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I Caraibi della Toscana: non è tutto oro ciò che luccica

I Caraibi della Toscana: non è tutto oro ciò che luccica

di Melissa Marchi

C’è un luogo, in prossimità delle celebri e suggestive scogliere dei macchiaioli, dove l’acqua è turchina e la sabbia risplende, candida, alla luce del sole intenso della costa Tirrenica. Quello che però potrebbe sembrare un paradiso – alcuni hanno denominato questo posto I Caraibi della Toscana – è frutto dell’inquinamento prodotto dagli scarichi di una fabbrica collocata esattamente in prossimità della spiaggia. I nostri Caraibi, tristemente famosi in tutta Italia, usati per spot pubblicitari e set fotografici, sono sempre stati al centro delle lamentele degli ambientalisti e dei cittadini. Molto spesso alle accuse che vengono rivolte alla fabbrica, che secondo parte della popolazione locale inquina e rilascia sostanze dannose in quantità superiori alla soglia tollerabile, il gruppo Solvay ha sempre replicato di agire nei limiti e di rispettare i parametri imposti dall’Europa in termini di inquinamento dell’aria e dell’acqua.

Numerose inchieste e indagini hanno sempre dimostrato il contrario, anche se intuitivamente basta immergersi nell’acqua bianca e opaca delle “Spiagge Bianche” per avere la certezza che le accuse riguardo la legalità e la pericolosità degli scarichi dannosi nel mare non siano soltanto un’invenzione complottista di Legambiente.

Ma c’è anche chi, al contrario, tollera la presenza e l’inquinamento invasivo della Solvay, affermando che dal punto di vista occupazionale e turistico, la fabbrica rappresenta una fonte di guadagno per i cittadini.

l Gruppo Solvay, multinazionale belga che opera nel settore dei materiali avanzati, in Italia sviluppa le varie produzioni chimiche e plastiche del Gruppo da circa un secolo classificandosi oggi come uno dei 3 top global leader del settore. La Solvay, dal 1912, ha collocato il suo primo impianto nella zona di Rosignano Solvay, al tempo inabitata e dalla cui fabbrica, successivamente, si è formato il primo nucleo abitato che poi ha dato vita al paese di Rosignano. La zona costiera prima dell’intervento della Solvay era completamente diversa e la trasformazione, avvenuta gradualmente nell’arco di circa 50 anni, ha iniziato a essere criticata e indagata all’incirca negli anni ’70 quando ormai, purtroppo, il danno ambientale era già avanzato.

Tutto ciò ha reso tristemente famoso il tratto costiero da Vada a Rosignano, tanto che nel 2013 il deputato Andrea Zaccagnini ha denunciato alla Camera dei deputati la situazione della Solvay definendola una “bomba ecologica” ed invitando il Parlamento ad agire tempestivamente per evitare che la situazione possa degenerare in una “nuova Ilva” della riviera toscana.

Zaccagnini ha così interpellato il Ministero dello sviluppo economico, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ed il Ministero della Salute in un intervento nel quale ha affermato:

la Solvay, gettando in mare gli scarti di fabbrica, ha reso la zona di Rosignano-Vada in Toscana un luogo ai limiti della fantascienza. Il mare azzurro turchese e la spiaggia bianca candida richiamano un paesaggio tropicale e una visione paradisiaca che però nascondono un inferno malato. È un paradiso artificiale che non può portare alcun beneficio a coloro che lo frequentano. La natura è stata infatti sottomessa dal profitto economico, che l’ha spremuta fino all’ultima goccia. Secondo le testimonianze di chi vive in questa realtà, la gente sempre più spesso muore di cancro”.

L’Agenzia ambientale Onu ha classificato le Spiagge Bianche come una delle 15 spiagge più inquinanti d’Italia: secondo i numeri diffusi dal Cnr di Pisa, nella sabbia bianca la Solvay ha scaricato 337 tonnellate di mercurio ed altri veleni come arsenico, cadmio, nickel, piombo, zinco, diclorometano.

La Solvay, come tutte le fabbriche presenti sul territorio italiano, è obbligata dal Ministero dell’Ambiente, a rilasciare i dati delle emissioni in terra, acqua e aria, ai fini di legalizzare il proprio operato tramite l’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) che autorizza l’esercizio dell’attività produttiva. Al livello europeo invece, le fabbriche devono presentare annualmente la dichiarazione PRTR (inserita nella banca dati E-PRTR, l’European Pollutant Release and Transfer Register) un registro che contiene le informazioni su inquinanti in aria, terra e acqua di tutti gli stabilimenti presenti sul territorio europeo. L’ultima dichiarazione PRTR disponibile in italiano è quella del 2011, riportata in seguito.

La parte particolarmente interessante è quella che riguarda le acque, poiché, secondo altre rilevazioni da parte dell’ARPAT – Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana- la multinazionale belga ha emesso, negli scarichi a mare, quantità considerevoli e in crescita di Mercurio, non dichiarato nelle PRTR Europee. Inoltre le autodichiarazioni da parte della fabbrica risalgono a circa 7 anni fa mentre dovrebbero essere monitorate e dichiarate ogni anno secondo le direttive europee. L’ente ARPAT dunque provvede al monitoraggio e nel 2015, in un approfondito report sull’impatto della Solvay sul territorio, riporta:

Le mappature della presenza di mercurio realizzate nell’ambito dei vari studi condotti negli concordano nell’individuare l’area di influenza dello scarico nella zona a nord ovest, fino a Quercianella. Sulla base di quanto sopra indicato, secondo i criteri stabiliti per la classificazione dello stato dei corpi idrici superficiali dal D.M. 260/10, per le acque marine antistanti lo scarico, risulta uno Stato Chimico “Non Buono”, dovuto al superamento (nelle acque) dei limiti previsti per il Mercurio e il Tributilstagno, nel punto di monitoraggio Lillatro. Il Tributilstagno non sembra collegato alla presenza dello scarico dello stabilimento, ma il mercurio, rilevato anche in quasi tutti gli altri corpi idrici marino costieri della Toscana, è stato sicuramente influenzato, in maniera determinante, dal contributo antropico dovuto alla presenza dello stabilimento Solvay



Le emissioni nelle acque di Rosignano dunque danneggiano non solo il territorio locale e le zone in prossimità del paese ma se ne ritrovano tracce in quasi tutta la costa toscana, contaminando, anche se in misura minore, quasi tutta la costa tirrenica. La tab. seguente, contenuta anch’essa nel report dell’Arpat, fornisce una chiara visione della situazione delle acque tirreniche.

La battaglia tra chi sostiene la nocività degli scarichi rilasciati in acqua, terra e aria e chi invece difende la fabbrica per il ruolo occupazionale che riveste nella cittadina e per l’innocuità degli scarichi, non avrà mai fine poiché, ad oggi, nonostante le numerose richieste, nessuna istituzione ha giudicato importante rilevare e monitorare la salute dei cittadini di Solvay.

In questo modo, il problema viene insabbiato e mentre la multinazionale continua indisturbata ad agire in modo invasivo sul territorio, si crea una sorta di rapporto affettivo insano poiché coloro che sono nati e cresciuti sotto il marchio della fabbrica, non riescono ad immaginare il proprio paese senza di essa. C’è la paura e la credenza diffusa che, se la Solvay chiudesse o si trasferisse, tutto il paese ne risentirebbe notevolmente dal punto di vista lavorativo, creando migliaia di disoccupati.

Non mancano inoltre coloro che difendono il ruolo di attrazione turistica delle spiagge bianche, che effettivamente, attraggono numerosi turisti ogni estate, ignari o forse inconsapevoli, nonostante l’evidente cartello che vieta la balneazione, della reale situazione delle acque del territorio.

L’impatto economico e lavorativo della Solvay sul comune è ancora quello di 50 anni fa?

A rispondere è il dipartimento di economia e management di Pisa che ha svolto una ricerca molto significativa dal titolo “Stima delle ricadute economiche della Solvay sul territorio della Val di Cecina del 2006 al 2012” di Cheli, Coli, Del Soldato e Luzzati. Secondo l’università di Pisa il numero di lavoratori occupati all’interno della fabbrica o in ditte esterne è stato notevolmente ridotto. Il rapporto si rivela dunque un mezzo importante per smentire i pregiudizi dei cittadini e dimostrare che la Solvay non è il motore occupazionale principale del paese.

Infatti se nel 1965 i lavoratori interni alla fabbrica erano 4500, oggi si sono ridotti a 500 a cui si devono aggiungere altri 600 che collaborano in ditte esterne e che, molto spesso, hanno contratti precari. Dunque calcolando le percentuali totali dei lavoratori residenti e impiegati sul territorio, la Solvay rappresenta un numero misero, tra il 2 e il 4% rispetto all’occupazione totale.

Un altro dato che è calato notevolmente negli anni è il valore aggiunto complessivo dello stabilimento (calcolato in stipendi dei lavoratori e tasse pagate dallo stabilimento agli enti territoriali): nonostante lo sfruttamento del 48% delle risorse d’acqua dolce, viene restituito al territorio e ai cittadini solamente tra l’1 e il 2% del valore aggiunto complessivo prodotto dallo stabilimento.

Perché non chiudere?

Dal momento che il ruolo occupazionale della fabbrica è notevolmente calato a discapito dei costi ambientali che continuano ad essere ingenti, molto spesso alcuni lavoratori e collaboratori hanno riportato la volontà della multinazionale belga di chiudere per sempre la sede. Tuttavia questo non è ancora avvenuto perché, se la fabbrica chiudesse, sarebbe costretta a bonificare l’intera zona. Per quanto riguarda la Solvay i costi sanitari ammonterebbero ad una cifra molto alta di cui l’industria non intende farsi carico, fino ad oggi.

Una possibile soluzione

Per risolvere questo problema e rimpiegare i lavoratori che, nell’eventualità, perderebbero il lavoro, il Comitato Beni Comuni della Val di Cecina ha presentato un piano industriale molto dettagliato che indica i tempi e i modi in cui la Solvay potrebbe provvedere ad una bonifica del territorio portando una grande svolta sia dal punto di vista lavorativo che ambientale.

Il presidente del Comitato ha così descritto l’iniziativa:

“Si calcolano oltre 1.000 nuovi posti di lavoro per numerosi interventi: la realizzazione di un grande dissalatore di acqua di mare; lo sfruttamento delle energie rinnovabili; il riutilizzo degli scarichi solidi; il recupero e la valorizzazione del mercurio sversato in mare; la deviazione del tronco ferroviario ad alto rischio; la bonifica degli impianti; i lavori di manutenzione straordinaria sulla sodiera”. Sull’ipotesi di una bonifica si è espressa anche l’ARPA in uno studio nazionale chiamato “Industria, ambiente e salute” svolto nel 2012. “Anche la bonifica dei siti inquinati – spiega lo studio – richiede un impegno economico spesso molto rilevante. Eppure oggi ci sono studi che dimostrano la convenienza di investire nella prevenzione e nella bonifica: utilizzando una visione di più ampio respiro e strumenti già sperimentati a livello internazionale si può quantificare il saldo positivo che deriva dai costi sanitari “risparmiati” eliminando le fonti di esposizione”.

Probabilmente la popolazione di Rosignano è in parte complice della mancata presa di posizione contro la fabbrica, sia sfruttando l’attrattiva del disastro ambientale da essa prodotto, sia considerando l’azienda un’importante fonte lavorativa per i cittadini. Un altro fattore che ha agevolato l’azione distruttiva della fabbrica è la politica italiana che ha assecondato, per anni, con rassegnato permissivismo, il guadagno della multinazionale a discapito della salute dei cittadini.

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