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Agricoltura 3.0: la new economy del cibo è già iniziata

Agricoltura 3.0: la new economy del cibo è già iniziata

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di  Ivan Rocchi

“Ciao tesoro, io vado. Ah, per il pranzo sono rimaste due porzioni di spaghetti di soia con gamberi tailandesi e zenzero sudafricano. Sì, quelle che abbiamo fatto con HelloFresh. Mangiatele tu e la piccola, perché giovedì arriva la nuova ordinazione. Poi, se ti capita, nel pomeriggio puoi fare un salto da Alberto a prendere un po’ di aromi e due cespi d’insalata per cena. No, mi piacciono di più quelle che fa lui con il Niwa. Sì, lo so che all’ortofrutta c’è più scelta perché usano la Cropbox, ma Alberto sta qui, a 50 metri. Non ha senso prendere la macchina per due cose”.

Potrebbe iniziare così una giornata qualunque nel 2030. Hellofresh, Niwa e Cropbox: nomi che forse ai più non diranno granché. Ma la verità e che quasi tutti questi strumenti e servizi esistono già. E rappresentano il probabile sviluppo di un’economia del cibo in chiave sempre più tecnologica, smart e a km 0. In una sola locuzione: fai da te.

Insomma, in futuro anche l’alimentazione potrebbe diventare divertente, subendo una sorta di gamification che porterà anche maggiore efficienza. Come si può leggere nel sito che pubblicizza il sistema di coltivazione idroponica casalingo Niwa. Il Niwa è una teca dove coltivare piante per uso alimentare (anche da frutto, tipo pomodori). E’ un dispositivo smart, perché completamente automatizzato; inoltre ha un design moderno, piacevole e compatto. E grazie a un’app per smartphone si può governare il proprio orticello indoor da ogni parte del mondo. Attualmente Niwa è ancora in fase di sviluppo, ma il progetto è stato finanziato grazie alla piattaforma di crowdfunding KickStarter.

Nonostante alcuni interessanti esperimenti, per ora la media e la grande distribuzione – supermercati e alimentari – compra i propri prodotti a grande distanza dal punto vendita, producendo inquinamento, traffico e una minore qualità del prodotto finale. Infatti la maggior parte degli studi scientifici dimostrano che frutta e ortaggi consumati freschi mantengono tutte le loro proprietà nutritive e organolettiche.

La Cropbox (letteralmente “scatola del raccolto”) è un vero e proprio container con all’interno tutto l’occorrente per la coltivazione aeroponica, l’ultima frontiera dell’agricoltura. Insieme ad altri strumenti simili, permetterà di ridurre i danni collaterali dei trasporti alimentari, che da almeno 50 anni a questa parte abbiamo ritenuto inattaccabili. Per esempio, potrebbero essere collocati all’esterno del supermercato o del ristorante, ma anche di una scuola, di un ospedale o di qualunque altro luogo ne abbia bisogno. Anche un condominio.

I numeri forniti nel sito dell’azienda parlano da soli. “Cropbox produce in un’area di 30 m2 l’equivalente di un acro (circa 4.000 m2, ndr) di campo coltivato con agricoltura convenzionale o 200 m2 del tipo di serre più produttivo”. E non basta. Infatti si possono impilare fino a cinque Cropbox, raggiungendo un tasso di produttività (e di guadagno) impensabile anche per le migliori imprese agricole. Senza contare che, secondo i produttori, grazie alla Cropbox si potrebbero risparmiare il 90% d’acqua e l’80% di fertilizzante rispetto all’agricoltura convenzionale, mentre si perderebbe il 34% in meno di cibo grazie a una gestione logistica semplificata.

Quasi opposta la visione sul futuro offerta da HelloFresh. Con il motto “Tutto tranne lo chef”, questa impresa tedesca ha sviluppato un’idea semplice ma innovativa: fornire al consumatore tutto il necessario per cucinare da sé piatti freschi e nuovi ogni volta, dagli ingredienti più ricercati alle ricette illustrate per principianti. Ogni settimana si riceverà un pacco diverso, scelto sul loro sito tra varie opzioni, scegliendo quante porzioni acquistare e per quante persone. Certo, i prezzi non sono alla portata di tutti, si parla di 6-8 euro per porzione, ma anche HelloFresh si presenta con un’anima sostenibile. Infatti, come si spiega nel sito, grazie alla perfetta dosatura degli ingredienti si eviteranno avanzi e sprechi. Per ora il servizio è diffuso in 7 Paesi: Australia, Belgio, Germania, Olanda, Austria, Regno Unito e Stati Uniti.

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A 35 chilometri da Tokyo, una delle aziende leader nel settore hi-tech, Toshiba, ha costruito una enorme serra idroponica per coltivare lattuga, rucola e altri tipi d’insalata. L’ambiente, uno stabilimento dove negli anni ’80 e ’90 si producevano floppy disk, adesso è completamente sterile. Questo per permettere alle piante di crescere senza bisogno di pesticidi, e a noi di mangiarle senza prima pulirle con l’acqua. In Giappone non è raro vedere “fattorie” come queste: infatti il Paese asiatico ha sempre dovuto contare sulle importazioni per l’approvvigionamento di prodotti freschi. Proteggere l’ambiente e risparmiare le risorse che esso ci fornisce è quindi un comandamento ineludibile. Si può facilmente prevedere che nel prossimo futuro sempre più persone nel mondo si troveranno a fronteggiare la stessa situazione, spinte da sovrappopolazione e probabili cambiamenti climatici di proporzioni globali.

Negli anni ’60 la Nasa ha iniziato a studiare il modo di coltivare ortaggi e frutta senza terra e in assenza di gravità. E’ nata così la coltivazione aeroponica, dove il sostrato è assente e le radici ricevono il nutrimento tramite la nebulizzazione di acqua e sostanze direttamente sulle radici. Alcuni ragazzi di una scuola irlandese hanno provato ad applicare questa soluzione in presenza di gravità e con materiale riciclato. I giovani hanno così ideato i Boxty, dei vasi speciali per coltivare patate. Ricavati dalle taniche d’acqua dei distributori da ufficio, questi recipienti permettono di coltivare i tuberi senza dedicare loro alcuna cura, e soprattutto risparmiando molta acqua, fertilizzanti e pesticidi. Infatti basta aggiungere 20 litri d’acqua nel vaso, e la pianta la assorbirà a mano a mano che cresce.

Nella città di Jackson, in Wyoming, è nato invece Vertical Harvest, una partnership tra pubblico e privato per la costruzione di un avveniristico impianto per la produzione di ortaggi. Tre piani di serra idroponica in posizione verticale, costruiti su una superficie di 1/10 di acro (circa 400 m2), che produrranno l’equivalente di 5 acri (20.000 m2) di coltivazione tradizionale.  La struttura, del costo previsto di quasi 4 milioni di dollari, fornirà gratuitamente ortaggi freschi all’ospedale cittadino e altre istituzioni, impiegherà adulti con disabilità dovute a problemi di sviluppo.

Una delle prossime frontiere dell’alimentazione è sicuramente quella rappresentata dall’acquaponica. Si tratta della crasi di acquacoltura (allevamento di pesci) e idroponica (una tecnica di coltivazione senza sostrato, come l’aeroponica, ma con la differenza che le radici sono immerse in una soluzione nutriente). Un impianto acquaponico permette di creare una sorta di ecosistema chiuso, dove gli scarti prodotti dai pesci vengono utilizzati come nutrimento dalle piante. Ovviamente, anche i pesci in sovrannumero entreranno nel menu del coltivatore.

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Gotham Greens è un’azienda nata nel 2011 a New York, una delle più note per la produzione di serre da tetto per uso commerciale. La serra prodotta da Gotham Greens per il primo punto vendita di Brooklyn della catena di supermercati Whole Foods Market misura circa 2000 m2 (un rettangolo di 40 metri per 50) e produce più di 200 tonnellate di ortaggi all’anno. Una soluzione che permette di risparmiare spazio, carburante per il trasporto e acqua, e che migliora notevolmente la qualità dei prodotti venduti.

Anche se nessuna di queste novità entrasse nelle nostre abitudini alimentari, sicuramente i supermercati del futuro non saranno gli stessi che conosciamo oggi. Basta dare un’occhiata a quello realizzato da Coop all’interno del Future Food District di Expo 2015: i robot, i visori digitali per avere maggiori informazioni sui prodotti e le casse automatiche creano una diversa (e forse più consapevole) esperienza di acquisto. Ma non bisogna pensare che queste innovazioni andranno a sostituire l’uomo. Infatti questo elemento sarà sempre più necessario, sia per controllare il buon funzionamento delle macchine, sia per organizzarne il lavoro.

Ma i punti vendita non andranno soltanto incontro a una rivoluzione tecnologica, come dimostra l’esperienza del People’s Supermarket di Londra. Qui basta pagare una quota annuale di iscrizione pari a poco più di 30 euro e fornire 4 ore di lavoro al mese per ottenere uno sconto del 20% sul prezzo (già low cost) di tutti i prodotti in vendita, tranne alcool e sigarette. Il supermercato è dotato anche di una cucina che sforna piatti appetitosi prodotti con i cibi che stanno per scadere, in modo da evitare gli sprechi. Le pietanze vengono vendute in loco, ma anche utilizzate per servizi di catering, aumentando il profitto dell’impresa. Inoltre, il People’s Supermarket organizza serate di cucina dedicate ai soci.

Insomma, senza dubbio nel futuro le nostre abitudini alimentari cambieranno, sia dal punto di vista della produzione, sia per quanto riguarda la distribuzione e il consumo di cibo. Le nuove strategie commerciali prevedono l’utilizzo di tecnologie all’avanguardia (anche home made), un maggiore rispetto per l’ambiente, la riduzione degli sprechi di risorse e prodotti, più possibilità di scelta per i clienti, una diffusa attenzione al sociale e soprattutto un consapevole ritorno alla coltivazione di sussistenza.

Supermercati, mercati e alimentari probabilmente continueranno a esistere anche nel prossimo futuro, almeno fino a quando resisterà il modello di città ad alta densità di popolazione che conosciamo oggi. Altrettanto probabilmente questi luoghi si evolveranno, e oltre alla mera funzione di distribuzione delle derrate assolveranno anche quella di veri e propri centri di produzione, almeno per quanto riguarda i prodotti freschi, soprattutto ortofrutticoli.

Quello che ci attende quindi non è una vera e propria rivoluzione, ma un’integrazione di nuovi modi di produrre, distribuire e consumare il cibo. Un’integrazione che potrebbe rendere migliore e più piacevole la nostra alimentazione, aumentare la produttività, evitare sprechi e quindi risparmiare. E forse tutto questo aprirà la strada a nuove economiche. O meglio, al ritorno di quelle più vecchie, ormai quasi dimenticate nel mondo occidentale.

Infatti non è difficile immaginare il personaggio della scenetta iniziale che scambia un po’ dei suoi prodotti con quelli del suo vicino di casa, in una specie di ritorno al baratto, magari con l’ausilio di piattaforme su Web. Oppure un condominio che dedichi la propria sala riunioni alla coltivazione di frutta e verdura: è l’economia della condivisione, della quale la Rete ci ha già fornito numerosi esempi di successo. Insomma, anche l’economia del cibo non sarà immune dall’influenza sempre più pervasiva di Internet e delle nuove tecnologie sulla nostra vita, ma i risultati potrebbero andare al di là di ogni nostra previsione.

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