzati in semplicità ma con grande efficacia. Hanno tutto quello che gli serve: una fonte d’acqua dolce, falò disseminati sulla spiaggia, alcuni utensili per cucinare, il mare dove nuotare, svagarsi, lavare panni e stoviglie, contenitori per l’immondizia, e la filosofia giusta per vivere a stretto contatto con la natura, in compagnia di una grande famiglia.

 

 

È la Valle della Luna al cui orizzonte si apre il mare, così calmo e rassicurante, su cui sta per andare a riposare un sole rosso d’agosto. Non rimanere esatsiati da questo spettacolo è impossibile.

 

Anche se appartiene di fatto ad un altro pianeta, questa fetta di serenità, è pur sempre facente parte del Comune di Santa Teresa, e, poiché la Valle della Luna non sarebbe zona da campeggio, spesso gli abitanti del luogo incappano da parte delle forze dell’ordine in svariate multe, che tuttavia nessuno pagherà.

Buttando l’occhio tra le rocce scopriamo che gli abitanti del villaggio sono davvero tantissimi: c’è chi suona la chitarra, chi canta, chi chiede ai turisti qualche soldo, chi dorme, chi lava una padella nell’acqua salata, chi contempla il tramonto seduto in riva al mare, chi è sdraiato sulla spiaggia, chi fuma, chi gioca con i tanti cani che abitano la valle, un piccolo branco. Si respira aria di complicità, di famiglia, di spensieratezza. La vita si svolge complice con la natura, come un tempo.

Tanti gli abitanti della Valle della Luna. C’è chi ha deciso di trascorrere una vacanza diversa e chi invece vive qui tutto l’anno. Ci sono vecchi nostalgici che ritornano nel luogo d’origine, per riassaporare il profumo della loro giovinezza e i loro figli, che invece scelgono di proseguire le orme dei genitori, rifiutando il mondo capitalizzato. Tra le rocce di granito si nascondono poi musicisti, artisti, semplici curiosi.

Ma per farvi meglio rendere conto di che cosa significhi vivere questa esperienza, vi riporto uno stralcio del racconto di Roberto Rossi (tratto da “la Valle della Luna: L’ultimo paradiso hippy” – Itinerari online) che descrive le sue sensazioni nel tornare “tra i figli dei fiori” dopo trent’anni :

 

Senza nascondere quel bel po’ di emozione che mi prende, mi avvio in compagnia di Adriana e Patrik verso Capo Testa. Attraversiamo l’istmo e rimiro le due grandi baie, a destra la spiaggia di Levante, sul lato opposto la Baia di Santa Reparata. Posiamo l’auto, zaino in spalla e lasciamo la striscia d’asfalto. Subito ho la sensazione che no, tutti quegli anni non sono passati, non possono essere passati. Mi pare tutto identico, come se ancora sul terreno vi fossero i segni del mio primo passaggio. Respiro quello stesso profumo, le essenze sono le stesse, il mirto, il lentisco, il ginepro, la salsapariglia. Le due grosse rocce spezzate a metà con precisione, con netto taglio, opera di epoca romana, come romane sono le cave di granito che pare sia stato utilizzato per importanti e famosi edifici come il Pantheon, nella città capitolina. Qui una sorgente naturale, detta “la funtana”, raccoglie ancora attorno a sé gli abitanti della valle per levarsi dal corpo la salsedine e la terra, per lavare i pochi indumenti, i teli, gli stracci. Questa gente non aveva accettato trent’anni fa le regole portate dalla società dei consumi, ed ancora oggi a queste regole non si è piegata. Vivono ancora qui, in queste grotte naturali che si aprono nelle rocce tondeggianti, levigate e modellate dalla millenaria pazienza dell’acqua e del vento, in anfratti poco accoglienti, ai quali si sono adattati, senza modificarli, rendendoli solo vivibili, per loro abitabili. Incontriamo lungo l’escursione due ragazzi stranieri, forse inglesi o irlandesi, che abitano la valle da oltre dodici anni, ci dicono prima di dare un bel sorso alla loro birra. Ci salutano e ricambiamo. Il percorso fin qui non è stato lungo, meno di un’ora, ma la “civiltà” pare molto lontana, siamo ora nell’era in cui gli uomini, per sentirsi al sicuro, avevano solo bisogno di un luogo riparato sotto al quale dormire e accendere un fuoco. Il popolo della luna qui può vivere senza la ritmata scansione del tempo, svestito di ogni orpello convenzionale, di ogni barriera che possa impedire il libero contatto con la terra. Non è affatto strano muoversi qui, tra uomini e donne, privi di ogni belletto formale e provare il desiderio di slacciare, senza malizia né pudore, anche l’ultimo dei bottoni, sfilare via triangoli di stoffa ormai superflui, inutili lembi di vergogna. Giungiamo laddove la valle termina in una bella spiaggetta, ed un altro gruppo di ragazzi ha attrezzato una grotta… bifamiliare, poiché sono in quattro ad abitarla. Qualche chiacchiera anche con loro, sono del continente, toscani, tra i venticinque e i trent’anni. Uno di loro ha piazzato una telecamera, fissa su di un cavalletto, che corre ad azionare per riprendere elicotteri dei carabinieri che ogni tanto vanno a straziare di rumore quell’angolo di paradiso. Gli altri non vi fanno quasi caso, alzano però gli occhi al cielo e fanno spallucce. Anche noi. Ritorniamo molto lentamente verso la striscia d’asfalto che abbiamo lasciato qualche ora fa, girandoci ogni tanto per salutarli. Loro tra poco avranno parecchi amici qui, in quanto, di questi tempi, in primavera, tanti ritornano alla loro grotta. Sono quelli che non vivono qua tutto l’anno, ma ci passano sette otto mesi, e si ritrovano come una grande compagnia, ritornando a dividere le giornate, il pane, il vino, il pesce pescato, la musica che ancora oggi è John Lennon, John Baez e Rino Gaetano…”

E dunque: sempre la stessa musica, sempre lo stesso scenario, sempre lo stesso spirito di condivisione, sempre la stessa voglia di libertà. Qui gli anni ’60 non sono mai trascorsi veramente.

Sul calar del buio torniamo verso casa, felici di aver fatto la conoscenza di un modus vivendi senz’altro alternativo. E chissà, forse se ci fossimo fermati anche noi tra quelle grotte, avremmo capito che vivere a contatto con la natura non è poi così male.

Tolte le scarpe da ginnastica, ci rimettiamo le infradito, e mentre voltiamo le spalle alla valle, in lontananza vediamo la luce della luna che riflette sui massi di granito: siamo davvero a migliaia di chilometri dalla terra.

 

 

Circa l'autore

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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