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La Costa dei Trabocchi: il valore aggiunto delle acque marittime abruzzesi-molisane

La Costa dei Trabocchi: il valore aggiunto delle acque marittime abruzzesi-molisane

Di Alessandra Carosella


Passeggiando lungo la costa abruzzese è impossibile non notare le strane casette di legno, simili alle antiche palafitte, che emergono maestose dal mare. Il turista, venuto da lontano o da vicino per godersi il relax estivo, è immediatamente attratto dalla loro forma e di seguito dalla loro storia. Storia che risale ad una lunga tradizione di pescatori e non, come presto vedremo.

Numerosi sono gli scrittori che hanno menzionato i trabocchi nei propri libri, ma tra i più affezionati troviamo Gabriele D’Annunzio, caposaldo abruzzese, che durante le sue villeggiature nella terra natìa, era solito salire sugli scogli per trovare l’ispirazione giusta per le poesie mentre sognante ammirava il paesaggio ed il lavoro dei pescatori su quelle piattaforme in legno, come raccontano gli antichi traboccanti.

“Nel paese della ginestra, […] tra gli aranci e gli ulivi, […] una piccola baia tra due promontori. […] Dall’estrema punta del promontorio destro, sopra un gruppo di scogli, si protendeva un trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e travi, simile a un ragno colossale..”

Scriveva così il Vate ne “Il trionfo della morte” (1894) a proposito del Trabocco Turchino, a cui era particolarmente legato poiché si ergeva nelle vicinanze del suo casolare nei pressi di San Vito Chietino, posto in cui ha passato due mesi di vacanze nel periodo estivo al fianco della sua amante Barbara Leoni. Questa “casetta penzolante” però, qualche anno fa è purtroppo sprofondata nelle acque proprio perché, come ci spiega liricamente il Premio Strega, Dacia Maraini: “l’opera umana è sempre macchinosa e fragile, basta un soffio per distruggerla. Ma proprio la sua fragilità è anche la ragione della sua resistenza: un poco sopra le onde, un poco sotto le nuvole, la grande macchina pescatoria sta a simboleggiare la poetica eppure grandiosa capacità dell’essere umano di vedere nel futuro nonostante l’amarezza e la piccolezza del destino”.

Il termine trabocco, per i più, deriva dal dialetto travocche che a sua volta proviene dal latino trabs (legno, albero, casa); per qualcun altro deriva dal “trabocchetto” che si tende al pesce; per altri ancora invece dalla tecnica del conficcare i pali “tra i buchi” degli scogli. I trabocchi si estendono per tutto il litorale meridionale abruzzese-molisano nell’area della cosiddetta Costa dei Trabocchi. La loro particolarità sta nel fatto che si elevano alti delle acque marittime e si “sviluppano” trasversalmente alla costa e, proprio come un cordone ombelicale, sono legate a quest’ultima attraverso una lunga passerella scricchiolante di legno. È appunto costruito interamente in legno di pino d’Aleppo, caratteristico della zona adriatica, capace di resistere alla intemperie: tempeste di salsedine, piogge o forti raffiche di vento, tipiche del maestrale.

La loro origine non è chiara, poiché molte sono le leggende dedicate a queste meravigliose simil palafitte: secondo Attilio Piccinini, grande conoscitore di trabocchi, essi fanno per la prima volta la loro comparsa già dal 1200, infatti a testimonianza di ciò è stato ritrovato un documento del 1400 scritto da Padre Stefano Tiraboschi dell’Ordine Celestiniano , il quale narra di quando Pietro da Morrone, uscendo dall’Abbazia di Fossacesia, ammirava l’incanto del mare “punteggiato di trabocchi”; mentre secondo Pietro Cupido, altro grande appassionato di strutture da pesca, nonché autore del libro “Trabocchi, traboccanti e briganti”, i trabocchi risalgono al 1627, data secondo cui alcuni gruppi di ebrei ed ingegnosi artigiani, provenienti dalla Francia in Abruzzo, inventarono queste casette per rifugiarsi. Ciò che sappiamo con certezza, invece, è che sono stati utilizzati per lunga tradizione da pescatori, i quali lanciavano in acqua le reti per procacciarsi un grande quantitativo di pesci, senza il bisogno di avventurarsi nel profondo e pauroso mare; inoltre, alcuni erano adibiti a case per la gente di mare che li sceglieva come abitazione.

Durante il dopoguerra, però, i trabocchi hanno subìto un progressivo abbandono dovuto sia al disuso delle strutture, sia alla perdita delle tecniche di manutenzione. Oggi sono protetti da una normativa speciale in Abruzzo che ne promuove il recupero e la valorizzazione estetica.

Trabocco Punta Isolata (Rocca San Giovanni, CH)

Sono stati aperti a bordo di numerosi trabocchi, infatti, anche ristoranti di pesce fresco: pescato e mangiato. Sono state costruite piccole cucine e spazi poco più grandi per accogliere i clienti e far gustare loro la gastronomia tipica del posto, a km zero. Oltre al buon cibo, il paesaggio non è da meno: è affascinante e nello stesso tempo eccitante godersi il tutto in pieno mare, un vero mix tra tradizione e innovazione.





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