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La sicurezza dei ponti è acqua passata

La sicurezza dei ponti è acqua passata

di Luca Bellelli

“Quanti ponti ci sono in Italia? Se non lo sapete, è perché non sapreste dove cercarlo”. Così inizia Francesco Puma, già direttore dell’Autorità di bacino, rilevando una grande differenza con gli Stati Uniti dove esiste un rigoroso sistema di censimento dei loro 650 mila ponti, sia a livello generale che di singoli stati. Di questo e tanto altro si è parlato in un incontro lunedì 26 novembre, nel sottopassaggio del ponte romano di via Mazzini. Il Centro Acque dell’Università è tra gli organizzatori di questa serie di iniziative, principalmente nella figura del professor Renzo Valloni.
Qual è dunque la reale sicurezza delle infrastrutture che ci circondano? Concentrandosi non solo su Parma e sulla nostra regione, ma anche su casi recenti e passati di alluvioni, sono stati presi in esame – come recitava il titolo dell’incontro – “ponti, strade, sottopassi, argini e casse di espansione”. I controlli che si dovrebbero attuare coinvolgerebbero sia le opere in sé che le condizioni meteo delle zone in cui sorgono. Questo richiederebbe però una maggiore disponibilità economica da parte statale e regionale, oltre a una maggiore collaborazione con la Protezione Civile. Va detto che in questo ambito, ad oggi, in Italia solo le dighe sono sottoposte a ferrei controlli, due volte ogni sei mesi. Altro punto cruciale: la relazione che lega le suddette infrastrutture e i cambiamenti climatici, che non sono un fenomeno così tanto recente come percepito dai più, e che minano la stabilità e la fruibilità di queste opere. Al termine delle presentazioni degli esperti, spazio al pubblico presente in sala, con alcuni interventi piuttosto pertinenti che hanno fornito ulteriori spunti di riflessione e discussione. Presentazioni a cura dei geologi e membri del Centro Acque d’Ateneo Francesco Puma e Renzo Valloni, di Davide Graziani, membro del Consiglio dell’Ordine degli Ingegneri di Parma e consigliere comunale, e di Marco Belicchi, ingegnere presso lo Studio Maione. Puma ha subito posto l’accento su due modelli per gestire il rischio naturale e idrogeologico: considerarne la pericolosità (causata da fattori fisici, come pioggia o deflusso di corsi d’acqua) e, a riguardo, considerare la vulnerabilità dell’uomo rispetto alla natura. Secondo Puma, la tendenza è concentrarsi troppo sulla valutazione del pericolo naturale piuttosto che fare una seria riflessione sul rischio che le attività antropiche potrebbero a loro volta generare. Nell’ultimo secolo si è notata la crescita di condizioni di rischio non tanto in termini di pericolosità di un fenomeno atmosferico, quanto in quelli di vulnerabilità dell’essere umano. Se fino alla metà del secolo scorso in caso di piena di un fiume i danni potevano essere ridotti o comunque meglio gestiti, oggi questi potrebbero essere enormemente superiori.

L’ideale sarebbe attuare una pianificazione strategica e verificata, concentrata su pochi ma rilevanti problemi, con particolare attenzione alle aree urbane e ai centri fortemente abitati – e infrastrutturati – dove il rischio è più elevato. Chiaramente, tutte queste buone intenzioni devono poi scontrarsi con la dura realtà: nei momenti ordinari le risorse per intervenire sono pressoché a zero, per poi spuntare nelle emergenze, a danni già avvenuti. Già dall’analisi di Puma emerge come – in questo specifico campo – un difetto italiano sia quello di risolvere il problema (anziché prevenirlo) e oltretutto tentare di risolverlo caso per caso, senza alcuna pianificazione globale.

Triani poi definisce “paradosso dell’infrastrutturazione”: in caso di tracimazione di un fiume, quanto più l’area invasa sarà infrastrutturata, tanto più sarà difficile e impegnativo togliere l’acqua da quella zona (che diverrà una sorta di bacinella chiusa). Quella che dovrebbe essere una difesa si trasforma dunque in un fattore che massimizza i danni. Le vie di circolazione pensate per l’uomo verranno naturalmente invase, senza che l’acqua possa più trovare libero sfogo (Valloni cita il caso di Bomporto, Modena nel gennaio 2014 in cui si dovette rompere un argine per far tornare l’acqua nel fiume Secchia).
Terzo punto chiave: è quasi superfluo dibattere di cambiamento climatico; è sufficiente osservare e descrivere l’ambiente fisico che ci circonda. Valloni e altri insistono con forza sul fatto che oggi non piove necessariamente più o meno di prima, ma piove in modo diverso: le precipitazioni sono più estreme, intense e concentrate, e danno origine alle comunemente dette “bombe d’acqua”, quelle che in gergo tecnico sono definite celle convettive rigeneranti. La prima volta che si parlò di questo fenomeno nel bacino del Mediterraneo risale al giugno 1996 in Versilia (dato che prendo da Belicchi). Tali manifestazioni, anche dette “temporali autorigeneranti”, sono figlie dell’aumento di energia nella nostra atmosfera e fanno sì che su determinate aree geografiche cada un’enorme quantità d’acqua in brevissimo tempo, spesso su territori fragili. A suffragio del fatto che “piovesse anche in passato” (semplificazione esagerata e voluta), Belicchi riporta il caso del 7 ottobre 1970: terribile alluvione a Genova, specialmente zona Bolzaneto, dovuta alla caduta di 950 millimetri di pioggia in un’ora (è all’incirca quanto piove a Parma in un anno). Bilancio: 44 morti.

Graziani, Triani, Puma
La prevenzione sembra essere la via da percorrere per avere più sicurezza, tramite una forte politica di gestione del territorio (politica al momento però molto carente in Italia). Spinta da un dibattito pubblico serio e consapevole, per Valloni la via da seguire sarebbe quella delle cosiddette natural-based solutions, ovverosia una gestione il più possibile incentrata sulla natura, sia dei sistemi creati dall’uomo che di quelli già esistenti, con la creazione di nuove infrastrutture solo in caso di necessità.
L’intervento di Davide Graziani si riallaccia al concetto di una mentalità civica che dovrebbe cambiare, facendo sì che si arrivi a una condivisione politica degli sforzi nel momento di difficoltà e soprattutto di prevenzione di rischi naturali. Si dovrà inoltre avere la pazienza necessaria e capire che, per la risoluzione di queste problematiche, gli effetti si vedranno a medio-lungo termine.
Lo scopo dell’intervento di Marco Belicchi riguarda progettazione e sicurezza di nuove e già esistenti opere idrauliche. Si sofferma quindi sull’importanza di un territorio ben mantenuto per limitare i danni di inondazioni e alluvioni, precisando come nella stragrande maggioranza degli scenari peggiori, le più a rischio siano costruzioni abusive, illegali, o semplicemente chi si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato (un campeggiatore troppo vicino a un corso d’acqua, per esempio). La classificazione dei tempi di ritorno di varie categorie di eventi è articolata nei 500 anni per una catastrofe, nei 200 per un evento “severo” e nei 30 per uno ordinario. Per quanto riguarda la sicurezza, l’errore che molte persone compiono durante gli allagamenti è voler seguire il proprio istinto e cercare di salvare qualcosa nella propria cantina, oppure sottovalutare la percolosità di un sottopasso solo apparantemente con poca acqua: comportamenti poco autoprotettivi che negli USA cercano di contrastare anche con la pubblicazione di libri come So, you live behind a levee! (disponibile in PDF qui):

https://www.marinwatersheds.org/resources/creek-stewardship/so-you-live-behind-levee

Rispondendo al pubblico, quello che fa storcere il naso a Puma è che nel 2018 si possa dire come nulla fosse che non si fa manutenzione programmata su questa categoria di opere (eccezion fatta per le dighe): il fatto che determinati enti si interessino ai problemi solo nella loro zona di competenza, senza tener presente un quadro complessivo, è dunque espressione di un problema culturale italiano? Le soluzioni proposte sono quindi state un ritorno alla naturalità, guardando all’intero contesto con un approccio di ingegneria olistica, per occuparsi dei problemi di un territorio nel suo complesso, manifestando anche un interesse di tipo culturale e civile. Il dialogo è stato portato avanti in maniera scorrevole e la reiterazione di certi concetti ha aiutato la comprensione anche di chi non era ferrato sul tema; è stata ben gestita anche l’interazione con il pubblico, a dimostrazione del fatto che, in questo luogo che apparterrebbe al torrente Parma, un dialogo civico per migliorare questo aspetto – e perché no, anche altri – della vita comunitaria, forse è davvero possibile.

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