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La Turchia che non ti aspetti: le terme di cotone.

di Ilaria Cappelli

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Giungiamo alle terme di Pamukkale un po’ per caso, coinvolti da una comitiva e senza averne fino allora mai sentito parlare. Dici terme e subito pensi a rilassanti vasche calde, a relax, a lussuose strutture, talvolta a noia mortale ma quelle che regala la Turchia sud-occidentale sono le terme che non ti aspetti, nulla hanno a che fare con i siti termali così come siamo abituati a conoscerli; sono un paesaggio da togliere il fiato, un affresco naturale estremamente suggestivo.

Giungiamo in corriera dalla vicina città di Denizli, ciò che in lontananza ci appare dai finestrini è una montagna di neve, forse di sale o forse ancora di cotone, come del resto suggerisce il nome del luogo (“pamuk” si traduce con “cotone” e “kale” con “castello”) e in effetti avvicinandoci sempre più, quello che fino a poco  prima pareva un grosso cumulo candido, lentamente sembra prendere le sembianze di un castello, dove al bianco preponderante dell’altopiano si alterna l’azzurro limpido delle acque che colmano le vasche, collocate a diversi livelli di altezza.

 

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Scendiamo dal mezzo e ci avviciniamo incuriositi, leggendo nei visi dei turisti le nostre stesse espressioni di stupore. Non si tratta di neve, né di sale, né di cotone. Difficile descrivere un posto così, appartiene a quel genere di luoghi per cui la più meticolosa descrizione non riuscirebbe a renderne i contorni e la bellezza.

Questa località incantata è figlia dei movimenti tettonici che in un remoto passato fecero affiorare in superficie le acque sotterranee, trasformandole in fonti termali. Da allora cominciarono a zampillare acque ricche di carbonato di idrogeno e calcio, che scorrendo lasciarono, e continuano a lasciare, lungo il pendio della montagna copiosi strati di calcare e travertino, dando  vita a questo imponente “castello di cotone”, che raggiunge i 160 metri di altezza e si estende per una lunghezza di circa 2700 metri. Un ulteriore dato che non manca di essere sottolineato più volte dalle guide turistiche è il numero di litri d’acqua che sgorgano al secondo dalle sorgenti: ben 250.

Visitare Pamukkale in primavera inoltrata ha certamente i suoi vantaggi, primo fra tutti il fatto di poter godere non solo delle calde acque ma anche di un clima piacevole ma lo scotto da pagare è la grande affluenza di turisti provenienti da ogni parte del mondo e la conseguente massiccia presenza di fotocamere: in ogni angolo praticabile di Pamukkale troverete qualcuno irrigidito in una delle classiche pose da cartolina e qualcun altro a dargli indicazioni. La stessa scena vi si ripeterà innumerevoli volte con il solo mutare dei soggetti e delle lingue. Questo alto tasso di turismo, inutile negarlo, sottrae al luogo gran parte della sua suggestione.

 

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Nelle giornate più plumbee dell’autunno, invece, il luogo assumerà ai vostri occhi sembianze meno vacanziere e più particolari, a tratti inquietanti: le formazioni stalattitiche vi parranno lugubri cascate pietrificate, come in un incanto fiabesco, e vi sembrerà di scorgere nei pochi turisti viaggiatori, cavalieri erranti di un tempo passato.

In un simile scenario non vi sarà difficile comprendere perché anticamente gli abitanti di questo posto credessero che le terme di Pamukkale celassero al loro interno la porta degli inferi, forse per un istante vi sembrerà di poterci credere. Per amplificare questo sapore di passato il consiglio è quello di visitare anche le vicine rovine di Hierapolis, antica città ellenistico-romana dichiarata dall’Unesco, in coppia con le terme di Pamukkale, Patrimonio dell’Umanità.

Di Pamukkale non vi resteranno solo foto di viaggio e bei ricordi, vi rimarrà quella sensazione che solo la natura può donare a piene mani: l’inaspettato stupore di fronte a un paesaggio in grado di rapire in un istante i sensi.

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