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Kayapò: dall’acqua per tornare alle nuvole

Kayapò: dall’acqua per tornare alle nuvole

di  Loris Forti

“Mebêngôkre”: è questa la parola d’ordine dei Kayapò, ovvero “il popolo che venne dall’acqua”, come loro stessi si definiscono.

Nella mattinata di sabato 1 dicembre, presso il Museo d’Arte Cinese ed Etnografico di Parma, è stato possibile immergersi nella vita, negli usi e nei costumi di questa tribù, in occasione della XXIII edizione di Scritture d’Acqua. A guidare la visita padre Alfredo Turco, direttore del museo dei Missionari Saveriani che ospita l’esposizione dei più caratteristici manufatti di questa etnia.

I Kayapò sono stanziati nella foresta amazzonica brasiliana, a due passi dal Rio della Amazzoni, e la loro vita è legata all’acqua. Il mito delle origini di questa comunità parte da un tradimento: dopo una caccia collettiva e la cattura di un grosso tapiro, l’antenato Bepgorôrôti venne mandato dagli altri al fiume, per lavare le viscere della preda. Al suo ritorno i compagni lo avevano abbandonato fuggendo con tutta la carne cacciata. Umiliato e arrabbiato, Bepgorôrôti decise di rompere i rapporti con la tribù e di distinguersi da essa: l’antenato e tutta la sua famiglia si rasarono i capelli al centro della testa, formando un triangolo che dalle tempie arrivava alla nuca, si dipinsero il corpo con la cenere del fuoco e si tinsero volto, mani e piedi con il sangue delle viscere del tapiro. Quest’ultimo atto, come ha spiegato padre Alfredo Turco, stava a sottolineare il concetto di vita.

 

Il fiume dunque, luogo del tradimento iniziale, diventa emblema delle origini dei Kayapò ed elemento essenziale per la loro esistenza. Il mito della loro genesi viene tramandato di generazione in generazione tramite riti che richiamano la pittura del corpo (specialmente da parte delle madri nei confronti dei figli nella festa della nominazione), il coraggio (nel momento dell’iniziazione dei giovani, che per diventare adulti e potersi sposare devono affrontare il contatto con un alveare e ricevere le punture delle api) e la pesca (effettuata collettivamente sul letto del fiume, sbattendo dei fusti che tolgono ossigeno all’acqua e mandano i pesci in superfice, che vengono trafitti dalle lance dei pescatori). L’aspetto idrico è quello più importante per i Kayapò, che ringraziano e benedicono i loro fiumi, fonte di sostentamento imprescindibile.

 

Altra prerogativa per la tribù sono le tartarughe: la loro carne è buona e ideale sia per i bambini che per gli anziani e il loro guscio si trasforma in ciotole, piatti e ornamenti accuratamente dipinti. Altro animale da ricordare è il pappagallo, allevato dagli indigeni per il suo piumaggio, che orna i loro diademi e i loro costumi e che rimanda alla libertà del volo e quindi del popolo stesso. Un popolo forte e bello, aggettivi che derivano dal vero nome di questa tribù, “Merererex”. Infatti l’appellativo di “Kayapò” (che richiama l’immagine delle scimmie) è quello dato a questa popolazione dagli indigeni dei villaggi limitrofi.

La mostra si è conclusa con il racconto di un’altra leggenda indigena da parte di padre Turco, ovvero quella dei primi uomini che abitarono la Terra, che chiude la parabola immaginaria che porta i Kayapò dall’acqua alle nuvole. Infatti la leggenda narra di uomini abitanti del cielo che un giorno, praticando la caccia, videro un armadillo e lo inseguirono per catturarlo. L’animale, per fuggire, approfittò di un filo che pendeva tra le estremità di due nuvole e riuscì a scendere sulla Terra. I cacciatori più coraggiosi imitarono la preda e atterrarono sul mondo, diventandone così i primi abitanti, tutti gli altri rimasero al di sopra delle nuvole. Di notte, gli uomini rimasti in cielo si rendono visibili grazie alle luci dei loro bivacchi, formando le stelle. Per i Kayapò la morte non è altro che il ritorno all’abitazione delle nuvole.

La Missione Savariana e i Kayapò oggi

Il Museo d’Arte Cinese ed Etnografica di Parma dei Missionari Saveriani (https://museocineseparma.org/it/) prese vita nel 1901, per volere dell’allora vescovo Guido M. Conforti, anche fondatore dei Saveriani, in seguito a una donazione di alcuni pezzi della Cina da parte del senatore Fedele Lampertico. Da quel momento in poi, per alcuni decenni, i Missionari operarono in territorio cinese (fino all’avvento del comunismo) spedendo a Parma manufatti artistici della vita di quelle popolazioni. A partire dagli anni ’60 la missione toccò anche alcuni paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, permettendo al museo di allargare la sua proposta.

I Saveriani sono attualmente presenti in 20 nazioni (specialmente quelle in via di sviluppo) e in particolare il progetto Kayapò si protrae dai primi anni del 1960, grazie soprattutto al lavoro più che ventennale di padre Trevisan. L’obiettivo non riguarda prettamente la conversione religiosa quanto preservare gli usi, i costumi e le tradizioni di questa popolazione, evitando la contaminazione delle  abitudini occidentali. Oggi però, come ha spiegato padre Turco, tutto questo comincia ad essere complicato perché i capi dei villaggi hanno iniziato a vendere materie prime alle multinazionali e a inquinare i fiumi, alla ricerca dell’oro. Ecco, dunque, che la missione diventa lo strumento di salvaguardia della magia e della naturalezza sociale e soprattutto morale di questa comunità.

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