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Il Culto delle acque: alla scoperta dei sentieri d’Abruzzo

Il Culto delle acque: alla scoperta dei sentieri d’Abruzzo

di Gianluca Ciuffi

 

Il Santuario di San Michele Arcangelo a Liscia

Nel territorio di Liscia, in contrada san Michele Arcangelo, esiste una grotta luogo di culto da tempo immemorabile. Ad essa si accede passando per una suggestiva cappella votiva fatta edificare, nei primi del Settecento, dai Marchesi d’Avalos, feudatari di Monteodorisio.

«La grotta, scavata nel cuore della roccia, ricca di fresca ed abbondante d’acqua e di stalattiti, ha in fondo un Altarino con l’immagine dell’Arcangelo in un quadretto illuminato da una lucerna ad olio». Profonda circa 10 metri e larga 3, presenta sul lato destro una grossa nicchia con una vasca in cui si raccoglie l’acqua che sgorga dalla roccia. Sulla sinistra vi sono due bassi cunicoli, ora murati, che un tempo conducevano nella zona abitativa. Al centro della grotta, di fronte ad una nicchia, nascosto da due pilastri è posto un altare di modeste dimensioni, dietro il quale si apre una piccola cavità circolare.

Ancora oggi, soprattutto in occasione dell’8 maggio e del 29 settembre, i fedeli si recano in pellegrinaggio nella grotta ripetendo antichi rituali. Le pareti e l’acqua della grotta, grazie all’intercessione dell’Arcangelo, sono ritenute sacre e, in quanto tali, in grado di alleviare le sofferenze umane. Sulle pareti della grotta si strofinano fazzoletti e oggetti sacri; l’acqua, invece, che confluisce in una sorta di vasca addossata alla parete, viene bevuta prelevandola con mestoli di rame.

Sulla grotta esistono numerose leggende. Si riporta, nel proseguo, quanto scritto da Emilio Ambrogio Paterno, studioso locale:

Contemporaneamente al Gargano l’Arcangelo apparve anche nel territorio di Liscia, in una grotta dove era annidato Lucifero, che venne poi scacciato, all’apparire miracoloso del Santo. Da qualche tempo un pastore del limitrofo comune di Palmoli smarriva durante il pascolo un torello che verso sera egli vedeva ricomparire, improvvisamente e per sentieri misteriosi. Un giorno il pastore volle seguire l’animale nel suo strano girovagare. Ad un certo momento osservò, sbalordito, e come d’incanto, che la foresta, impervia e chiusa, si apriva al passaggio del torello che potette camminare così, agevolmente, sino ad arrivare nei pressi di una Grotta del tutto sconosciuta. Ma appena giunto davanti alla caverna il torello s’inginocchiò. Apparve allora in quella «Grotta», in mezzo ad un bagliore di luci, l’Arcangelo S. Michele. Il buon pastore che passo passo aveva seguito l’animale, svenne non potendo resistere a tanto improvviso ed accecante splendore. Quando riprese i sensi si sentì arsa la gola che ebbe necessità assoluta di bere. Allora, per prodigio, prese a gocciolare acqua nella grotta e la bevve. Il torello seguitò il suo misterioso cammino”.

La grotta di Santa Lucia a Farindola

Una fessura in un banco roccioso estesa in profondità per circa 12 metri costituisce l’antico romitorio di Santa Lucia risalente al XII secolo. Ricordato solo dagli anziani abitanti del monte La Ripa prima delle ricerche di Edoardo Micati che hanno restituito il luogo impervio alla collettività. Gli anziani della contrada furono gli ultimi testimoni del via vai di pellegrini che, ogni 13 dicembre e sino al 1960 circa, giungevano a piedi alla grotta e si bagnavano gli occhi con l’acqua raccolta  in due piccole vasche scavate nella roccia, gli unici segni della presenza dell’uomo; vi era anche una statua lapidea della taumaturga, ricordata da Gabriele Mergiotti (classe 1914) e sicuramente trafugata in tempi non sospetti. L’acqua veniva anche prelevata e conservata a scopo protettivo, ricordando i riti praticati nella vicina conca medievale di Sant’ Agata di Campo Mirabello, a Montebello di Bertona, munita di pozzo sacro e oggi praticamente scomparsa, fatta eccezione per alcune porzioni di mura in pietrame. La messa in onore di Santa Lucia veniva celebrata nel piccolissimo spiazzo antistante la grotta, sulla cui sommità si scorgono i ruderi di un fortino italico poi ampliato nel medioevo, il castrum di Peschio Albuino – toponimo longobardo –, che controllava il latifondo tra Montebello e Farindola. In particolare si notano i resti di mura e basamenti circolari e rettangolari di torri di avvistamento. Nelle decime del 1324 è attestata una ecclesiae di S. Lucie de Pesculo, situata proprio nell’antico feudo di Pesculo Alboino, quindi vicino la grotta omonima. Probabilmente si trattava della cappella del castrum medievale e la sua presenza, oltre a quella del villaggio, pare confermata da alcuni ritrovamenti recenti da parte del socio dell’Archeoclub di Pescara Antonio Cantagallo: cocci di ceramica acroma, pezzi intonaco dipinto ma soprattutto un frammento di lamina in rame dorato lavorato a sbalzo con la raffigurazione di San Luca Evangelista (il bue). Quest’ultimo interessante reperto, risalente probabilmente al XVI sec., è stato esposto come prestito temporaneo alla mostra fotografica documentaria MONS DEI. Luoghi e testimonianze di devozione secolare nel territorio farindolese, curata da chi scrive, allestita all’interno del Polo Scientifico del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (Farindola, via S. Rocco) dal 27 luglio al 31 ottobre 2016.

 

La Grotta Sant’Angelo di Palombaro

Nel territorio dell’antico feudo d’Ugni, percorrendo un antico braccio tratturale è possibile raggiungere la bellissima grotta di sant’Angelo. Essa è costituita da un ampio riparo sottoroccia nel quale erano praticati antichi rituali idrici. Già luogo di culto delle divinità dei Carricini, con la conquista dei Romani venne dedicato alla dea Bona. La dea era invocata dalle donne in età fertile che vi giungevano in processione per bagnarsi il petto con le acque raccolte nelle cisterne ricavate nel riparo o scavate in prossimità di esso. Le prime due vasche, di forma semicircolare e rettangolare, comunicanti tramite un foro, si trovano sul lato destro dell’ingresso. All’interno, in uno zoccolo roccioso, ne è stata ricavata una terza di forma ellissoidale; un’altra, usata per raccogliere le acque di scolo delle pareti, era stata scavata ai piedi di un masso obliquo. All’esterno, su uno sperone roccioso di fronte al riparo era stata ottenuta una quinta vasca, di forma pseudo-rettangolare, utile per raccogliere l’acqua piovana. Con la cristianizzazione del territorio il culto della dea Bona venne sostituito con quello di Sant’Agata.

La prima notizia storica sull’eremo è contenuta in una bolla di Onorio III del 1221. In proposito della denominazione della chiesetta presente nel riparo si racconta che la popolazione avendo difficoltà a pronunciare il nome Agata lo sostituì con Angelo. Ma il cambio di denominazione potrebbe essere stato un errore di trascrizione o ancora vi potrebbe essere stata l’effettiva sostituzione del culto di Sant’Agata con quello di San Michele alla ripresa della transumanza avvenuta tra il 1447-1448. Alcuni ipotizzano che il passaggio di patronato sia avvenuto già nel 1326.

Si narra, infine, che fino al primo trentennio del Novecento nell’Eremo vi fosse un altare e due statue di santi.

Liscia, Farindola e Palombaro, tre storie (d’acqua) con un unico denominatore comune: la peculiarità, quella caratteristica che troppo spesso, al giorno d’oggi, si fatica a trovare.

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