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Alluvione di Firenze del 1966. Potrebbe succedere di nuovo ?

Alluvione di Firenze del 1966. Potrebbe succedere di nuovo ?

Alluvione Firenze

di  Eleonora Magnanelli

La furia dell’acqua è incontrollabile. Spesso imprevedibile. Arriva, prende e porta via tutto quello che incontra. E il capoluogo toscano di Firenze lo sa bene. A Firenze, in quel Novembre del 1966, pioveva senza sosta da molti giorni ormai. Il fiume Arno era gonfio, come raccontano le cronache dell’epoca, e minaccioso. Nessuno però, nonostante le esondazioni del fiume fiorentino nel corso dei secoli siano state molte (se ne contano 54 tra il 1177 e il 1761; si ricordano quelle dell’Ottobre 1269, del 1288, quella del 4 Novembre 1333, del 3 Novembre 1579 , del 3 novembre 1844 e purtroppo tante altre in tutti i mesi dell’anno), si aspettava una tragedia così grande – l’acqua arrivo a toccare i 4,45 metri, andarono sciupati centinaia di libri e importanti opere come il famoso Crocifisso di Cimabue – per la città del giglio.

A distanza di tanti anni però, nella mente di molti fiorentini rimane una domanda sospesa e sussurrata: “Potrebbe accadere di nuovo? Potrebbe la potenza del fiume, dopo giorni di pioggia battente rompere gli argini e sorpassare le spallette?”

Per provare a rispondere a questa domanda e fare il punto su cosa si è fatto nel corso degli anni per arginare inondazioni e alluvioni come quella degli anni sessanta, abbiamo intervistato il Dott. Ing. Andrea Morelli, responsabile della difesa del Suolo, Bonifica e Risorse Idriche, della Provincia di Firenze.

Precisamente Dott. Morelli ci spieghi cosa successe in quell’alba del 4 Novembre 1966?

A Firenze si verificò un fenomeno molto strano. La settimana prima dello straripamento dell’Arno infatti piovve molto; ma la cosa più strana fu il modo in cui queste precipitazioni si addensarono sul territorio.

La perturbazione infatti si era come fermata, per un’intera settimana, sul bacino del fiume Arno. Solitamente le piogge iniziano sul Tirreno e si allontanano verso l’Adriatico, quell’anno invece era  come se si fossero fermate (iniziava a piovere nella zona più lontana e man mano che le acque avanzavano naturalmente ci ripioveva sopra).

Una serie di fattori dunque, che crearono una situazione davvero critica e non facile a riprodursi – sia per motivi dovuti alla circolazione normale delle perturbazioni sia per la quantità d’acqua cadute – ma non impossibile.

Ma i fiorentini – visto le precedenti esperienze documentate di piena e esondazione – non si potevano aspettare uno scenario drammatico come quello che poi si è verificato?

Il problema principale per un fiume così grande, è il fatto che questi eventi non hanno una ricorrenza paragonabile con la vita dell’uomo. L’uomo le vive come un evento catastrofico ma in realtà – mettendo l’evento su una scala naturale – esso non è altro che un evento ciclico. Una ciclicità naturale che ritorna, e che il genere umano, vivendo mediamente cento anni fa fatica a vedere spesso.

Solo le forti piogge possono essere giudicate colpevoli di quell’evento e degli eventi che verranno?

No. Sicuramente un altro aspetto da considerare è l’urbanizzazione delle campagne alle porte della città. Che provoca una diminuzione di assorbimento del suolo ed un tempo più veloce dell’acqua che riusce a raggiungere il corso d’acqua del fiume e il formarsi delle piene.

Cosa è stato fatto, dal 1966 ad oggi, per prevenire e migliorare questo complicato aspetto della vita del fiume?

Per l’idraulica il 1966 è stato un anno che ha colpito tutta la penisola italiana e il mondo. In fondo colpire Firenze con un alluvione di quel tipo, ha avuto un riscontro sul piano mondiale.

L’Italia, come sistema scientifico italiano, ha reagito molto vivacemente. Si è formata una commissione scientifica – commissione Marchi – che ha studiato tutti i problemi derivanti dall’alluvione e che ha portato poi alla formazione della legge sulla difesa del suolo (183/1989) e  successivamente all’istituzione delle autorità di bacino.

Dal punto di vista delle opere non è stato fatto molto, ma, rispetto al 1966 non avevamo la conoscenza del territorio che abbiamo oggi, non c’era una mappatura dello stesso e di quali fossero le aree a rischio.

Con i piani di bacino inoltre abbiamo individuato quali fossero gli interventi da fare per diminuire il rischio allegamenti, per tutelare l’edificato e le persone. Una normativa molto innovativa questa, estesa all’Unione Europea, anche se attivata solo in parte.

Per quanto riguarda le opere vere e proprie? Visibili magari di più che le leggi, agli abitanti a rischio in caso di alluvione?

Le opere previste per mitigare il rischio a Firenze erano la costruzione prevalentemente di tre cose: da una parte il lago di Bilancino – che è stato fatto ed ha un uso multiplo. Dall’altra la creazione di casse di espansione per contenere l’acqua durante le piene (una parte dell’acqua che scorre nel corso d’acqua viene travasata in queste opere in maniera che a valle ne arrivi meno).

Le più grosse di queste opere sono tutt’ora in progettazione ed sono quelle di Figline: Frulli, Leccio e Restone, che occupano un terreno molto esteso e dovranno contenere volumi di acqua davvero enormi in caso di eventi di piena molto severi, che hanno di solito un ritorno due centennale. L’altra cassa è quelle dei Renai di Signa, alla confluenza dell’Arno con il Bisenzio.

Ma questi sono progetti ancora in divenire?

Alcuni si.La Regione Toscana ha investito molto in questi progetti e li sta portando a compimento dopo molti anni di problematiche varie. Per fortuna siamo alle battute finali dei progetti e si pensa di iniziare i lavori su alcune tra un anno, un anno e mezza. Alcuni lotti comunque sono già partiti.

La domanda cruciale: se ci fossero le stesse convergenze climatiche del 1966 oggi, Firenze tornerebbe invasa dall’acqua?

Sì, se oggi si ripetesse un fenomeno meteorologico come quello di quell’anno, la situazione sarebbe la stessa e forse anche più severa. I motivi di questa severità maggiore sono: prima di tutto il territorio, poiché si è impermeabilizzato molto; poi perché la situazione di sicurezza del fiume è pressapoco quella degli anni sessanta – non ci sono infatti opere particolari fatte a seguito di quella data – .

Quindi sì se ci fosse oggi un fenomeno di quella severità ed entità i problemi sarebbero quelli che anche forse più amplificati, perché ci sono zone più densamente abitate e costruite.

E quando, secondo lei, la città e la popolazione potrà dirsi, davvero al sicuro?

Con gli interventi sopra elencati sicuramente siamo in grado di mitigare e ridurre i danni. Con l’ultima direttiva europea – direttiva alluvioni – stiamo andando verso un diverso orientamento rispetto a quello tenuto fino ad ora, in cui si ragionava pensando: dobbiamo mettere in sicurezza tutto ed evitare che si allaghi il territorio. Ci siamo resi conto che questo non è possibile, poiché ci sarebbero troppi costi per la collettività e ci sarebbe bisogno di un consumo di suolo – per la costruzione delle opere – troppo esteso.

Alcune opere è obbligatorio farle, ma il primo passo e quello più fondamentale, è rendere consapevole le persone che devono convivere con un rischio e cercare di impedire ad esse di peggiorare la situazione, per esempio con l’abuso edilizio in zone pericolose.

E’ necessario che si impari a convivere con la realtà e il problema alluvioni. Per fortuna stiamo andando verso un sistema di conoscenza – per il rischio alluvioni come per le frane così come il rischio terremoti – e di informazione dei pian di gestione del rischio: insegnando come comportarci, chi chiamare.

 

 

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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