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lA CITTà A SEI ZAMPE. I DESTINI INCROCIATI DI ENI E GELA.

lA CITTà A SEI ZAMPE. I DESTINI INCROCIATI DI ENI E GELA.

di Sofia D’Arrigo

Intervista all’autore dell’inchiesta giornalistica che ha messo in luce gli aspetti controversi del rapporto tossico che ha segnato il volto della città

Andrea Turco ha definito la sua una “narrazione tossica”, avendo voluto mettere in luce gli aspetti più controversi della storia dell’industria Eni impiantata a Gela, la sua città. Nel suo libro, intitolato “La città a sei zampe. Cronaca industriale, ambientale e operaia di uno dei maggiori petrolchimici di Europa”, edito da Villaggio Maori Edizioni, racconta il rapporto controverso in Italia tra industria, territorio e popolazione, di cui la grande azienda Eni e l’impianto di raffineria nato negli anni ’60 proprio a Gela, con la promessa di industrializzazione e sviluppo, possono considerarsi pietra miliare.

         L’analisi d’inchiesta condotta dal redattore di MeridioNews.it, oltre al decorso degli eventi, mostra le politiche industriali di Eni, l’impatto ambientale e gli “omissis” in materia di prevenzione e risanamento, la trasformazione urbana e simbolica del territorio, la retorica delle istituzioni e le promesse mancate; infine, le memorie personali, la vita operaia e l’emergenza sanitaria.

  L’intento dell’autore- come lui stesso ci racconta – è quello di offrire una visione locale e globale insieme dei fatti, che non riguarda solo i gelesi: “Raccontare il caso di Gela a chi ne sapeva poco, mentre in città si davano per scontate (ma così scontate non erano) tante cose, è stata la mia forza e mi ha aiutato nell’approccio. Poi ho girato molto per la Sicilia e per l’Italia per raccontare il caso di Gela, rispetto agli altri che si occupavano della questione locale a distinguermi era uno sguardo più ampio sulla vicenda. Sebbene i contenuti fossero gli stessi per tutti, la visione è rimasta singolare”.

Nel libro si fa riferimento alla data simbolica del 2 luglio 2014, giorno in cui furono chiusi gli impianti, e che coincideva con la festa della Madonna delle Grazie, venerata a Gela. “Mi faceva specie che nessuno notasse cose come questa. Sono momenti simbolici, ma hanno una rilevanza: Eni ha deciso di chiudere gli impianti a Gela giorno 2, avrebbe potuto aspettare il giorno successivo, senza accrescere ulteriormente la delusione della città in un giorno di festa e devozione.

La stessa ditta dell’indotto ha mandato le lettere di licenziamento a 114 operai, tra cui mio padre, il giorno di Pasqua. Tutti hanno parlato del licenziamento in quel caso, ma nessuno ha notato quanto poco opportuno era stato il momento.

Eni ha sempre inciso sulla politica regionale e locale e Turco prova a dimostrarlo usando un approccio critico abbastanza singolare:è vero che tutti parlano di Eni, così come è vero che ha condizionato la storia locale degli ultimi 60 anni a Gela. Ma il libro non si vuole limitare alla critica, bensì cita e apre a tutte quelle proposte che potrebbero invertire il corso delle cose e invece non riescono a decollare, proprio perché non si smonta – soprattutto culturalmente – l’identificazione fra Gela ed Eni. Eppure, Gela andrebbe ripensata come una realtà con altre risorse.

  “Cito nel libro uno degli ultimi sviluppi della vicenda, la realizzazione di una base logistica GNL: questa amministrazione sta insistendo per far diventare il golfo di Gela e quindi il porto una piattaforma logistica integrata che dovrebbe rifornire di gas naturale liquefatto (GNL) le grandi navi che transitano nel Mar Mediterraneo. È un progetto faraonico, utopistico. A Eni conviene fare GNL, in quanto più pulito del metano, per portare avanti la linea ecologica dell’azienda. Il punto è che ogni volta che si parla di un progetto per rilanciare la città o sono necessari i soldi dell’Eni oppure tale pianificazione è proposta direttamente da Eni. Non ci sono voci critiche sul progetto o sull’idea che tale piano si possa pensare da sé”.

La situazione è rimasta in fase di stallo dal 6 novembre 2014, giorno in cui a Roma si firmò l’accordo che vedeva da una parte le istituzioni, dall’altra Eni e dall’altra ancora i sindacati. Si dovrà attendere l’estate del 2019 per il completamento della riconversione in bioraffineria, aspetto che rimane controverso secondo Turco, basti pensare che il nuovo impianto occupa circa un ventesimo dei 500 ettari del perimetro industriale: “Ho guardato i numeri: erano stati promessi due miliardi di investimenti, di questi all’impianto di riconversione vero e proprio erano destinati poco più di duecento milioni, cioè un quinto; gli altri, un miliardo e ottocento milioni, ovvero i quattro quinti, erano destinati a nuove ricerche di petrolio e gas. Anche solo a livello economico, sembra prioritario questo: l’impianto di riconversione, piccolo, a distanza di tre anni e mezzo non era ancora partito, nonostante l’impostazione dei cantieri di costruzione. Più che di riconversione allora bisognerebbe parlare di nuove perforazioni”.

Ma Gela può vivere senza Eni? “Si cominci a capire che si può vivere anche senza Eni – risponde Turco – o comunque che per quanto possa continuare a essere una presenza sul territorio, non sarà l’unica e non sarà la principale. Anche Eni, a mio parere, se lo augura. Questa consapevolezza devono raggiungerla anche i cittadini: l’industria c’è, darà lavoro a qualche centinaia di cittadini ma il resto dovrà reinventarsi e cogliere altre opportunità”.

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