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Privatizzazione dell’acqua: bisogna rispettare il referendum

Privatizzazione dell’acqua: bisogna rispettare il referendum

L'acqua non si vende

di Adriano Arganini

 

In Italia, la gestione del servizio idrico è pubblica o privata? Sono in tanti ad avere idee confuse al riguardo. Eppure la questione era stata all’ordine del giorno pochi anni fa. Chi ricorda per cosa si è votato agli ultimi referendum? Sembra passato già moltissimo tempo ma in realtà si tratta di poco meno di 3 anni. Il 12 e 13 giugno 2011 si votava in merito al nucleare, al legittimo impedimento e alla privatizzazione del servizio idrico. Il 57% degli aventi diritto si è recato a votare e circa il 95% è risultato a favore delle abrogazioni. Il popolo italiano si è quindi espresso contro la produzione di energia elettrica tramite la tecnologia nucleare, a favore dell’abrogazione della norma che consentiva ai membri del governo di invocare il legittimo impedimento a comparire in udienza, e contro la privatizzazione del servizio di gestione della rete idrica.

Se il progetto nucleare si è effettivamente fermato e i ministri devono presentarsi alle udienze, il panorama della gestione delle reti idriche è rimasto pressoché immutato.

Per capire quale sia la ragione bisogna ricordare che il promotore dell’iniziativa referendaria era stato il forum italiano dei movimenti per l’acqua (http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/), un’efficiente associazione di semplici cittadini che raggruppa i coordinamenti nati in moltissime città e che è stata capace di organizzare la straordinaria mobilitazione civile che ha reso possibile il referendum. A Parma, come in tante altre città, il coordinamento provinciale per l’acqua pubblica (http://www.acquapubblica.parma.it) è ancora attivo.

Di per sé la cosa dovrebbe destare perplessità: la campagna è stata vinta e i cittadini avevano espresso la volontà che l’acqua tornasse ad essere pubblica, quali sono ora le attività del coordinamento e quale la sua ragion d’essere?

Antonio Bodini, membro del coordinamento e ricercatore del dipartimento di Bioscienze dell’Università di Parma spiega come sono andate le cose.

A seguito del referendum i comitati di tutta Italia hanno ridotto la propria attività; ben presto però è stato chiaro che le istituzioni non davano cenno di voler attuare gli effetti delle abrogazioni delle due norme sulle quali i cittadini si erano espressi.

La prima norma, voluta dal governo Berlusconi, obbligava quei territori che non avevano ancora privatizzato la gestione del servizio idrico a farlo entro breve tempo, mentre la seconda prevedeva una remunerazione garantita del capitale investito del 7%.

Berlusconi prima (decreto legge 143/11) e Monti poi (pacchetto Cresci-Italia del marzo 2012) avevano provato a reintrodurre, sotto diverse formulazioni, le norme abrogate, ma la corte costituzionale le aveva giudicate incostituzionali.

Bodini spiega che dopo la vittoria del 2011, ridotta la visibilità mediatica, i partiti politici e i movimenti che erano entrati a far parte del comitato promotore si sono defilati.

Ultimamente però il gruppo del coordinamento si sta riorganizzando proprio perché è diventato evidente che il lavoro più grosso deve essere ancora fatto.

il mio voto va rispettatoPer Bodini la questione sta tutta nel calcolo della tariffa: la norma abrogata, garantendo la remunerazione del capitale, di fatto permetteva ai privati di lucrare senza rischio sulla gestione del servizio idrico, aumentando la bolletta dei cittadini di una percentuale che oscilla tra il 10 e il 20%. Fino ad ora nessuno ha imposto alle aziende di rinunciare a questo vantaggio in quanto l’ente delegato dal governo nel 2011 per il calcolo della tariffa è l’Autorità per l’energia elettrica e il gas. L’ente si occupa di tutelare la concorrenza e favorire il consumatore dei servizi energetici per quel che riguarda la tariffa del servizio idrico; così si legge sul sito dell’Autorità: “Il sistema tariffario deve inoltre armonizzare gli obiettivi economico-finanziari dei soggetti esercenti il servizio con gli obiettivi generali di carattere sociale, di tutela ambientale e di uso efficiente delle risorse”.  Bodini osserva che un ente che promuove la concorrenza riconosce esplicitamente il diritto al profitto e dunque non potrà mai calcolare una tariffa coerente con quanto prevede l’abrogazione della norma sulla remunerazione garantita. In questo modo le aziende possono contare su tariffe identiche a quelle applicate prima del referendum. In sostanza, afferma Bodini, “si è fatto rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta”.

La stessa strategia era stata utilizzata per il finanziamento pubblico ai partiti, abolito tramite referendum e subdolamente reintrodotto tramite i rimborsi elettorali.

La politica ha quindi trovato il modo per ostacolare la graduale ripubblicizzazione del servizio idrico; infatti, se non venisse garantito il profitto, il processo si compirebbe “naturalmente” dal momento che nessun privato sarebbe interessato all’affare. Una delle campagne promosse dal forum nazionale è “Obbedienza civile”, che invita i cittadini a non pagare la parte non dovuta della tariffa indicata sulla bolletta. Bodini insiste sul fatto che la politica ha disconosciuto la volontà dei cittadini di far sì che l’acqua ritorni ad essere un bene pubblico e per questo il comitato sta cercando di istituire con l’amministrazione un tavolo per la ripubblicizzazione del servizio.

A Parma il servizio idrico è gestito da Iren, una SPA che ha fuso le vecchie municipalizzate di Parma, Reggio Emilia, Piacenza, Genova e Torino, oltre a tanti piccoli comuni. La società gestisce tutte le sue attività come una normale SPA e di conseguenza i comuni, che possiedono parte delle sue azioni, incassano i dividendi. Il comune di Parma possiede circa il 6,5% delle azioni Iren (nota la polemica sul conferimento, in garanzia alle banche, della quasi totalità di queste azioni alle partecipate indebitate del comune di Parma).

Bodini fa osservare che per Parma, come tutti i comuni in difficoltà economiche, è strategico che la gestione di Iren sia finalizzata al lucro, dal momento che i dividendi che percepisce sono piuttosto consistenti. A Parma, la convenzione con Iren per l’affidamento in gestione della rete idrica scade nel 2025 e l’obbiettivo è che per quella data sia messo a punto un piano per la ripubblicizzazione. Per ora l’amministrazione del M5S, pur essendo stato membro del comitato per il referendum, non ha ancora manifestato una chiara presa di posizione in questo senso.

Reggio Emilia invece (dove la convenzione scade a breve) sta intraprendendo la strada della ripubblicizzazione. Per reperire le risorse necessarie si sta valutando di cercare finanziamenti presso le fondazioni bancarie. Bodini ritiene che una strada per tenere completamente fuori le banche da questo processo esiste: ricorrere ad un finanziamento della Cassa depositi e prestiti. La Cdp infatti raccoglie i risparmi postali degli italiani con lo scopo originario di erogare finanziamenti agevolati agli enti pubblici. Purtroppo anche la Cdp è stata in parte privatizzata ed ora i finanziamenti, concessi anche a privati, hanno tassi di mercato. Le strade per la ripubblicizzazione del servizio idrico e della Cdp dovranno così procedere di pari passo.

Per concludere Bodini ricorda ancora una volta l’importanza della battaglia che il coordinamento porta avanti citando Paolo Rumiz: “L’acqua è l’ultima frontiera di libertà in un mondo dove si privatizza per rubare tutto”.

 

 

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