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E’ ancora record: di dissesto territoriale e di consumo di suolo

E’ ancora record: di dissesto territoriale e di consumo di suolo

 

dissesto idrogeo

di  Giorgio  Triani

 

Il “Bel Paese” va in malora. Non è una notizia, ma ripeterlo si deve, perché si ha l’impressione – ormai una certezza- che abbiamo fatto l’abitudine a un ordinario, ancorchè eccezionale , stato di degrado. Basta infatti un po’ di maltempo per fare precipitare le situazioni, per trovarsi  a fare i conti non con semplici emergenze ma con drammatici disastri. Tali anche perché, come s’è accennato, normalizzati dalla frequenza con cui si ripetono.

Montagne che franano, strade inghiottite dal fango, torrenti che esondano, voragini che s’aprono in vie e piazze dei centro città ( da Genova a Napoli), ponti che crollano:  insomma un territorio che va a pezzi. E una natura che pare accanirsi con tanta più violenza quanto più la protezione civile lancia allarmi, le istituzioni fanno il conto dei danni, le associazioni ambientaliste sollecitano politiche ambientali attive e preventive, il mondo scientifico e culturale chiede investimenti e attenzioni prioritarie in materia di tutela del patrimonio artistico e naturalistico.

Forse è la nemesi. La giusta punizione per un popolo che non riesce a liberarsi di una politica e d’una pubblica amministrazione sciagurate e allo stesso modo a emendarsi da un’atavica propensione alla furbizia che prima o poi si finirà col pagare molto salata. Però è ormai inudibile, insopportabile che all’indomani di disastri annunciati si ripeta ( politici e mass media) che la prevenzione costerebbe molto meno (non solo in termini economici) che rattoppare ogni volta i buchi, le voragini e le falle prodotti dal maltempo e dall’incuria umana.

dissesto idro 2

E’ così che ai danni (tanti) s’aggiungono le beffe di una narrazione mediatica che ha pure esaurito il vocabolario della denuncia e dell’indignazione. Come nel caso eclatante, pure questo derubricato, dell’acqua pubblica e del referendum tenuto 3 anni fa, ma rimasto lettera morta. Non si sa più che dire, di fronte alla litania che si ripete ogni anno di questi tempi, in cui si tiene la Giornata mondiale dell’acqua, e che ricorda come la rete idrica nazionale continui a perdere più d’un terzo, in certe zone sino alla metà, dell’acqua trasportata dalle fonti alle case. Si vorrebbe dire, giusto per infierire e ribadire che non è cosa seria, che andrebbe promosso un altro referendum.

Certo ci si può consolare – ed è una bella consolazione- con quella parte di Italia ( delle associazioni, del volontariato, delle realtà territoriali) che non s’arrende e alla protesta preferisce la proposta. La Festa del Fai, ormai un evento clou di marzo, è l’occasione per stupire ogni volta della ricchezza di ambienti, monumenti e paesaggi straordinari che abbiamo. Che continuiamo ad avere. E che una volta all’anno ritornano nella disponibilità dei nostri sguardi ammirati.

Il problema però è che 2 giorni di bellezze ritrovate fanno ancor più risaltare la forza dell’ordinario disastro che continua imperterrito e che recentemente è stato messo nero su bianco da due rapporti: dell’Ance-Cresme sul dissesto idrogeologico e dell’Ispa sul consumo di suolo. Nel primo si dice che frane e alluvioni in Italia continuano ad aumentare: da poco più di 100 eventi l’anno tra il 2002 e il 2006 si è gradualmente arrivati ai 351 del 2013 e ai 110 solo nei primi 20 giorni del 2014.  E che  dal 2002 a oggi si sono verificati quasi due mila episodi di dissesto e il 2013 ha fatto registrare un triste primato con 351 eventi tra frane e alluvioni. Registrando un aumento del 82% dei comuni  esposti a rischio idrogeologico e 5 milioni e 700 mila i cittadini che vivono in un’area di potenziale pericolo. Il costo complessivo dei danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni dal 1994 a oggi è di 242,5 miliardi di euro.

Il Report del’Ispra invece documenta come non accenni a diminuire, anche nel 2012, la superficie di territorio consumato.  Negli ultimi 3 anni, sono stati ricoperti di cemento altri 720 km quadrati , 0,3 punti percentuali in più rispetto al 2009, un’area pari alla somma dei comuni di Milano, Firenze, Bologna, Napoli e Palermo. In termini assoluti, si è passati da poco più di 21.000 km quadrati del 2009 ai quasi 22.000 km2 del 2012, mentre in percentuale è ormai perso irreversibilmente il 7,3% del nostro territorio. Nonostante la crisi, è ancora record. Un record vergognoso, dissennato, autolesionistico.

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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