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The lost tsunami. Uno tsunami colpì le coste del Mediterraneo 8.000 anni fa. Potrà succedere ancora?

The lost tsunami. Uno tsunami colpì le coste del Mediterraneo 8.000 anni fa. Potrà succedere ancora?


tsunami 2

 

di  Francesco Scagliola

 

Al giorno d’oggi il termine “tsunami” evoca nelle nostre menti immagini ben definibili: chi non è mai andato su Youtube per vedere le tragiche sequenze delle onde anomale che investono le coste dell’Indonesia nel 2004, o, più recentemente, i filmati che testimoniano la catastrofe giapponese del 2011?

E, ancor prima della nascita del più famoso canale web di self-broadcasting, era stata Hollywood a darci un’idea di cosa significasse, in termini di distruzione, un evento di tal genere, attraverso film nei quali onde alte come palazzi s’infrangevano sull’inerme popolazione.

La verità è che, seppur più informati, probabilmente noi europei conosciamo ancoramolto poco degli tsunami, e le motivazioni sono principalmente tre: innanzitutto le onde anomale di celluloide non rappresentano scientificamente il fenomeno e sono più orientate, ovviamente, a creare spettacolarità. Secondariamente quando osserviamo un video in Internet lo facciamo principalmente con uno sguardo che si concede al sentimento romantico del “sublime” (un “sublime” massificato in questo caso), la terrificante gioia di chi può osservare un avvenimento disastroso e di proporzioni enormi con la sicurezza di essere in salvo. Terzo, e forse più importante motivo, le popolazioni europee non temono realmente una catastrofe di questa portata, sicuri che il bacino del Mediterraneo non possa generare tutta questa potenza. Ovviamente, è un errore.

La conferma non viene da profezie nostradamiche o da calendari indicanti data, ora e minuto della tragedia, bensì da studi scientifici basati su ritrovamenti di sedimenti geologici e reperti archeologici che testimonierebbero che qualcosa del genere è già accaduto, e, con le dovute cautele nell’affermarlo, potrebbe ripetersi.

Quindi uno tsunami di dimensioni enormi ha già, in passato, devastato le coste del Mediterraneo?

Sembra proprio di si, ma procediamo per gradi.

Siamo sulle coste israeliane, nei pressi di Haifa: il mar Mediterraneo bagna placido la spiaggia e apparentementenulla che riconduca ad una catastrofe naturale appare in superficie. Ed infatti non è in superficie che hanno cercato gli archeologi sottomarini che nel 1984 ritrovarono, a circa 400 metri dalla costa, ad una profondità compresa fra gli 8 e 12 metri, i resti di uno dei più antichi insediamenti umani del periodo neolitico.

La cittadina diAtlit-Yam, questo il nome che è stato dato al sito, risulta, grazie ai rilevamenti col Carbonio14, risalente all’incirca al VII millennio a.C., più di ottomila anni fa quindi. Ma quali sono i resti rinvenuti dagli archeologi israeliani, che per primi ebbero la fortuna di visitare questa “città scomparsa”? Ad Atlit-Yam si trovano, in uno stato di ottima conservazione, le tipiche testimonianze dell’epoca neolitica: le prime pavimentazioni in pietra, diversi pozzi, strutture megalitiche con probabile scopo di culto, alcune sepolture, ma, soprattutto, magazzini di raccolta per i viveri (pesce in gran parte) ancora pieni e ben conservati, ossa di animali da pascolo ancora nei recinti e, addirittura,resti umani che sembrano presentare tracce di una veloce morte traumatica.

Boschi ingvE’ chiaro come, ad una prima osservazione, sembrerebbe evidente che la comunità di Atlit-Yam sia stata cancellata nel giro di pochi istanti; ed è proprio questa la tesi sostenuta, a partire da uno studio condotto nel 2006, dai ricercatori dell’INGV (Istituto nazionale geofisica e vulcanologia dell’Università di Pisa) Enzo Boschi, Maria Teresa Pareschi e Massimiliano Favalli. Va detto che alla teoria della catastrofe se ne sono, nel corso degli anni, contrapposte altre, fra tutte quella dell’abbandono volontario dell’insediamento dovuto all’avanzamento delle acque; tuttavia l’ipotesi dell’INGV sembra poggiare su basi solide, in particolar modo se si considera un’altra stupefacente “prova” geologica che sembra collimare a livello temporale con i resti del sito archeologico israeliano.

Si vola in Italia, Sicilia, alle pendici del più alto vulcano d’Europa: Il monte Etna. Il vulcano, tutt’ora in attività, oltre che essere una meta ambita per escursionisti e turisti d’ogni tipo in visita sull’isola e motivo di vanto per gli abitanti locali, è, ovviamente da sempre oggetto di studio da parte di vulcanologi e geologi. Sono stati infatti proprio gli esperti dell’INGV ha individuare in una sua caratteristica geologica una delle prove di un antichissimo disastro: il lato Est della montagna infatti presenta una grande concavità, l’attuale Valle del Bove; ma questa non sarebbe altro che la testimonianza di una colossale frana di sedimenti lavici accumulatisi nel corso di secoli. I ricercatori di Pisa, partendo da questa supposizione, hanno quindi proseguito nelle ricerche, cercando di rispondere a tre interrogativi: che cosa ha causato la frana? Quali furono le conseguenze? E a quando far risalire questo disastro naturale?

Alla prima domanda, afferma il Professor Boschi, non si può rispondere con assoluta sicurezza,“forse un’eruzione particolarmente violenta, forse un terremoto”; ma, per quanto riguarda le conseguenze l’indagine effettuata garantisce maggiori certezze.

Le ricerche si sono spostate nelle profondità del mar Jonio, dove l’enorme massa di detriti dev’essere per forza crollata: qui infatti sono state rinvenute, tra gli strati di sedimenti sottomarini anche a 20 kilometri dalla costa, tracce inconfutabili di depositi lavici “sparse un po’ ovunque”.

Ma a che epoca geologica risalirebbero questi detriti lo hanno stabilito le analisi di laboratorio, che datano i sedimenti a circa ottomila anni fa. Siamo quindi di fronte ad un’enorme frana che precipita violentemente in mare: le conseguenze, stando allo studio dell’INGV, sono ovvie. Si sviluppò uno tsunami di dimensioni enormi, con onde alte fino a trenta metri con una velocità compresa tra i 200 e 400 km/H, e che si abbattè nel giro di poche decine di minuti sulle coste di tutto il Mediterraneo orientale; talmente devastante da essere stato definito un “megatsunami” nello studio pubblicato dalla GeophysicalResearched intitolato The lost tsunami.

La domanda è assolutamente lecita: Atlit-Yam e la sua comunità neolitica di pescatori furono vittime di questa onda anomala che si scatenò in conseguenza di una frana lavica staccatasi dalle pendici dell’Etna? Stando alle datazioni al radiocarbonio i due “eventi” potrebbero coincidere, e sicuramente la condizione in cui il villaggio si è conservato viene in appoggio a tale teoria, tuttavia non è scientificamente provabile, perché, come ha afferamto la Dott.sa Pareschi dell’INGV “le tracce, sotto forma di depositi caotici scaraventati dalle onde del maremoto sulle coste del Mediterraneo, oggi non sono piùvisibili. Infatti, negli  ultimi 8000 anni, il livello del mare è ovunque salito di diversi metri a causa della deglaciazione. Quelle che erano le località costiere, come Atlit-Yam, ora sono sommerse”. Rimane dunque solo una teoria, seppur affascinante, di difficile soluzione. Non vi è comunque alcun dubbio che circa 8000 anni fa uno spaventoso tsunami colpì le coste mediterranee.

Ma  potrà succedere ancora? Gli studiosi  tendono a pensare che sì, una catastrofe di questa portata potrebbe purtroppo ripetersi, ma non è dato sapere con certezza se e, soprattutto,  quando accadrà.

In fondo è questa la grande forza della Natura con cui l’uomo si scontra da sempre.

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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