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Cronache di Standing Rock: l’oleodotto e una protesta che non fa rumore

Cronache di Standing Rock: l’oleodotto e una protesta che non fa rumore

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di Maria Ludovica Salvatori

 Quale notizia dominava le prime pagine ad Aprile 2016? Sapere la risposta giusta non è importante. Certo è che nessuno parlava del Dakota Access Pipeline. Eppure proprio in quel momento iniziavano i lavori di costruzione dell’oleodotto più contestato di sempre, che connetterà l’area di Bakken, la più importante zona di produzione di petrolio degli Stati Uniti, a Patoka nell’Illinois. Per fare questo, però, attraverserà la riserva indiana di Standing Rock, in North Dakota, e passerà sotto al fiume Missouri. Con i suoi 3767km, è il secondo fiume più lungo dell’America Settentrionale, riserva d’acqua non solo per l’accampamento ma anche per tutti gli altri territori che attraversa (Montana, Dakota del Nord e del Sud, Nebraska, Iowa, Kansas e Missouri) dando da bere a un totale di 18 milioni di persone.
Pensate a qualcosa che per voi è sacro (in senso religioso, o meno): il libro che leggete sul divano la domenica pomeriggio, l’ostia utilizzata durante la liturgia cattolica, un calice di buon vino abbinato al piatto giusto, il Corano… Quello che preferite. Ora immaginate che qualcuno che non conoscete ve ne abbia portato via un pezzetto ogni giorno per moltissimi anni, lasciandovi solo un frammento o una goccia minuscola, e che siate stati costretti a concentrare lì la vostra liturgia e, di fatto, a far ruotare intorno a quel brandello la vostra vita. È misero, certo, ma almeno vi è rimasto quello. E da qui vi ricostruite, vi rimettete in piedi. Immaginate poi che un giorno quel rimasuglio per voi così importante, diventi necessario a qualcuno più potente di voi, e che questo qualcuno ve lo strappi via dall’altare che gli avevate consacrato, senza nemmeno rivolgervi la parola. Rabbia? Incredulità? Delusione? Così probabilmente devono essersi sentiti i membri della tribù Standing Rock Sioux quando la proposta dell’oleodotto di Energy Transfer è rapidamente diventata attuativa e il genio militare, senza condurre un’accurata indagine ambientale né consultare le tribù, e venendo così meno (ancora una volta) ai trattati di Fort Laramie del 1851, ha messo in moto le macchine per iniziare gli scavi. Siamo tornati indietro di 200 anni, a quando l’uomo bianco e il nativo si scontravano senza capirsi: l’uno mosso dalla propria religione e dall’arrivo di un invasore, l’altro spinto da curiosità, sete di conquista e di denaro, che non riusciva a capire cosa se ne sarebbero mai fatti quei selvaggi di territori così vasti. “Questo paese ha una lunga e triste storia alle spalle di forza militare usata contro i popoli indigeni” ammonisce David Archambault II, capo tribù degli Standing Rock Sioux. Il paragone è infatti immediato.

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Per gli indiani d’America, difendere questi territori significa molto più che rivendicare una proprietà ottenuta con sangue e fatica. Significa difendere il proprio diritto ad avere un ultimo minuscolo posto in quelle vaste distese dove un tempo abitavano quasi senza lasciare traccia. Significa proteggere una natura che sempre più spesso viene sacrificata sull’altare del denaro travestito da progresso. E significa non permettere che ciò che per loro è più sacro venga profanato. Water protectors vogliono essere chiamati, e non protesters: infatti non stanno protestando, ma pregando, spiegano loro stessi. “Abbiamo visto il potere delle tribù quando si uniscono in preghiera e continueremo a pregare per proteggere l’acqua, madre terra e la sua creazione, così come tutte le generazioni passate e future” dice Archambault. Molte iniziative pacifiche sono state messe in piedi dalla primavera a oggi, sia all’interno della riserva che presso luoghi strategici della politica statunitense: una delegazione di giovani indiani si è recata correndo fino a Washington DC nella speranza di essere ricevuti dal presidente Obama, mentre un altro gruppo si è raccolto presso la sede della campagna elettorale di Hillary Clinton chiedendole di prendere una posizione chiara a riguardo.

Sembra però che né le alte sfere della politica né la stampa americana cosiddetta mainstrean vogliano occuparsi di questa patata bollente: persino il presidente uscente si è limitato a dichiarazioni opache e di circostanza come “vedremo nelle prossime settimane se la situazione si potrà risolvere nel modo che io ritengo rispettoso delle tradizioni native”. Solo tiepida simpatia senza impegno è giunta dalla Clinton, mentre il neoeletto Trump ha preferito non esprimersi. Questi avvenimenti che è impossibile ignorare si stanno davvero svolgendo al margine della scena politica americana negli ultimi mesi; e addirittura all’inizio si è potuto contare solo sul tam tam dei social network. Eppure, il movimento #NODapl, partito da un gruppo di giovani Sioux, conta ora migliaia di partecipanti. Tre campi sono stati allestiti nella riserva poiché numerosi supporters sono accorsi per dar sostegno alle tribù al grido di “water is life”. Tra questi naturalmente molti ambientalisti, ma anche rappresentanti di altre minoranze statunitensi (come il movimento Black Lives Matter), esponenti delle religioni maggiori e minori senza distinzioni, deputati democratici e repubblicani che hanno messo da parte le proprie incompatibilità, celebrità di Hollywood (specialmente il celebre attore  Mark Ruffalo, che sembra aver preso davvero a cuore i fatti di Standing Rock ed essere il vero responsabile della recentemente guadagnata visibilità della protesta) e moltissime common people, come evidenzia la stampa che sostiene la protesta, a specificare che questo evento è espressione della preoccupazione di tutti. Ma il dato  eccezionale è che quasi 500 nazioni indigene si sono raccolte nella riserva per pregare tutti insieme e celebrare i loro riti e le loro tradizioni, incuranti delle differenze che naturalmente tra loro esistono:  dai Navajo agli Apache, dai Cherokee ai Lakota e ai Crow, e poi i Dakota, Comanche, Oglala, Sioux e altri ancora. Non succedeva dalla storica battaglia di Little Big Horn.

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Ma la stampa americana ed europea continuano a guardare altrove: le elezioni del nuovo presidente USA, il referendum italiano sulla costituzione, il quotidiano arrivo di rifugiati, il costante rischio terrorismo. Forse a Standing Rock sta succedendo qualcosa di talmente grande, trasversale e forte che fa paura, forse si sta scrivendo un pezzo di storia inaspettato, per questo il mondo occidentale, come uno struzzo, nasconde la testa sotto la sabbia e aspetta che passi, o per usare le parole di Barack Obama “lets it play out”.

 

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