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Raindrop Cake, un’enorme goccia d’acqua che sembra una torta

Raindrop Cake, un’enorme goccia d’acqua che sembra una torta

Raindropcake

 

di Maria Teresa Angella

 

Se si apre un qualsiasi motore di ricerca e si digita “torta”, si viene subito inondati da milioni di siti di cucina e di pasticceria che propongono un’infinità di ricette, dalle più conosciute e universalmente cucinate, alle più insolite ed estrose a prova di chef. Torte dolci, salate, al forno, fredde, semi-fredde…chi più ne ha più ne metta. Ma se in tutto questo marasma apparisse l’immagine di un’enorme goccia d’acqua che si spaccia per torta, che reazione avreste?

Da qualche mese a questa parte c’è una nuova “concorrente” nel panorama dolciario mondiale, pronta a spodestare il ricordo delle care e vecchie torte delle nonne in nome della quasi assenza di calorie e di sensi di colpa. La “Raindrop Cake”, o Mizu shingen mochi, è una novità che arriva dal Giappone e che negli ultimi mesi sta spopolando sia in America che in tutto il mondo.

Il suo “inventore” si chiama Darren Wong e ha compiuto una mossa astuta: prendere una vecchissima ricetta giapponese e riproporla negli Stati Uniti con un design essenziale e moderno.

 

Ma cos’è questa novità? La Raindrop Cake, a cui è dedicata anche una pagina web di facciata (www.raindropcake.com), non è nient’altro che un insieme rassodato di acqua, zucchero e gelatina. Basta. Il suo particolare nome deriva dalla forma semisferica e dal suo non – colore trasparente, elementi che la fanno assomigliare in tutto e per tutto a una goccia di pioggia. L’effetto è totale e palese quando la si posa sopra a una grossa foglia edibile.

La Rete spopola di ricette per riprodurla, con o senza successo.

Una delle ricette meglio riuscite pare essere quella proposta come tutorial su Youtube da “emmymadeinjapan” (https://www.youtube.com/watch?v=j1nwPE4ypuQ) e per la quale servono: 450 ml di acqua, 1 g di agar agar e 1 g di zucchero semolato. Il procedimento è molto semplice ma rigoroso: dopo aver unito tutti gli ingredienti dentro un pentolino, bisogna posizionarlo sul fornello meno potente che si ha disposizione e attendere finché la gelatina non si sia dissolta e inizi a “tirare” un pochino. Compiuta questa operazione non resta che versare il composto in stampi preferibilmente di silicone o plastica alimentare, attendere che arrivino a temperatura ambiente e collocarli in frigorifero per qualche ora.

Darren Wong consiglia di accompagnarlo con farina di soia e sciroppo di zucchero di canna e gustarla appena tolta dal frigorifero, anche perché nel giro di mezz’oretta si scioglie tornando allo stato semiliquido.

Naturalmente, una volta diventata di moda, ne sono state create innumerevoli versioni: si va dal semplice cambio di guarnitura, alle varianti proprie della torta in quanto tale.

Nel primo caso avremo una Mizu shingen mochi che potrà essere accompagnata da noci, sciroppi vari, miele di ogni genere, marshamllow (Smoredrop Cake) e da tutto ciò che le dona sapore. Nel Secondo caso avremo invece la Raindrop al cioccolato, tinta con coloranti per sembrare un arcobaleno oppure la fantasiosa e realistica riproduzione delle sfere del drago di “Dragonball”, nella versione glitter come “Unicorn Tear”  (lacrima di unicorno), alla Coca-cola e per finire anche “glow in thw dark”.

Un pregio di questa torta è quello di sguinzagliare la fantasia: al suo interno vengono messi anche fiori di ciliegio  (Sakura Mizu shingen mochi), fragole, mandarini, ogni tipo di frutta e verdura che si prestano per dimensioni e gusto, infine anche gli insetti veri o finti che siano.

Il “segreto” per la riuscita della Raindrop Cake è celato nella gelatina vegetale che ne permette la riuscita: l’agar agar, un polisaccaride usato come gelificante naturale e ricavato da alghe rosse appartenenti a diversi generi, ne è l’elemento fondamentale: senza di esso il risultato non avrebbe modo di esserci.

Dopo questa presentazione sorge spontanea, o quasi, una domanda: è giusto chiamarla “torta”?

Il Dizionario Garzanti della lingua italiana da questa definizione di “torta”:

«1. nome generico di dolci cotti al forno, a base essenzialmente di farina con aggiunta di altri ingredienti (uova, latte, burro, zucchero ecc,), generalmente di forma piatta e arrotondata: torta di mele, di cioccolata, con la panna; torta nuziale, di compleanno |torte in faccia, in cinematografia, gag tipica delle comiche dim. tortina, tortino (m.), tortello (m.), accr. tortona

  1. preparazione analoga ma salata e farcita con ingredienti vari: torta rustica, pasqualina; torta di ricotta e spinaci»[1].

Cosa c’entra quindi la Raindrop con tutto questo? Ha una forma circolare, questo glielo si deve attestare, ma non è né cotta al forno e non ha neanche uno degli altri elementi citati nella definizione. Probabilmente il suo “inventore” nel commercializzarla ha giocato sul nome e sulla spettacolarità data dalla consistenza e dalle poche calorie che la rendono un piccolo peccato di gola senza rimpianti: ogni Raindrop Cake ha infatti poco meno di 50 kcal, tutte date dalla quantità di zucchero presente in essa, da sommare però all’apporto calorico delle guarniture con cui la si accompagna.

Sorge infine un quesito: meglio sgarrare la dieta con un grosso budino trasparente e quasi insapore o tagliarsi una fetta, anche se piccola, di crostata fatta in casa?

Il timer del mio forno ha appena suonato.

 

[1] http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=torta%202

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