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La Grande transizione è in corso. Scenari 2013-21015

La Grande transizione è in corso. Scenari 2013-21015

il futuro è adesso copertina

di Pasquale Barbella

 

Il peggior torto che si potrebbe fare a Il futuro è adesso, l’ultimo libro del sociologo Giorgio Triani, sarebbe quello di applicarvi il metodo di lettura rapida, che io di solito adotto con la saggistica: mi ritengo allenato alla percezione subliminale dei “passaggi morti”, quindi ridondanti e superflui, e passo fulmineamente alla rivelazione successiva, se ne esiste una. Ricordo di aver letto in un minuto La realtà pubblicitaria di Rosser Reeves, a lungo giudicato indispensabile per la formazione dei pubblicitari: in realtà era indispensabile la tesi ivi sostenuta, riassumibile in non più di dieci parole.
Il fatto è che Il futuro è adesso è esemplarmente immune da pause e ripetizioni: anzi si occupa proprio della morte dei tempi morti nell’epoca in cui corriamo. Parla dei principali fenomeni che la connotano: velocità, mobilità fisica e virtuale, moto perpetuo, ipertrofismi della telecomunicazione e dell’interconnessione e altri effetti di un progresso tecnologico che non era mai stato così survoltato e frenetico come è diventato nell’ultimo ventennio. Il futuro è adesso e non conosce soste: ci travolge con colpi di scena a ripetizione e alimenta in noi il desiderio smodato di stare al passo, ovvero di consumarlo all’istante come se si trattasse di un gadget (a volte lo è) o di uno snack.
Il libro mette in fila invenzioni, applicazioni, consumi, costumi e mutamenti con implacabile contrappunto statistico, e l’assortimento dei traguardi raggiunti è così smisurato da produrre un effetto stupefacente persino sui più edotti e devoti lettori di Wired. Basta aprire qualche pagina a caso per sentirsi investiti da una folata di movimento. Per esempio:

«Poche cifre e confronti danno il senso pieno di trasformazioni epocali, realizzatesi a velocità mai registrata prima nella storia. I cellulari erano uno status symbol di pochi alla fine degli anni Ottanta, nel nostro Paese 223 mila nel 1992, ma già 56 milioni nel 2001; il primo sms è del 1993, nel 2000 erano 56 miliardi saliti a 256 nel 2010; nel 2007 praticamente non esistevano i social network, allo stesso modo di tablet e smartphone; quattro anni dopo erano 21 milioni gli italiani in possesso di un account su Facebook e poco meno i possessori di smartphone…»

130 pagine tutte così, in opportuna sincronia con la «società mobile» e il suo nuovo raptus, la «istantocrazia»: fare tutto, subito e ovunque, spostarsi a ritmo bruciante, acquisire informazioni, obiettivi, oggetti e nuovi “amici” a tempo di clic. Sembrano tornati in auge gli entusiasmi per la rapidità e la simultaneità che cento anni fa furono i carburatori ideologici del Futurismo: solo che quei tempi ci fanno ridere, perché sembrano essersi svolti al rallentatore e la slow motion è una categoria che non ci appartiene più, in nessun senso.
Nell’indagine di Triani la fulmineità va di pari passo con l’iperbole concettuale, linguistica e non solo pubblicitaria, ma anche politicamente propagandistica («…“l’ideona” evocata dal ministro dello sviluppo economico Corrado Passera e la “sorpresona” annunciata dal segretario del PdL Alfano nell’imminenza delle amministrative del 2012»), la proliferazione dei prodotti e degli atti di consumo, la miniaturizzazione degli oggetti tecnologici nonché dell’ortografia e della sintassi (sms), la portabilità degli strumenti di lavoro e di piacere, l’abolizione delle soste e quasi del respiro, la fretta collettiva che intasa strade, metropoli (sempre più ingigantite), vie aeree e linee telefoniche in funzione di un collasso di proporzioni planetarie che forse non tarderà ad arrivare.
Resta da vedere quanto di questo ipercinetico ballet mécanique (anzi électronique) si muova realmente e quanto il suo agitarsi sia invece un’illusione ottica. La specie sembra aver raggiunto un ulteriore stadio evolutivo – dall’homo sapiensall’homo capiens, contenitore umano di miniature elettroniche a portata di tatto, di voce, di vista, di udito che le consente di operare qui e altrove contemporaneamente. Tendete l’orecchio ai mobile addicts quando capitano sul vostro stesso treno: vocianti, petulanti, mai zitti e fastidiosissimi, utenti di alta velocità ferroviaria e nel contempo di appendice mobile: talmente ripetitivi – e lenti di comprendonio – da farci rimpiangere lo svelto One Minute Manager[1] d’una volta. La maggior parte dell’umanità sta attaccata giorno e notte al telefonino, ma è come se guidasse una Ferrari a dieci all’ora.
Dove la volatilità si fa sentire più come problema che come opportunità è nell’area dei sentimenti e dei valori. Alle convinzioni e alle idee, scrive Triani, sono subentrate le percezioni, le sensazioni «che possono essere felici intuizioni, ma anche falsi presentimenti, comunque dipendenti dagli umori, dalle passioni, dalle emozioni del momento.» Si è drasticamente accorciata la durata delle relazioni sentimentali ma anche, aggiungerei, delle adesioni politiche: si passa in un batter d’occhio, come s’è visto, dalla partecipazione elettorale all’assenteismo, dal partito di ieri a quello di domani, e si è comunque sempre pronti a cambiare di nuovo, perennemente monitorati da sondaggi i cui esiti si rivelano superati nel giro di poche ore. La storia «si è messa a correre», osserva Triani, «come il futuro peraltro, con il risultato che sembra rimasto solo il presente, istantaneizzato, preso nel gioco frenetico di un processo di innovazione permanente che investe ogni ambito della produzione e del consumo e che si traduce in mode che durano un attimo, in usi e pratiche che non fanno in tempo ad essere metabolizzati […]»
In questo contesto il pensiero politico e l’azione politica sembrano più immobili che mai: anzi, secondo Umberto Eco, si muovono in retromarcia: come se «la Storia, affannata per i balzi fatti nei due millenni precedenti, si riavvoltoli su se stessa, marciando velocemente a passo di gambero.»[2]
Altrettanto preoccupato ma meno pessimista di Eco, Giorgio Triani conclude la sua ricognizione con qualche avvertenza: inutile «demonizzare o allarmarsi, conviene guardare avanti, assumere un nuovo abito mentale, affinare strumenti e mappe, sapendo che sarà un viaggio lungo.» Cercare, insomma, di mantenere la consapevolezza di ciò che ci accade intorno; di accompagnare il fenomeno e imparare a controllarlo invece di subirlo supinamente.

Giorgio Triani insegna comunicazione giornalistica e pubblicitaria all’Università di Parma, dove coordina anche un master su web communication e social media; e socioeconomia previsionale all’Università telematica San Raffaele di Roma. Scrive di società e costume su quotidiani e periodici e svolge attività di ricerca sociale applicata nell’ambito del marketing e della comunicazione. Tra le sue pubblicazioni: Bar Sport Italia. Quando la politica va nel pallone (Elèuthera, 1994); Casa e supermercato. Luoghi e comportamenti del consumo (Elèuthera, 1996); Sedotti e comprati. La pubblicità nella società della comunicazione (Elèuthera, 2002); L’ingorgo. Sopravvivere al troppo (Elèuthera, 2010).


[1] Manuale di Kenneth Blanchard e Spencer Johnson uscito negli Stati Uniti nel 1985 e pubblicato anche in Italia, da Sperling & Kupfer. Formulava una serie di tecniche per velocizzare i tempi di decisione al fine di incrementare la produttività e i profitti.
[2] U. Eco, A passo di gambero. Guerre calde e populismo mediatico, Milano: Bompiani, 2006.

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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