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Lorenzo e Luca: il loro viaggio in aiuto del Benin

Lorenzo e Luca: il loro viaggio in aiuto del Benin

di Stefano Rossi

“Io posso pensare ad avere una passione loro, invece, devono prima pensare a sopravvivere”, queste le parole di Lorenzo al ritorno dal suo viaggio in Africa occidentale. La maturità è il primo grande obiettivo di tutti i giovani, anche se, subito dopo aver conquistato con sudore il diploma, la maggior parte non sa che cosa fare della propria vita. Si è ingenui, disorganizzati e tutto sommato ancora immaturi. Lo spaesamento post superiori lo hanno vissuto anche Luca e Lorenzo, due amici di Bolzano, che non avendo le idee chiare sul loro futuro hanno deciso di unirsi, per tre mesi, a una ONG africana (Muwinnimu Solidaritè et Cooperation). “L’idea di andare in Africa è stata di Luca che aveva questo pallino già dalla seconda superiore, io, invece, ero libero, non volevo iniziare subito l’università e sapevo che un’esperienza simile mi avrebbe cambiato la mente e così abbiamo deciso di partire”, racconta Lorenzo. Nei primi mesi dopo la scuola hanno fatto qualche lavoretto, dato che li servivano i soldi per: il biglietto, i vaccini, lo zaino e il vestiario. Dopodiché verso i primi di gennaio sono partiti in direzione Benin, Africa occidentale, con il compito di dare visibilità al lavoro della ONG. I ragazzi hanno lavorato in alcune scuole “che erano delle casette di fango con i banchi di legno, il muro fungeva da lavagna, il professore girava per i banchi con il bastoncino e se qualcuno si comportava male glielo dava sulle mani. Infine le classi erano composte da 40-50 bambini che quando vedevano un bianco cominciavano a urlare dall’entusiasmo”, spiega Lorenzo. In teoria, per 2/3 giorni alla settimana dovevano fare gli insegnati di inglese ma, in realtà, insegnavano ai bambini a giocare a rugby. Loreno e Luca venivano mandati anche in determinati campi, dove giravano video per mostrare cosa ci fosse bisogno per la coltivazione. “Serviva per aiutare in futuro l’agricoltura, per trovare fondi. A qualcuno serviva un pozzo, a qualcuno il materiale e a qualcun altro un magazzino, c’era sempre bisogno”, spiega sempre Lorenzo. In Benin si vive principalmente di agricoltura, però, per avere un campo servono fondi e in pochi ne hanno e in realtà mancano gli strumenti adatti. Solo alcuni riescono, infatti, ad avere campi propri e i ragazzi che vanno a lavorare nei dintorni per qualche soldo o per un po’ di mais sono moltissimi. Per vivere, un giovane, lavora in piantagioni vicine o nelle industrie di cotone.

L’aspirazione dei ragazzi è fare soldi e spesso lasciano gli studi per guadagnare 10.000 franchi, ogni due settimane, lavorando nei campi di cotone.

Lo fanno per necessità ma anche per poter emulare la cultura occidentale, vista in tv, spendendo soldi in cose futili. Luca e Lorenzo si spostavano spesso dalla città di Natitingou a Manta, circa 60 km per una durata di 3-4 ore di viaggio in moto. Li era stato lasciato un vecchio enduro 150 con alcuni problemi, tipo i freni che non funzionavano ma l’hanno restaurato. Nel villaggio di Manta sono stati ospitati dall’agiata famiglia N’Fota, cinque figli (tutte le famiglie sono piuttosto numerose), che li ha accolti e trattati come se fossero figli loro. I ragazzi si son dati da fare in casa, hanno aiutato come potevano, andavano a prendere l’acqua al pozzo, insegnavano in una scuola del villaggio e giocavano con i bambini. (Con famiglia agiata si intende avere un minimo di capitale e un alternatore che ti fa avere la luce in casa e macinare il mais) “Mangiano e mangiavamo prettamente polenta di mais, senza sale. Schiacci dei pomodori, la intingi e mangi.

Abbiamo mangiato tante cipolle e il riso che però era già un pasto differente, per ricchi, che c’era solo una o due volte a settimana e te lo godevi tutto”, racconta Luca. L’acqua, come il cibo, scarseggia. “Noi avevamo il pozzo e con il secchio che tiravi su dovevi farti la doccia”, afferma Lorenzo. Ogni tanto, però, poi il pozzo si prosciugava e dovevano andare in altri pozzi. Ricorda Luca che: “una volta era finita una lucertola dentro il pozzo, profondo 10 – 15 metri e un ragazzo si è calato giù a mani nude facendo tipo Spiderman perché se no si inquinava l’acqua”. Il Benin è un posto quieto ma la questione delle malattie non è sicura: “da occidentale sei fiacco e hai spesso cagarella e febbre. Se la gente del luogo, invece, si ammala ha gli ospedali ma non sono buoni e poi comunque non hanno, quasi mai, i soldi per permettersi le cure. Si affidano alle loro pozioni e magie (il Benin è la patria del Vudù e diverse famiglie hanno l’altare per il sacrificio del pollo e del cane) e, se non hanno soldi, possono solo sperare che funzioni”, afferma Luca. “E pensare che con soli cinque euro si acquistano delle pillole che sono delle medicine”, incalza Lorenzo. Per rafforzare il concetto di quanto valgano cinque euro in Benin, dove si usa il franco coloniale francese (un euro vale 650 franchi), fanno l’esempio del mercato in cui in due mangiavano un abbondante piatto con soli 400 franchi. Andare al mercato (meno di un euro in due) è comunque un privilegio che molte persone del luogo non possono permettersi e per questo fanno la polenta in casa che costa circa sui 300 franchi per tutta la famiglia (meno di 50 centesimi). La gente del luogo cerca sempre di minimizzare i costi. Entrambi hanno avuto la malaria. Lorenzo a metà del viaggio, dove ha vissuto due giorni di agonia con la febbre che raggiungeva il picco dei 40 alla sera. Tornato a casa aveva perso 7 chili. Luca, invece, l’ha presa verso la fine e anche lui, una volta in Italia, pesava 5 chili di meno. Per guarire sono andati all’ospedale dove li hanno dato delle pasticche. Ogni tanto Lorenzo si diceva: “ho avuto la malaria. Io, il bianco. Sono cose che leggi solamente nei libri o senti nelle pubblicità di medici senza frontiere e invece ci siamo ritrovati a vivere a stretto contatto queste realtà, provandole sulla nostra pelle”. Hanno vissuto con le galline in casa e hanno dovuto sapersi adattare. Lorenzo dormiva su un materasso, Luca, invece, si era abituato a dormire per terra (come la popolazione locale), anche se poi ricorda, scherzando, di essersi svegliato un giorno pieno di formiche addosso. I contatti con casa invece erano davvero rari ma spesso utili. Faceva bene parlare con qualcuno che si conosceva e soprattutto in italiano (in Benin si parla francese). Un’altra difficoltà del luogo era la mancanza di elettricità. Potevano ricaricare il telefono solo nei bar, in casa non c’era la luce o non andava. A Manta lo Stato non faceva arrivare la corrente elettrica, nessuno sa il perché. A Natitangou, invece, avevano i pannelli solari ma non andavano, erano attaccati a una batteria d’auto vecchissima che non si caricava. Lorenzo al tempo del viaggio era un giocatore del Bolzano Rugby.

Ammette che abbandonare l’attività fisica per un periodo non era stato facile, perdere sette chili era stato un duro colpo e fare sport in Benin era praticamente impossibile. Raccontava di essere andato a correre ma gli mancavano le energie e in uno scatto respirava solo polvere. Dal viaggio però è tornato più forte di prima e non è certo un caso che da quest’anno militi in serie B con il Rugby Parma. “Mi ha dato una forza maggiore. Mi sono visto più magro ma fa lo stesso i chili si riprendono, invece non avrei mai potuto provare quello che ho provato stando lì. L’ho fatto, avevo i mezzi per farlo e ci sarebbe riuscito chiunque. Ciò che mi dà veramente forza è pensare ai miei amici che sono giù (in Africa), ai bambini che non hanno la possibilità di fare molte cose.

Io posso farne un sacco e devo farle per loro e per fare del bene a qualcuno. Questo mi dà forza: provare a fare del bene per chi ne ha bisogno. Io adesso sono qua a bere il mio caffè, al caldo, ho una famiglia, sto bene, però in Africa è un altro mondo e nessuno può immaginarselo se non lo vive. Bambini che muoiono come mosche (ci hanno detto così), sfruttamenti assurdi, donne che valgono meno di nulla. Sono giunto alla conclusione che tutto parte da noi europei, siamo noi la causa di ciò che succede in Africa ed essere consapevoli non basta più. Bisogna agire, anche semplicemente nelle scelte quotidiane, già quello sarebbe un aiuto. Da questa esperienza i ragazzi confessano di aver imparato: ad adattarsi a ogni situazione, a non lamentarsi per ciò che succede, tipo se un bus è in ritardo o se a cena non c’è quello che si vuole, ad apprezzare anche le piccole cose e a guardarle da un altro punto di vista. Capisci quali sono i veri problemi della vita e il valore del denaro, “spesso quando esco a farmi una birra con gli amici, penso che con quei 5 euro in Benin mangiano una settimana”, sottolinea Luca. Dopo un viaggio del genere ci si accontenta e si impara a vivere di tutto. “Un ‘esperienza che consigliamo assolutamente perché ti cambia radicalmente la vita”. “Abbiamo vissuto a stretto contatto con la popolazione e le difficoltà del territorio, seppure con le tasche piene e la sicurezza della carta di credito, ma non ci siamo chiusi in un resort o dalle suore con i letti e l’aria condizionata. Abbiamo cucinato con la legna o con il carbone e poi mangiato fuori tutti insieme attorno al fuoco, sotto le stelle e senza elettricità. Abbiamo vissuto a pieno l’Africa, questa è stata la parte più bella”, sostiene Luca. I ragazzi, di recente, si sono lanciati in una raccolta fondi sui social network per poter aiutare la famiglia che li ha ospitati e la ONG, è questo lo scopo ultimo del loro viaggio. “Perché il compito di questa ONG è di rendere il Benin un paese sostenibile, tramite se stesso. Non deve puntare sempre alle multinazionali. Deve esserci autosufficienza e i ragazzi devono avere il desiderio di restare in Benin per lavorare, non devono sognare l’Italia o la Francia. Quella è la loro terra, è un bellissimo posto, con la loro tradizione e la loro famiglia, non devono voler scappare.

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