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Una cisterna di cactus

Una cisterna di cactus

di Pier Paolo Polimeno

Principe del far west, maestro di sopravvivenza e magazzino idrico: le mille risorse del cactus Saguaro. Da anni sullo sfondo dei set cinematografici western, il Saguaro, il cui nome scientifico è Carnegiea Gigantea, è un mastodontico cactus che cresce esclusivamente nel deserto di Sonora nel Nord America, nel sud dell’Arizona e in Messico. Ad oggi è la specie di cactus più grande al mondo, nonché una delle più longeve, visto che può superare i dieci metri di altezza e vivere anche più di duecento anni. Tuttavia, la grandezza e la longevità di questo colosso non destano così tanto scalpore, se confrontate con la sua incredibile capacità di immagazzinamento. Il Saguaro, infatti, è in grado di contenere svariate migliaia di litri d’acqua, che gli servono per combattere le sue eterne nemesi: i lunghi periodi di siccità. A tale proposito, il Saguaro è un vero e proprio maestro di sopravvivenza, ed ogni sua parte sembra progettata per resistere all’arido clima del deserto. La sua cute, morbida e pallida, possiede prevalentemente due conformazioni, corrispondenti ad altrettante funzioni. Da un lato è dotata di uno spesso strato impermeabile che riduce le perdite di acqua durante la fase di traspirazione. Dall’altro è munita di spine e peli flessibili che gli permettono di proteggere l’acqua immagazzinata dagli assalti degli animali selvatici.

Non meno impressionante è il suo sistema di radici. Il cactus, infatti, inserisce nel suolo una sola grossa radice, a una profondità di circa un metro e mezzo, che gli dà la possibilità di attingere all’acqua sotterranea. Altre radici, più ramificate, sporgono invece leggermente dalla superficie, e gli permettono di raccogliere l’acqua piovana. Ma il Saguaro non abusa della preziosa acqua raccolta. La maggior parte di essa viene infatti conservata per i lunghi periodi di siccità, in modo attento e oculato. L’interno del cactus ha una superficie spugnosa che trattiene l’acqua e, man mano che l’acqua viene inglobata, la pelle del cactus si espande, facendo spazio per un maggior accumulo. Come risultato, più il cactus assorbe acqua e più si gonfia, diventando più grande e più pesante. Alla massima capacità un esemplare adulto può pesare anche una decina di tonnellate, tant’è che questi cactus sono anche conosciuti come “elefanti del deserto”.

Insomma, il Saguaro è proprio un’imponente cisterna vivente e, in quanto tale, possiede un’enorme importanza ecologica. Al pari degli alberi, infatti, questi cactus sono fonte di nutrimento e riparo per numerose specie del deserto, e sono dunque fondamentali per l’ecosistema americano. Purtroppo, però, da anni il numero di esemplari è drasticamente calato. La loro crescita lenta, i rapidi cambiamenti ambientali, la violenta espansione dell’uomo e l’introduzione di piante grasse nel loro territorio li hanno portati alla quasi totale estinzione. Attualmente, però, il Saguaro è considerato una specie a rischio ed è per questo protetto dalla legge. Nel 1933 una parte del deserto di Sonora è stata proclamata patrimonio nazionale e, nel 1994, adibita a parco nazionale per salvaguardare l’esistenza della specie.

Oggi la situazione sembra essersi stabilizzata e i Saguaro sono in lenta ripresa, anzi molto lenta, visto che per crescere ci mettono circa settantacinque anni. Solo il tempo potrà dire se questi colossi ce la faranno a sopravvivere, e quindi non resta che attendere e fare tutto il possibile per salvaguardarne la crescita. Con la speranza che queste imponenti cisterne d’acqua piovana continuino a dissetare le aride bocche del deserto

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