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Risparmio idrico: insospettabili controindicazioni. Fra spreco e scarsità alcuni pensieri eccentrici

Risparmio idrico: insospettabili controindicazioni. Fra spreco e scarsità alcuni pensieri eccentrici

 

 acqua dispenser

 

di Nicola  Degani

Un recente articolo del Wall Street Journal ha messo in luce considerazioni insospettabili riguardo un tema molto sentito, quello del risparmio nell’uso domestico dell’acqua. Sembra infatti che correggere un eccesso porti a praticarne un altro.

Una minimizzazione troppo zelante del consumo di acqua può infatti impattare negativamente sulle risorse naturali e sulle infrastrutture, oltre a non condurre ad alcun tipo di beneficio derivante dal risparmio dell’acqua stessa. Com’è possibile? Prendiamo come esempio la Germania, dove è ormai radicata l’abitudine di riciclare l’acqua usata della vasca da bagno per lo scarico del WC (che è a sua volta ecologico e utilizza dunque una misura molto ridotta di acqua rispetto a un WC tradizionale), e dove altri dichiarano di fare la doccia in due, pur di razionalizzare il consumo idrico. Ebbene, sono proprio le città tedesche quelle più afflitte da danni alle infrastrutture causati dal ristagno delle acque sporche destinate al riciclo e dall’indesiderato aumento del livello delle falde per il loro ridotto emungimento.

Per quanto la Germania sia un caso limite, la cultura del risparmio idrico sta attecchendo ovunque: il consumo di acqua nel nostro paese è passato dai 200 litri per persona al giorno del 2002 ai 175 dei giorni nostri. La stessa Unione Europea impone che gli Stati membri si adoperino per un consumo idrico il più limitato possibile, ma gli svantaggi di misure simili si traducono anche sul piano tecnico-economico: il minor consumo d’acqua potabile diventa paradossalmente un aumento del prezzo al litro, dal momento che i costi di gestione del ciclo idrico sono in gran parte fissi.

Questa tendenza sembra poi non tenere conto del fatto che l’uomo utilizza lo 0,00075% dell’acqua totale presente sul pianeta, e di questa quantità l’acqua utilizzata esclusivamente per l’uso urbano ammonta al 2% (i tre quarti invece vengono impiegati nell’agricoltura e un’altra grossa percentuale dall’industria). Pare quindi evidente che, nonostante la percezione emotiva che i media continuano a trasmettere, se anche non utilizzassimo più una sola goccia d’acqua per le nostre esigenze quotidiane, l’impatto sulle risorse idriche terrestri resterebbe sostanzialmente immutato.

Viene allora da chiedersi perché spingere per un risparmio che, alla lunga, si rivela deleterio. Le ragioni di questa pratica sono da ricercarsi innanzitutto nella convinzione che limitare l’utilizzo di acqua potabile nei paesi che ne hanno disponibilità possa aiutare in qualche modo le popolazioni dei paesi flagellati dalla siccità (segnatamente quelli africani). La tragica verità, tuttavia, è che si tratta di misure completamente inefficaci; al contrario, si rischia concretamente di danneggiare estensivamente le falde acquifere locali che, venendo emunte in maniera ridotta, sono soggette a una minor circolazione che a sua volta comporta una minor autodepurazione dell’acqua sotterranea. Non solo, il minor pompaggio delle acque sotterranee comporta la risalita del livello delle falda verso la superficie e invade progressivamente seminterrati, fermate della metropolitana e parcheggi sotterranei. Questo problema ha afflitto anche la città di Milano (soprattutto le linee metrò) a seguito della dismissione delle aree industriali nella cintura cittadina avvenuta alla fine del secolo scorso.

Se si considera che le perdite di acqua costituiscono il 30-40% dell’acqua immessa in rete, forse sarebbe più auspicabile investire nella ristrutturazione delle reti e manutenzione delle infrastrutture, a partire dalle più vetuste situate soprattutto nel meridione. Oppure, dal momento che il 73% dell’acqua utilizzata va nell’agricoltura, ed è impensabile la pretesa di impattare significativamente sul consumo idrico variando le abitudini della gente, si potrebbe pensare di considerare tecniche innovative che consentano di utilizzare meno acqua a parità di produzione.

“Qui si apre il tema del calcolo della cosiddetta “impronta idrica” delle coltivazioni con possibilità di realizzare grandi risparmi d’acqua,” afferma il Prof. Renzo Valloni dell’Università di Parma, nonché direttore di eu.watercenter, Centro Acque dell’Università di Parma, “come per esempio si è rivelato possibile adottando una varietà di grano duro detto “aureo”, per il quale la Barilla ha calcolato un risparmio di 848 litri d’acqua di irrigazione (blue water) per kg di grano duro prodotto.“

Appare comunque evidente che, ormai, la coscienza ambientale collettiva abbia raggiunto un punto di equilibrio oltre il quale il risparmio idrico si trasforma in una pratica più dannosa che benefica. La “questione idrica” degli anni a venire non riguarderà più – quindi – la quantità di acqua consumata, quanto piuttosto la qualità dell’acqua potabile, messa a rischio da svariati fattori: dai più gravi e conosciuti, come la contaminazione delle falde acquifere nelle zone industriali o in quelle aree del meridione, dove lo sversamento di rifiuti tossici operato illegalmente ha avvelenato il suolo, a quelli più “subdoli”, rappresentati dall’avanzamento dell’età media della popolazione dove il consumo di farmaci va via via elevandosi, comportando una crescita di componenti tossiche nelle acque di scarico domestico in cui questi inevitabilmente finiscono, e provocando un impatto considerevole sulla depurazione dell’acqua.

 

Link:

http://online.wsj.com/articles/theres-too-much-water-in-germany-but-that-wont-stop-people-from-sharing-bath-water-1411957801

http://noi-italia2013.istat.it/index.php?id=7&user_100ind_pi1%5Bid_pagina%5D=412

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