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Basilicata: terra di petrolio ma soprattutto d’acqua. Sulla diga del Pertusillo incombe però un grave rischio d’inquinamento da “oro nero”

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di  Biagio Bianculli.

 

In Basilicata, al contrario di quel che si pensa, la risorsa più importante non è il petrolio ma l’acqua. Ma è una risorsa che, proprio a causa del petrolio, rischia di essere compromessa. Lo dicono, per esempio, gli studi portati avanti dalla professoressa Albina Colella. Le sue acque vengono usate per scopo irriguo e potabile, sia in Lucania che in Puglia, ma nel contempo è ubicato nell’area del più grande giacimento di idrocarburi in terraferma e dista circa 8 chilometri da un centro di desolforazione dell’olio greggio, il Centro Oli di Viggiano. Il lago si trova in una zona ricca di risorse idriche, con fertili aree agricole, in gran parte nel Parco Nazionale della Val d’Agri, ma che ospita 25 pozzi petroliferi attivi. Nel lago del Pertusillo scaricano 3200 tubature che riversano materiale inquinante; il dato viene fornito dall’Arpab, gli scarichi sono sia privati che pubblici. L’acqua del Pertusillo è acqua che “scotta”.

La professoressa Colella ci spiega alcune problematiche che stanno attanagliando l’invaso a causa della vicinanza dai pozzi di petrolio:” Ci sono idrocarburi totali in acque e sedimenti nel Pertusillo in concentrazioni superiori alla legge di riferimento. Le più alte concentrazioni – sottolinea la docente – si trovano lungo il margine petrolizzato dall’invaso e alla foce dei corsi d’acqua, a testimonianza che questi idrocarburi derivano al margine petrolizzato. I danni che il petrolio sta creando sono i seri danni alla salute della gente che beve quell’acqua o che irriga i campi e le coltivazioni. – prosegue la Colella – Dall’ENI non ho ricevuto risposte e questo mi convince del fatto che ENI abbia trovato diversi orizzonti con idrocarburi nei sedimenti dell’invaso – aggiunge successivamente la geologa – Io sto continuando la battaglia e l’obiettivo che mi pongo e di non far bere alla gente e a me quell’acqua inquinata. Devono prendere provvedimenti per controllare l’invaso del Pertusillo ed evitare gli sversamenti non autorizzati che ci sono stati. Non dico che stata ENI, penso piuttosto a quelli che gestiscono lo smaltimento dei rifiuti. Come d’altronde avviene spesso in altri campi. Dal mio studio e dalle analisi del’ISS si evince che si tratta di sversamente episodici di idrocarburi”.

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Un’area designata come parco nazionale, ma compromessa dalle trivellazioni petrolifere, dove l’agricoltura continua a morire e l’inquinamento sembra essere entrato nella catena alimentare: si trovano idrocarburi nel miele, fanghi e scarti di perforazione petrolifera sepolti nei campi contaminati dove vanno a pascolare le pecore, benzene e toluene nelle falde idriche intorno al Centro Oli Eni di Viggiano. Il centro di monitoraggio ambientale è stato avviato solo nel 2012, 13 anni dopo la stipula dell’accordo con l’Eni, e si riscontra la mancanza di un archivio storico dei dati utile per monitorare negli anni l’andamento delle emissioni inquinanti. Gli abitanti lamentano un aumento delle patologie e i giovani emigrano in maniera inarrestabile. Il memorandum recentemente siglato tra Stato e Regione Basilicata prevede il passaggio dell’estrazione di petrolio in Val d’Agri da 80 mila fino a circa 129 mila barili al giorno, che con l’attivazione dell’impianto di Tempa Rossa, a Corleto Perticara, saliranno fino a 175 mila barili. Forse, la ricetta sarebbe poi semplice: evitare di mescolare il petrolio con l’acqua da bere e che si usa per coltivare. Ma che si debba sempre arrivare a denunce di ricercatori e a formazione di Comitati di cittadini in lotta per l’ambiente, pare un passaggio irrinunciabile, in Italia.

 

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