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la tregua ambientale del coronavirus

la tregua ambientale del coronavirus

di Leonardo Monselesan

Tutti stanno parlando di come il diffondersi dell’epidemia di coronavirus stia contribuendo ad un calo delle emissioni di gas serra. Effettivamente il blocco degli spostamenti e la chiusura delle attività che le misure di prevenzione hanno comportato hanno realmente contribuito ad una diminuzione drastica dell’inquinamento atmosferico. In Cina la riduzione dell’attività industriale ha comportato un calo delle emissioni di oltre 200 milioni di tonnellate di CO2, cioè del 25% rispetto alla media del mese di febbraio, e dell’1% di quelle annuali. In Italia si è potuto notare, grazie allo strumento Tropomi montato sul satellite Copernicus Sentinel-5P, un calo drastico delle emissioni di diossido di azoto, un inquinante atmosferico prodotto dalla combustione (quindi da veicoli, centrali energetiche e industrie) che serve anche da indicatore per gli altri inquinanti. Nonostante non ci siano ancora dati che quantifichino la riduzione delle emissioni nel nostro paese, è prevedibile che ci sarà un ulteriore calo in seguito al recente decreto che ferma la produzione industriale di tutti i beni non necessari. È anche prevedibile aspettarsi che con l’acuirsi della diffusione del virus anche nel resto del mondo, misure del genere vengano adottate anche dagli altri paesi. Anche il traffico aereo, responsabile del 2,6% delle emissioni globali di gas serra si è ridotto notevolmente, e probabilmente continuerà a diminuire. Sembrerebbe quindi che la pandemia che sta colpendo il pianeta abbia un lato positivo, e ci stia aiutando se non altro a risolvere la crisi ambientale. Ma in che misura?

È ancora troppo presto per valutare quanto effetto avrà la pandemia sulle emissioni complessive globali. Dipenderà in larga parte da diffusione e durata delle misure di lockdown dei vari stati, e soprattutto da come questi emergeranno dalla crisi economica che ne risulterà. Gli esperti ci ammoniscono sul futuro guardando al passato, puntualizzando che in seguito alle crisi economiche dell’epoca contemporanea, a cui è corrisposto un periodo di diminuzione delle emissioni di gas serra, le manovre per rilanciare l’economia, fortemente incentrate sul consumo di combustibili fossili, abbiano causato degli aumenti di rimbalzo in termini di inquinamento atmosferico. Data la situazione di emergenza, non è difficile immaginare come le problematiche ambientali potrebbero passare in secondo piano rispetto al riassestamento dell’economia.

Se anche se le attività umane, e le corrispettive emissioni, riprendessero come prima, senza gli aumenti previsti, questo verde intermezzo che stiamo vivendo non sarebbe sufficiente per sanare la salute dell’ecosistema. Secondo gli studi del World Meteorological Organization, la differenza tra le emissioni attuali (pari all’equivalente di 53,5 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2017) e le emissioni annue necessarie per scongiurare l’aumento della temperatura media è enorme. Si parla di una distanza di 15mlrd di tonnellate annue per scongiurare un aumento di 2° entro il 2030, e di ben 32 per evitare un aumento di 1,5°. Di fronte ai numeri richiesti, i 200 milioni di tonnellate in meno dalla Cina sono praticamente insignificanti. Per mettere in prospettiva questi numeri, basta guardare i devastanti incendi che hanno piagato l’Australia dallo scorso settembre ai primi di marzo. Secondo le stime del CAMS (Copernicus Atmosphere Monitoring Service) al 3 gennaio gli incendi che hanno interessato oltre 6 milioni di ettari hanno immesso nell’atmosfera 400 milioni di tonnellate di CO2. E secondo un tweet dell’AFAC (Australasian Fire and Emergency Service Authorities

Council) del 28 febbraio, il totale della superfice bruciata nella scorsa stagione degli incendi ammonta a 17 milioni di ettari…

Se anche, lavorando con la fantasia, allargassimo la riduzione del 25% delle emissioni dovuta al lockdown a tutto il mondo, e suddividessimo la produzione di gas serra annua in 12 mesi, il taglio alla CO2 non arriverebbe neanche vicino a raggiungere gli obbiettivi di cui sopra. Per ogni mese di paralisi produttiva si avrebbe un’ipotetica, ed approssimativa, riduzione dell’equivalente di 1,12mlrd di tonnellate di CO2 al mese. Nemmeno un anno di quarantena sarebbe sufficiente. E questi numeri sono decisamente ottimisti, in quanto riferiti agli ultimi dati disponibili, quelli del 2017, che non prendono in considerazione l’aumento delle emissioni, stimato oltre al 2% sia nel 2018 che nel 2019. Insomma, gioire dei benefici per l’ambiente della pandemia è un po’ come se una persona affetta da obesità esultasse per qualche kilo perso a causa di un’influenza intestinale: un piccolo risultato a grande prezzo che non risolve il problema, destinato ad andare perduto se alla guarigione riprendesse la stessa dieta. Figurarsi se volesse recuperare per ciò che non ha potuto mangiare durante il periodo della malattia.

Qualcuno potrebbe obbiettare che non si sia tenuto conto dell’inquinamento che non verrà causato grazie al calo della produzione. Meno prodotti significa allo stesso tempo meno rifiuti. Ma la dimensione dei benefici ambientali che ne derivano è impossibile anche solo da ipotizzare al momento, dato che le prime misure di blocco della produzione nel mondo occidentale stanno venendo varate proprio in questi giorni, e non si né quali settori toccheranno a livello globale, né in che misura.

Possiamo però guardare alla metà mezza vuota del bicchiere, ed aprire gli occhi sull’aumento vertiginoso nel consumo di alcuni beni di consumo essenziali in periodo di pandemia: guanti e mascherine monouso. Il riciclo ai tempi del coronavirus prevede misure di sicurezza che richiedono un largo utilizzo del bidone dell’indifferenziato. Per coloro che hanno contratto il coronavirus o si trovano in quarantena questo diventa l’unica destinazione possibile per tutti i rifiuti prodotti. Per gli altri invece le misure di prevenzione straordinarie richiedono che vi vengano gettati guanti, mascherine e fazzoletti usati per soffiarsi il naso. E come viene specificato nel sopracitato documento dell’Istituto Superiore di Sanità, la destinazione finale preferibile per questi rifiuti dovranno essere gli inceneritori.

Nonostante questo sia il miglior metodo a disposizione per lo smaltimento di rifiuti non riciclabili, la combustione, utile anche per la produzione di energia, non fa scomparire gli inquinanti. Secondo uno studio dell’ARPA realizzato sul termovalorizzatore di ultima generazione di Frullo (BO), la gestione del processo di combustione permette di eliminare il 22% dei WHO-TEF (fattori di tossicità equivalente, unità di misura delle sostanze tossiche adottata dall’organizzazione mondiale della sanità). E sebbene del restante 78% solo lo 0,01% venga immesso direttamente nell’atmosfera, la maggioranza dei rifiuti tossici è ancora presente sotto forma di residui solidi (scorie, ceneri e residui negli impianti di filtraggio dei gas), che necessitano di un ulteriore processo di smaltimento.

Le mascherine ffp2 e ffp3, le uniche realmente efficaci contro il coronavirus grazie al sistema di filtraggio, pesano all’incirca 30/35 grammi. Da soli, i 3 milioni di mascherine arrivate il 21

marzo per fronteggiare le necessità del sistema sanitario italiano diventeranno prossimamente 90 tonnellate di rifiuto indifferenziato da bruciare. La stessa cosa accadrà per tutte le mascherine non omologate prodotte dalle aziende riconvertite per fare fronte alla richiesta del mondo civile, ai guanti monouso e i fazzoletti per il naso. Non fraintendiamoci, queste condizioni non sono negoziabili se vogliamo superare questa crisi.

Dobbiamo però essere consapevoli che una volta che la società si sarà rimessa in piedi non saremo in alcun modo più vicini alla soluzione del problema del riscaldamento globale. Ci sarà anzi da rimboccarsi le maniche, e lottare perché il rilancio dell’economia non scavalchi calpestando la lotta all’inquinamento nella lista delle nostre priorità. Il coronavirus non ci salverà dal collasso dell’ecosistema, ma noi abbiamo ancora qualche possibilità di farcela, anche se è necessario prendere consapevolezza ed agire.

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