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LIFE URSUS: IL PROGETTO CHE SOPPRIME GLI ORSI ?

LIFE URSUS: IL PROGETTO CHE SOPPRIME GLI ORSI ?

Di Anna Sveva Pasquinelli

Nel 1999 è stato avviato un progetto finanziato dalla Comunità europea, per volontà del Parco Adamello Brenta in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’ ISPRA (Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica), volto a salvare dall’estinzione il gruppo di orsi del Brenta, grazie al rilascio, tra il 1999 e il 2002, di dieci orsi tracciati con radiocollare.

Il progetto Life Ursus, ufficialmente concluso nel 2004, può considerarsi pienamente riuscito, come mostrato dai fatti, in quanto non solo ha contribuito al risanamento della popolazione ursina, arrivata a 50 esemplari, ma ha permesso lo sviluppo autonomo e autosufficiente della specie.

Come spesso purtroppo succede, il progetto ha comportato delle conseguenze inaspettate, creando così un divario di opinione tra i cittadini e le autorità; “Life Ursus è nato come progetto politico, proposto ed attuato, non solo per una questione “animalista”, ma anche per incrementare il turismo. “ – afferma Polla Alessandro, fotografo e filmmaker del posto- “ Per quanto nobile possa essere considerato lo scopo del progetto, probabilmente non erano state calcolate adeguatamente le possibili conseguenze e ricadute, e ad oggi si mostra necessario attuare delle strategie per arginare il problema.” . L’incremento esponenziale della popolazione ursina ha impedito la possibilità di tracciare ogni esemplare, e soprattutto, ha comportato la necessità per questi ultimi di ampliare la ricerca di cibo in prossimità dei centri abitati. Diventa così inevitabile per la sussistenza degli animali attaccare allevamenti, comportando però gravi danni agli allevatori sia da un punto di vista economico che di sicurezza. Con il passare degli anni gli attacchi ad animali e persone sono sempre meno sporadici, ma essendo l’orso bruno una specie protetta la possibilità di un controllo delle nascite non è contemplabile, per questo vengono catturati gli esemplari ritenuti problematici con lo scopo , per quanto dichiarato, di isolarli e renderli inoffensivi. Sorgono inevitabilmente dei dubbi sulla veridicità degli scopi dichiarati, in quanto basta pensare al caso Daniza, divenuto da subito mediatico. Un esemplare di orsa ricercata in seguito all’aggressione di un uomo, riuscita a sfuggire alle trappole per più di un mese, “guadagnatasi” così  la cattura attraverso anestesia a distanza: “fatalmente” mamma orsa non sopravvive alla dose massiccia del farmaco utilizzato. M49, esemplare altamente problematico, responsabile di diversi tentativi di intrusione in malghe e danni a bestiame, viene catturato e trasportato in una struttura di contenimento per orsi provenienti dallo stato selvatico. La struttura in questione è delimitata da una recinzione perimetrale di 4,5 metri di altezza con 7 ordini di fili in acciaio elettrificati, recinzione ulteriormente protetta da una struttura elettrificata con basamento in cemento antiscavo. Le autorità rendono nota la notizia della fuga il giorno stesso, da allora l’orso non ha più mostrato atteggiamenti problematici. Per quanto poco credibili siano le coincidenze legate a questi due esemplari, sorge spontaneo chiedersi se davvero la morte di Daniza sia un’indesiderata conseguenza, se M49 sia ancora vivo o se esiste una soluzione non mortale per gli esemplari problematici evidentemente pericolosi per l’uomo.

E’ più importante l’incolumità delle persone o di una specie protetta?

Un orso può essere soppresso se minaccia la sicurezza dell’uomo, ma l’uomo può essere ucciso se minaccia una specie diversa?

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