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L’Aquila: il tempo che non scorre da 4 anni.

L’Aquila: il tempo che non scorre da 4 anni.

Terremoto l'Aquila

di  Giovanna Pavesi

Alle 3.32 di ogni 6 aprile, le campane suonano un’infinita serie di colpi. E’ un suono incessante, che entra dentro, ma che è necessario. Sono rintocchi importanti, che ricordano la vita che non c’è più. L’Aquila è questa da quattro anni. E’ come se il tempo si fosse fermato a quel gelido aprile del 2009; a quella notte fredda, lunga e interminabile, che si è portata via ricordi, persone, sorrisi, rimpianti, gioie e malinconie.

Il terremoto è arrivato nella notte. Quelle scosse sono state tante e sono arrivate puntali.

Alla fine del marzo 2009, l’Aquila aveva avvertito  uno sciame sismico continuo: 400 scosse in 4 mesi; poi, una scossa di magnitudo 4.1 della scala Richter, aveva scatenato l’allarme più alto.

L’allora capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, aveva raccontato in una telefonata, che si stava organizzando un meeting di tecnici al solo e unico fine di tranquillizzare la popolazione.

La riunione straordinaria della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile, indetta da Bertolaso, si svolse all’Aquila una settimana prima del 6 Aprile.

Alcuni scienziati, vennero inviati dal Dipartimento della Presidenza del Consiglio (marzo-aprile 2009, Governo Berlusconi). Motivo? Rassicurare con ogni mezzo la popolazione che, per quattrocento volte, aveva avvertito la violenza del terremoto all’interno del proprio privato, della propria intimità.

Un “fenomeno normale” dicevano. Una settimana più tardi, la tragedia.

 Quattro anni. 309 le vittime. Chissà quante le vite interrotte. Le vie della città sono transennate, isolate in un silenzio perenne che le tiene ostaggio di quesiti ai quali non si trovano risposte.

Perché non si ricostruisce? Dove sono finiti i soldi? Perché nessuno ha fatto niente per impedire questa catastrofe umana? Perché nel nostro Paese si diventa espertissimi nella retorica del ricordo e concretamente non si fa nulla per prevenire danni permanenti?

 Sono passati quattro anni, ne passeranno altri. Le vite lacerate di chi se n’è andato e di chi è rimasto, sono diventate il simbolo di una tragedia italiana trasversale, che percorre tutto il nostro Paese.

Si è calcolato che dal capoluogo abruzzese se ne vanno 100 persone al giorno. In città solo silenzio. 

La notte del 6 aprile 2013 erano 12000 le persone che hanno sfilato per quelle vie deserte. In mezzo al buio della notte, le fiaccole e decine di cartelli tesi all’alto.

In quel fiume umano di persone che incarnano il ricordo, spiccano le foto delle vittime: paradossalmente tutti volti sorridenti, con gli occhi felici e lo sguardo proiettato avanti.

Ora, di fronte questi edifici, c’è un silenzio quasi irreale. Sembra tutto immobile. Lì si muovono soltanto le ore.

Circa l'autore

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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