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Ponte nord, un “relitto urbano” da recuperare

Ponte nord, un “relitto urbano” da recuperare

di Loris Forti

Si può sprecare un finanziamento di 25 milioni di euro? A Parma sì: è successo con la costruzione e l’abbandono del Ponte Europa, conosciuto da tutti come ‘ponte nord’. Ma come si può rimediare a questa situazione?
Nell’incontro svoltosi nel pomeriggio di lunedì 3 dicembre, presso la sala del Ponte Romano, si è cercato di rispondere a questo interrogativo. Protagonisti del dibattito Renzo Valloni e Francesco Puma (Centro Acque dell’Università di Parma), Elisabetta Quaranta (Presidentessa della I commissione urbanistica del Comune di Parma) e l’architetto Riccardo Tonioli.
Maggiormente finanziato dal MIT, il ponte inaugurato nel 2012 dal sindaco Pizzarotti presenta una forma architettonica moderna, in vetro e acciaio, destinata a un uso pubblico, culturale o commerciale. L’idea suggestiva era quella di creare un’opera riconducibile ai ponti abitati come quelli di Firenze (Ponte Vecchio) e di Venezia (ponte di Rialto), ma la sorte del Ponte Europa è stata diversa.
Il punto fermo da cui è partito il dibattito è che questa struttura non può essere destinata, almeno al momento, a progetti che prevedono un suo uso permanente (come ad esempio uffici pubblici comunali, provinciali o regionali). Questa situazione ha fatto sì che, con il passare degli anni, il ponte sia rimasto completamente inutilizzato. Le soluzioni illustrate da Francesco Puma riguardo al prossimo futuro della costruzione prevedono tre possibilità: non fare niente e rimanere nell’attuale situazione, demolire il ponte o cercare di utilizzarlo in modo costruttivo e appropriato. Quest’ultima è ovviamente la strada da percorrere. Ma come? Fino a oggi, a detta del professor Valloni, l’unica proposta formale ricevuta dal Comune di Parma è stata quella suggerita dal Centro Acque dell’Università: un Science Center incentrato su temi che integrano Acqua, Cibo ed Energia, il cosiddetto “nesso”.

In quest’ottica significativo è il fatto che Parma sia dimora di tutte le massime autorità idrografiche e di tutti gli uffici di rilievo nazionale. Altro punto a favore per la realizzazione del museo tematico è l’attualità dell’argomento idrico, che si lega al cambiamento climatico, attorno al quale le istituzioni stanno investendo in termini di educazione e prevenzione. Tutt’altro che trascurabile è anche lo stretto rapporto che unisce l’utilizzabilità dell’acqua con le realtà agroalimentari del territorio parmense, che potrebbe portare a interessanti sperimentazioni e innovazioni. Il progetto richiederebbe il lavoro sinergico del Comune di Parma, del MIBACT (Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo), della Regione Emilia-Romagna, del MATTM (Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare), dell’Università di Parma e delle altre realtà territoriali che si occupano di ricerca e formazione. Chiudendo l’intervento il professor Valloni ha voluto precisare che la realizzazione del Water Science Center non è comunque vincolata al Ponte Europa ma potrebbe interessare altre zone del parmigiano, con l’augurio che istituzioni e cittadini non rinuncino all’opportunità di essere i “fondatori” di questa suggestiva innovazione.
A conclusione dell’esposizione dell’idea del Centro Acque dell’Università, la parola è passata a Elisabetta Quaranta, rappresentante del Comune di Parma. L’architetto si è mostrata favorevole alla proposta ma ha voluto mettere in chiaro un concetto ben preciso: fin dal principio la costruzione di questo ponte non era di nessuna utilità per i cittadini e nonostante si fosse a conoscenza dell’impossibilità di un suo uso permanente l’opera è stata portava avanti lo stesso. Alla luce di questo, la Presidentessa della commissione urbanistica ha voluto porre l’accento sul fatto che bisogna in ogni caso contestualizzare qualsiasi soluzione ai bisogni concreti della gente di Parma.
Il tema della futilità è stato ripreso anche dall’architetto Riccardo Tonioli che, critico fin dall’inizio nei confronti del progetto “visionario” del ponte nord, ha ribadito la bontà dell’idea del museo acquatico e ha ritenuto che “sarebbe stupido e colpevole” continuare a ignorare l’attuale stato dei fatti. In particolare Tonioli ha sottolineato una peculiarità tecnica architettonica della struttura: la presenza di grandi open space, che ben si prestano a qualsiasi tipo di allestimento, purché sia ad uso temporaneo. Nell’ultima parte del dibattito, dedicata agli interventi del pubblico, sono state avanzate altre proposte, in particolare dall’architetto Pavesi, dell’Aipo (Agenzia Interregionale per il fiume Po) e dall’architetto comunale Mambriani. La prima ha avanzato l’idea di un polo di partecipazione, internazionale ed europeo, incentrato sui confronti inerenti agli aspetti climatici e idrici. Il secondo ha prospettato un uso stagionale, sportivo in inverno (con la costruzione di una pista di pattinaggio sul ghiaccio) e ricreativo-mondano in estate (con la trasformazione in un lido con attrattive acquatiche), che prevedrebbe la modifica della struttura.
Comunque il filo conduttore dell’incontro è stato quello che prevede l’azione: il ponte c’è e continuare a ritenerlo un estraneo non solo non sarebbe di alcuna utilità ma significherebbe anche ammettere il fallimento delle istituzioni cittadine che non hanno saputo sfruttare un’occasione, costata 25 milioni di euro.

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