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Alluvioni virtuali: l’arte sposa la causa ambientista

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One Planet Summit. Cop 23. G20 di Amburgo. Sono solo alcuni degli ultimi incontri del 2017 avvenuti tra le principali potenze mondiali per discutere dei cambiamenti climatici. Mentre i termini di messa in opera degli accordi internazionali sulla diminuzione della produzione CO2  si allungano, e il presidente americano Trump minaccia una ritirata dagli Accordi di Parigi, l’argomento clima rimane tema cardine degli artisti socialmente impegnati. La visione che li accomuna e ispira è quella, per niente fantascientifica, di un prevedibile innalzamento della temperatura media globale che causerebbe enormi disastri su scala mondiale. Ad oggi, se mantenessimo costanti i ritmi di produzione di anidride carbonica derivati dalle sole attività umane, genereremmo, secondo le Nazioni Unite, un aumento di 4° C nel prossimo secolo. Basti pensare che inizialmente la soglia della catastrofe era fissata a + 2° C e gli Accordi di Parigi l’hanno ormai considerata come margine entro il quale riuscire a mantenersi. Lo scenario è apocalittico eppure ci sembra lontano. La ricostruzione che trova più concordi ricercatori e climatologi è quella di una copiosa riduzione dei ghiacciai ai poli con conseguente innalzamento dei mari, rendendo così inabitabili ampie aree costiere. Uno scenario futuro che non siamo più in grado di cambiare ma che potremmo per lo meno tentare di arginare. In mancanza di una riduzione nella produzione di gas serra, nei prossimi decenni dovremo sopravvivere a frequenti uragani, tempeste e inondazioni, estati sempre più torride e aria irrespirabile. Come afferma lo scrittore Amitav Ghosh, nel suo saggio La grande cecità: il cambiamento climatico e l’impensabile, persiste nell’uomo una tendenza a non rendersi realmente conto del cambiamento climatico e degli effetti che causa. Sebbene ricordiamo benissimo cosa facevamo l’11 settembre 2001, o l’emozione nel vedere il crollo del muro di Berlino, difficilmente incontreremo qualcuno che ci parli con angoscia della frattura gigantesca nei ghiacci della Penisola Antartica. Avvenuta nel recente 2016, sta per portare alla formazione di un enorme e pericoloso iceberg, ma questo sembra passare sempre in secondo piano rispetto ad altri eventi “storici”. La nostra intrinseca cecità dovrà tuttavia fare presto i conti con situazioni estreme a cui probabilmente non saremo preparati. Per tentare di risvegliare le coscienze, al fianco degli scienziati, lavorano anche degli artisti. Negli ultimi anni c’è stata una grande attenzione al tema da parte del mondo dell’arte. L’acqua, fonte primaria di vita, ma anche elemento sacro di distruzione  di massa nel diluvio universale, non può che attrarre le menti creative. Forti della plausibilità di future inondazioni, diversi gruppi di artisti e videomaker hanno realizzato dei cortometraggi in cui l’acqua scorre nelle vie delle grandi città metropolitane, o all’interno di uno dei più famosi simboli consumistici del nostro tempo, un McDonald’s. L’elemento comune, oltre alla sommersione della vita cittadina, è la mancanza dell’uomo. L’umanità scompare. In questo clima apocalittico un segno di purificazione e di rinascita. Un’alluvione che lentamente sostituisce l’uomo, che scorre per le strade e si insinua nei bar, nei negozi, nelle case. Regna una tranquillità assoluta. Che in noi non genera altro che un’angoscia profonda nel vederci non più padroni di un mondo a cui noi stessi abbiamo dato forma.

Quella dell’allagamento del McDonald’s è una delle più famose visioni post – apocalittiche ad opera del collettivo danese Superflex (fondato nel 1993 da Jacob Fenger, Rasmus Nielsen and Bjørnstjerne Christiansen). Il video è stato girato nel 2008, durante l’avvento della crisi economica e in pieno allarme climatico. La fine del mondo sembrava a tutti più vicina e i Superflex hanno voluto dare il loro contributo usando due degli elementi che tutti, prima o poi, abbiamo incontrato nel nostro vissuto: un’alluvione e la più conosciuta catena di fast – food americana. Hanno così ricreato fedelmente  l’iconico ristorante McDonald’s degli anni 80 e l’hanno lentamente lasciato sommergere dall’acqua. Le cause dell’allagamento rimangono sconosciute, mentre gli oggetti nel locale, completamente deserto, iniziano a fluttuare nell’acqua. Come gli stessi artisti affermano, mentre il locale viene sommerso, gli oggetti inanimati si animano grazie alla stessa potenza distruttrice dell’acqua, generando una nuova condizione di vita. Da cui l’uomo è escluso.

Flooded Mcdonald’s – Superflex from TPG on Vimeo.

Una visione più estesa dell’allagamento è stata pensata nel 2017 dal duo di videomaker francesi Ménilmonde (in attivo dal 2008). Ad essere sommersa dall’acqua questa volta è tutta New York City. Una visione della città catastroficamente immobilizzata dall’acqua e privata degli umani. La tematica al centro dei loro lavori è sempre stata l’indagine sul ruolo dell’uomo all’interno della società. In questo corto, intitolato, non a caso, Two °C – New York City, viene posta l’attenzione sul riscaldamento globale e i famosi due gradi in più nella temperatura media mondiale che causerebbero l’inizio del nostro declino. La visione è quella di una città agli antipodi di quella che è oggi NY. Strade ed edifici deserti sovrastati dal flusso costante e silenzioso dell’acqua. Tutto sembra continuare a funzionare regolarmente ma l’unica cosa realmente viva è la distesa azzurra che ingombra ogni centimetro della superficie, poco prima affollata dai passi e dal chiacchiericcio umano. Il messaggio che vuole trasmettere il video è ambientalista, ovviamente. L’impatto dell’uomo sull’ambiente è enorme, evidente, ma soprattutto non troppo lontano. L’innalzamento delle acque è solo una delle numerose conseguenze negative su cui si concentra questo video. Una visione distopica di un realistico quanto negativo futuro.

two°C – New-York City from Maxime // Menilmonde on Vimeo.

Sempre Ménilmonde hanno saputo poi sfruttare l’alluvione di Parigi del 2016 rendendola poetica. La reale catastrofe si trasforma, attraverso il video, in una visione allarmante quanto sublime semplicemente ribaltando il girato. L’acqua sostituisce il cielo riflettendo il paesaggio parigino che lentamente sfila sotto i nostri occhi. Il video, intitolato Underwater, è una  resa differente e particolare rispetto a quella offerta quotidianamente dai media. Tutto questo si traduce in uno sperato aumento dell’interesse da parte del pubblico e di conseguenza in una sua maggiore attenzione alla tematica.

Underwater from Maxime // Menilmonde on Vimeo.

L’elemento che più fa presa sulla nostra sensibilità e allontana per un attimo il nostro menefreghismo cronico, o cecità, per riprendere la definizione di Ghosh, è l’immagine del  “nostro creato”: case, palazzi, strade, città intere, sopravvivere alla nostra scomparsa. L’essere eliminati dalla proiezione stessa del nostro progresso. E gli artisti in questione hanno saputo giocarci benissimo.

di Virginia Genco

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