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DA GRAIANA AL PASSO SILARA PASSANDO PER L’ACQUA BIANCA

DA GRAIANA AL PASSO SILARA PASSANDO PER L’ACQUA BIANCA

Sentieri nascosti nel Parco dell’Appennino Tosco-Emiliano

 

 

di Ludovica Salvatori

 

Sulla via per Bosco di Corniglio, all’altezza di Ponte Romano, i guidatori più attenti avranno di certo notato due cartelli sulla destra che indicano Graiana e Roccaferrara. Qualche coraggioso potrebbe persino aver scelto di arrampicarsi su per la stradina e andare a dare un’occhiata. Ebbene, questi insediamenti, seppur poco noti e scarsamente popolati (ad eccezione di agosto, mese di villeggiatura per antonomasia), non sono privi di interesse storico e non solo.

E allora andiamo!

La strada ancora asfaltata che sale dalla provinciale a Graiana e poi a Roccaferrara

La strada ancora asfaltata che sale dalla provinciale a Graiana e poi a Roccaferrara

Fortunatamente questo inverno non è stato prodigo di neve finora, e anche se il percorso non è proprio ottimale, si sale tranquilli. Il primo paese che incontro lungo la salita è Graiana, diviso nelle tre micro frazioni Villa (solo abitazioni), Chiesa (documentata a partire dal 1230 tra le dipendenze della pieve di Corniglio) e Castello (prime attestazioni nel XV secolo, oggi purtroppo non ne rimane nulla). Trovandosi all’interno del Parco dell’Appennino Tosco-Emiliano, la zona è ricca di sentieri per lo più di facile percorrenza che permettono anche al turista meno allenato e attrezzato di immergersi nelle testimonianze storiche (purtroppo pochissime quelle risalenti all’età romanica) rimanendo sempre rimanendo sempre circondato dai meravigliosi paesaggi.

Risalendo in macchina e proseguendo poi lungo la strada, che diventa sempre più ripida e tortuosa, mi trovo in breve a Roccaferrara inferiore. Mi guardo intorno: le abitazioni, alcune coloratissime e ristrutturate, altre ancora in pietra come da tradizione, sono disposte su molteplici livelli; i toponimi specifici, ad esclusione del gruppo di case che si trova al livello più basso, denominato Villa, sono in dialetto e fanno riferimento a famiglie che forse non abitano nemmeno più qui, per cui non mi cimento. A questo punto decido di abbandonare la macchina: la strada si stringe ulteriormente e prende una pendenza difficilmente descrivibile. Non che non mi fidi delle prestazioni della Jeep (irrinunciabile se si risiede nelle frazioni più alte), qui si tratta piuttosto di apprezzare il paesaggio vivendolo.

Appennino Tosco Emiliano visto dalla cima del Cusna. Mattia Notari – Foto Flickr

Appennino Tosco Emiliano visto dalla cima del Cusna.
Mattia Notari – Foto
Flickr

Siamo in mezzo all’abitato, ufficialmente a 930 metri sul livello del mare, ma stiamo per salire ancora. Così seguo la strada, che per qualche centinaio di metri rimane asfaltata e poi improvvisamente, imboccando una diramazione sulla destra, si trasforma in carraia sotto i miei piedi; il bosco si fa più incombente ai lati. Mi viene in mente quel brano di Petrarca noto come Ascesa al Monte Ventoso: i miei passi, appesantiti dalle feste, faticano a tenere il ritmo che si confà ad una camminata in montagna. Per fortuna non c’è nessun fratello Gherardo con me che sgambetti agilmente dove io arranco. Sono nel bel mezzo dei rimpianti post natalizi, quando su una curva si apre all’improvviso uno spiazzo abbastanza ampio da potervi parcheggiare due o tre macchine. Il mio sesto senso da turista mi dice che qui deve esserci qualcosa da vedere; tendo l’orecchio e avverto distintamente uno scroscio nemmeno tanto lontano. Passo allora le auto parcheggiate e davanti a me si presenta una visione surreale, quasi fiabesca: a ricoprire la cascatella, che ancora scroscia sotto la coltre ghiacciata, un meraviglioso arabesco di ghiaccio spolverato qui e là di neve leggera e bianchissima.

Sorgente dell’Acqua Bianca lungo la strada carrozzabile tra Roccaferrara inferiore e Roccaferrara superiore

“È l’Acqua Bianca, c’è lo zolfo” spiega una voce che proviene da qualche parte appena sopra di me “senti l’odore?” Ovviamente no, l’aria gelida ha paralizzato i miei nervi olfattivi; ma ora sono curiosa. Un ragazzo che vive qui sta riempiendo delle bottiglie con questa acqua bianca, che sembra avere innumerevoli proprietà benefiche: favorisce la digestione, è diuretica, fa dimagrire, purifica la pelle. Di fatto la cascata è una diramazione secondaria di una sorgente scoperta all’inizio del ‘900 che sembra sgorgare a 1000 metri di profondità e che fino agli anni ’90 era stata incanalata per raggiungere una struttura termale, oggi purtroppo chiusa e abbandonata a sé stessa. Questo non impedisce naturalmente agli abitanti di Roccaferrara e dintorni di continuare ad imbottigliarla per poterne usufruire quotidianamente. Mi avvicino e in effetti le caratteristiche olfattive sono innegabili: quest’acqua contiene zolfo; e proprio il depositarsi del metallo sul fondo dei contenitori o sulle superfici quando l’acqua evapora formando una patina bianca è all’origine del nome. “Mio nonno si svegliava presto tutte le mattine per venirla a prendere e averla fresca a tavola ogni giorno” mi dice con orgoglio mentre perpetua la tradizione. “Assaggiala, è buonissima!” Quello che segue è un momento molto difficile per il mio organismo: l’acqua sgorga qui (diversamente dalla sorgente, che è calda), sfidando le leggi della fisica, a temperature vicinissime allo zero, e il tipico sapore dello zolfo di certo non aiuta. Lui capisce e ride “All’inizio non ti piace, lo so, ma bevine un altro sorso e non ne potrai più fare a meno”.

Roccaferrara superiore vista dalla strada che attraversa Roccaferrara inferiore

Roccaferrara superiore vista dalla strada che attraversa Roccaferrara inferiore

Pochi minuti dopo sto proseguendo la salita verso Roccaferrara superiore, appesantita dal trofeo che ho meritato grazie al mio coraggio: acqua bianca appena imbottigliata. Dopo l’ultima curva, finalmente le prime case. Passo attraverso il portale che una volta costituiva l’ingresso fortificato al borgo; del castello che in epoca medievale doveva servire a sorvegliare il passaggio sulla via che collegava la Val Parma alla Val Baganza nelle loro porzioni più alte non è rimasto nulla. Altri edifici, alcuni ormai ridotti a rovine, testimoniano però il passato duecentesco del borgo arroccato su uno sperone di roccia, e perciò in posizione ottimale per sorvegliare le valli. Continuo a camminare mentre la carraia si trasforma in sentiero inerpicandosi su per la montagna e ho la netta sensazione che insieme alle case mi stia lasciando alle spalle gli ultimi segni di civiltà: sto entrando nel bosco. Qui gli alberi, seppure spogli, non permettono al debole sole invernale di filtrare, e la temperatura scende ulteriormente, all’istante, di almeno 2 gradi. Fortunatamente mi sbagliavo: ancora una manciata di case sparse lungo un sentiero che ricomincia a farsi carraia, allargandosi e diminuendo l’inclinazione. I locali chiamano questo luogo Madone, ma non sanno dirmi l’altitudine precisa; è la penultima tappa della mia passeggiata: il mio arrivo è il Passo del Sillara (chiamato qui Silara causa omonimia con il Monte Sillara, che si trova non distante nel Parco dei Cento Laghi, al confine con la Toscana), 1200 metri slm.
Gli ultimi cento metri sono i più difficili, ma alla fine, anche motivata dal rumore di macchine che sento poco lontano (non abbandoniamo mai del tutto la civiltà, nemmeno in montagna) ingrano le ridotte e sono fuori: il sole non mi è mai sembrato così caldo e splendente. Paradossalmente proprio qui, nel punto più alto, il panorama lascia un po’ a desiderare: asfalto, cartelli e un paio di case in lontananza. Bevo un sorso di acqua bianca per rinfrancare il corpo e lo spirito, e riparto percorrendo il cammino a ritroso. Ora mi è chiaro più che mai perché si parli di “passione per la montagna”: con tutti i confort che abbiamo oggi, se non ci fosse passione, niente e nessuno potrebbe costringere una persona a vivere qui, dove internet non arriva e bisogna lasciare l’auto parcheggiata al lato di una carraia in mezzo al bosco e percorrere gli ultimi chilometri a piedi nel freddo, trovandosi a camminare per minuti e minuti da soli, unica compagnia i nostri pensieri e il paesaggio sempre nuovo che ci circonda, la natura incontaminata… E poi, all’improvviso, un’epifania: potrei trasferirmi qui.

Sul sentiero per arrivare al Madone

Sul sentiero per arrivare al Madone

 

 

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